Gioacchino Volpe.
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IL MEDIO EVO.
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Parte 2.
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1965. G. C. Sansoni Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice di questa parte.
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10. I RE DI GERMANIA, ROMA, L'IMPERO.
1. Il Regno di Germania - 2. Roma ed i Papi - 3. Ottone Secondo e Silvestro Secondo - 4. Germania e Italia.
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11. ALBORI: LA NUOVA VITA DELLA CHIESA.
1. Rinascita monacale - 2. La riforma chiesastica - 3. La lotta per le investiture - 4. Movimento intellettuale - 5. La nuova Chiesa, il nuovo Papato.
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12. ALL'ALBA DEL NUOVO MILLENNIO.
1. Ripresa di vita agricola - 2. Sviluppo demografico e di vita economica - 3. Trasformazione e crisi del mondo feudale - 4. Ravvivarsi ed estendersi del commercio e dell'industria.
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13. I CENTRI DELLA NUOVA VITA.
1. Crescere delle citt - 2. Moti cittadini ed autonomie urbane: Italia. - 3. Citt d'oltre Alpe - 4. Spontaneit creatrice.
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14. ESPANSIONE DI POPOLI.
1. Conquiste normanne: il Sud-Italia - 2. Normanni contro Anglo-Sassoni - 3. La riscossa iberica - 4. Il Regno di Sicilia.
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15. CROCIATE, MOTO MIGRATORIO ITALIANO, COLONIZZAZIONE TEDESCA.
1. L'avanzata verso Oriente - 2. Espansione di Italiani: in Oriente - 3. ... e in Occidente - 4. I Tedeschi e la colonizzazione dell'Est - 5. Riattivate correnti di cultura.
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16. STATI E MONARCHIE ALLA FINE DEI. MEDIO EVO.
1. Ruggero Secondo di Sicilia, Enrico Secondo d'Inghilterra - 2. La Francia di Filippo Augusto e di Filippo il Bello - 3. Albori di Monarchie costituzionali - 4. Monarchia papale.
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Fine Indice.
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Capitolo decimo.
I Re di Germania, Roma, l'Impero.
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1. - IL REGNO DI GERMANIA.
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L'opera che era legata al nome di Carlo Magno, come gi, prima di lui, al nome di Ottaviano Augusto, appariva, cos, quasi annullata in ogni sua parte, nel vasto quadro dell'Europa romano-germanica e dentro i singoli Regni. In questo medesimo tempo, eguale destino investiva l'opera di un altro grande fondatore e animatore di Imperi: Maometto. Cio anche l'Impero arabo si veniva, nel Nono-Undicesimo secolo, tutto sfaldando, minato dalla ribellione dei governatori, dalle discordie religiose, dalla invasione di altre genti pi barbare ma di pi fresca energia guerriera, dalla incapacit dei Califfi, che era poi umana impossibilit, da un certo momento della vita di questi grossi aggregati territoriali, di fronteggiare gli eventi molteplici e le avverse forze nate o esasperate dalla stessa larga se pur momentanea convivenza. Vari Regni sorgevano dentro i suoi limiti, in Asia, Africa, Spagna. E cadevano quasi tutti nelle mani dei Turchi, provenienti dalle steppe dell'Asia centrale, creatori anche essi di un nuovo Impero fino al Mediterraneo, che poi ugualmente si scioglier in Stati indipendenti: Asia Minore, Iran, Siria eccetera ... Cos in Europa, nel Nono e Decimo secolo. Naturalmente, molte cose rimasero. La storia non lavora a vuoto. Rimasero alcuni ordinamenti giuridici. Rimase una parte notevole delle leggi emanate in quei decenni che furono di potente attivit legislativa dello Stato, avanti che questa si assopisse per due o tre secoli. Rimase, pur in tanta frammentariet e quasi atomicit nei rapporti pratici della politica e dell'economia, certa spirituale unit che preesisteva a Carlo Magno e al suo Impero, anzi aveva reso moralmente possibile l'Impero ma che, dopo di lui, si accentu e agevol la circolazione di elementi di coltura fra i vari popoli, alla fine del Medio Evo: architettura, poesia e leggende, linguaggi, costumi eccetera. La pi antica unit romana ebbe, cio, un ulteriore suggello e pot anche ampliarsi, attirando nel proprio cerchio i Germani d'oltre Reno e di oltre Danubio e qualche famiglia slava pi vicina. Si pu considerare tutto ci quasi il compito, temporaneo ma essenziale, dei grandi Imperi che, per iniziativa ora dell'uno ora dell'altro popolo o Stato, giunto prima degli altri a maturit di forze e meglio degli altri geograficamente disposto, si sono formati nella storia: aiutare la trasmissione, circolazione, accumulazione dei valori spirituali che via via si elaborano nei vari ambienti storici. E naturalmente, anche il contrario : aiutare la differenziazione dei vari popoli e delle varie civilt, la loro particolare e originale sistemazione. Secondo processo, che  inattuabile, anzi inconcepibile senza il primo; come il primo senza il secondo. Essi sono nello stesso rapporto logico che individuo e societ: si formano insieme, anche se in certi momenti esigenza prima appare piuttosto l'uno che l'altra e il lavoro della storia si svolge piuttosto nell'uno che nell'altro senso.
Il Regno di Germania era giunto in questo tempo ad un alto grado di potenza. Vivevano vita precaria ed oscura gli altri Regni costituitisi nell'ambito dell'Impero di Carlo Magno. Nella stessa Francia, donde aveva preso le mosse l'Impero, il potere regio era al fondo, i Normanni avevano strappato alla Corona brandelli vivi del Regno, il Sovrano non aveva pi che poche terre a sua diretta disposizione nel centro della Francia. Pareva tornata l'epoca della decadenza merovingia. Ma in Germania, le varie stirpi tedesche, mentre si organizzavano in ducati, come quello di Svevia, di Sassonia, di Baviera, di Franconia eccetera, venivano anche accostandosi l'una all'altra, subordinandosi al Re. Forte, anche qui, lo spirito di autonomia e di ribellione dei Duchi; ma forte anche certo lo spirito di concordia nei momenti di pericolo, quando Slavi e Magiari pi minacciavano ad est e sud-est. Cos al tempo di Arnolfo, che dovette vigilare contro un vasto Regno moravo formatosi nei Carpazi occidentali e nei Sudeti, sotto Sventiboldo (870-907); cos ripetutamente, nel corso del Decimo secolo, al tempo dei Sassoni. Avveniva cio ora, in Germania, quello che nel 200 in Francia, dove gli assalti arabi e normanni e la vittoriosa resistenza ad essi, guidata dai Carolingi, aveva infuso novello spirito alla nazione e raccoltala in maggior disciplina sotto i discendenti di Carlo Martello. Discordi all'interno, i vari elementi del Regno di Germania si trovavano sufficientemente uniti alla frontiera, nello sforzo di resistenza e poi nell'opera di conquista e di colonizzazione dei paesi conquistati. La Germania appariva come una federazione di grandi feudi e nel tempo stesso come un popolo e un governo solo, animato dall'idea di una comune terra da difendere e da uno spirito guerriero che non si esauriva tutto nelle gare interne, ma aveva e cercava fuori il suo campo d'azione. Che fu un po' ad occidente, nella zona tra Francia e Germania; ma pi ad oriente, oltre l'Elba, su terre allora popolate da Slavi, ed a sud oltre le Alpi.
Ottone Primo venne in Italia, come protettore di Berengario, nel 951, e si content di assumere il titolo di Re, lasciando all'altro l'esercizio del potere come vassallo; torn come nemico nel 961, invocato contro Berengario da quei signori stessi che pochi anni prima avevano invocato Berengario contro Ugo. E questa volta, cinse a Pavia la corona regia. Si ripetevano cos, quasi nella identica forma, gli eventi che, due secoli prima, avevano condotto Pipino e Carlo al dominio d'Italia ed all'Impero. Quasi fatto di natura, questo straripare e riversarsi su la penisola, non difesa da sufficienti argini, dei popoli d'oltre Alpe! Proseguiva il movimento delle invasioni: solo che non pi turbe migranti, ma Stati giunti ad un certo grado di solidit e di consapevolezza. Desiderio ed Adelchi, ora, si chiamavano Berengario e Adalberto, egualmente associati al trono, egualmente travolti dalla ribellione dei vassalli e dalla conquista di Re straniero. Assai decisiva, anche ora, la condotta dei Vescovi, adescati dalla benevola politica di Ottone verso le chiese. Questa politica era stata gi attuata in Germania, poich costituiva, allora, l'unico mezzo per acquistar una qualche forza propria e rendersi indipendenti dal beneplacito dei Duchi. Si trattava, anche, di sottrarre chiese e monasteri alla soggezione ed allo sfruttamento dei Grandi, che li avevano ridotti quasi a cosa privata, e di legarli alla Corona, volgendo a suo beneficio le risorse finanziarie dei vescovadi e delle abbazie e la forza militare dei loro vassalli. Ci, per un verso, era o poteva essere presentato come riforma della Chiesa, ormai invocata da molte parti. Ma per altro verso, era subordinazione delle chiese di Germania, e poi di quelle italiane, allo Stato. Era, la maggiore unit e indipendenza loro, anche maggiore unit e indipendenza dello Stato. Era conferimento ad esse di funzioni statali, impiego di Vescovi ed Abbati a fini pubblici, creazione di una specie di Chiesa nazionale tedesca di cui il Re fosse il capo, quasi "re e sacerdote" ad un tempo: anche per le benemerenze verso la fede che il Re acquistava con le conquiste ad est e con l'istituzione di nuovi vescovadi in mezzo alle genti slave. Monarchia e Chiesa nazionale procedevano di pari passo. Quel che era accaduto in Francia con i primi Carolingi si riproduceva ora in Germania. E si riprodussero anche gli ulteriori sviluppi: cio l'acquisto dell'Impero.


2. - ROMA ED I PAPI.

All'Impero avevano mirato anche gli effimeri Re d'Italia che, dopo l'887, avevano raccolto e si erano spartita l'eredit carolingia. Poich l'Impero, mentre imponeva al Re l'obbligo di proteggere Roma e il Papa, forniva a chi ne era insignito anche il diritto e la possibilit di ingerirsi nelle cose dell'Urbe e della Chiesa e quindi di consolidare la sua posizione nel Regno. Erano giunti, cos, all'Impero, Guido e Lamberto (891-4); vi era giunto Ludovico, Re della bassa Borgogna e Re d'Italia (901); vi era giunto Berengario Primo (915), per mano di papa Giovanni che aveva bisogno d'aiuto contro i Saraceni del Garigliano. Ormai l'acquisto del Regno era diventato condizione per l'acquisto dell'Impero e l'Impero si veniva indissolubilmente legando alla Corona d'Italia, quasi ritornando esso al suo luogo d'origine, anche materialmente. Per poco non giunse all'Impero anche re Ugo che appunto per questo condusse in moglie Marozia, la potente donna che, dominando Castel Sant'Angelo, vero centro strategico di Roma, ed esercitando molta influenza sul Papato, riuniva nelle sue mani, in modo diretto o indiretto, potere civile e potere chiesastico, con grave scandalo delle anime pie che vedevano, in questa specie di papato femminile, il segno della estrema rovina d'Italia e della religione.
Tristissima et, questa, per la citt eterna! Roma  l'ombra di se stessa. Poca e grama popolazione fra le sue mura, campi tenuti a pascolo e bestiame vagante, su negli storici colli o lungo le rive melmose e paludose del fiume. Da per tutto, rovine: frammenti di colonne, lapidi divelte, musaici disseminati e dispersi. I grandi monumenti pagani, ridotti a cave di pietre per calcina, avanti che cominci, come fra poco comincer, il disordinato saccheggio degli avanzi per uso delle nuove costruzioni a Napoli, ad Amalfi, a Pisa, a Firenze, a Venezia e pi lontano ancora. Abbandonati a se stessi, anche celebratissimi edifici cristiani: e grande commozione, come preannuncio di imminenti calamit, aveva destato nell'897 il crollo della Basilica lateranense, il maggior tempio della cristianit. Le campagne attorno e le vicine spiagge tirreniche, infestate da banditi che taglieggiano i pellegrini e corse dai Saraceni del Garigliano, cui Giovanni Ottavo papa dov sborsare annuo tributo, senza con ci impedirne le scorrerie fin sotto Roma. Assottigliatesi le rendite del patrimonio, era ridotta a poco o nulla la beneficenza pubblica di cui tanta parte della citt viveva. Grandi monasteri vicini, come Farfa, gi ricco e famoso, si rodevano l'anima e le sostanze in continue liti col Vescovo di Roma ed erano anche essi ridotti a covo di ladroni, a teatro di feroci discordie fratesche: documento tipico della vita monastica italiana che nel Decimo secolo  tutta una rovina. I Pontefici, fatti e disfatti con rapida vicenda; pi di uno, ucciso o accecato. Morti, l'ira o l'interesse di parte non li risparmiano: e rimase a lungo nella memoria dei Romani il ricordo atroce di quel papa Formoso, partigiano del tedesco Arnolfo, che, gi morto e sepolto, fu disseppellito dalla fazione contraria, portato con i suoi abiti pontificali davanti ad un sinodo cui presiedeva Stefano Sesto, e qui processato, condannato, gettato nel Tevere (879).
Si rispecchiava nitidamente, in questa miseria di Roma e del Papato, la condizione della Chiesa tutta, circuita e irretita nelle spire della societ feudale; immiserita, disciolta, assorbita, snaturata. Come i vescovadi e le abbazie e le piccole chiese rurali, cos il Papato. Esso  coinvolto nella turbolenta gara di Re e signori, vicini e anche lontani, ansiosi di sopraffarsi. Il Papa parteggia per l'uno o per l'altro di essi ed essi cercano adoperare come strumento il Papa, conquistare per fautori o congiunti il soglio pontificio. Specialmente le famiglie dell'aristocrazia locale vi appuntano gli occhi, mirando a monopolizzarlo. Abbiamo, fra esse, quella di Teofilatto, che culmin con Alberico Secondo, figliuolo di Marozia. Vedendosi esso sfuggire di mano quella che era quasi una eredit materna, dopo che la madre era passata a nuove nozze con re Ugo, Alberico si sollev, sollev il popolo romano contro Marozia e contro il Re, cacci i "barbari" di Provenza e di Borgogna ed instaur per qualche decennio, col titolo di Principe e Senatore, un regime non si sa se pi personale o di classe, se di Monarchia o di Repubblica oligarchica. Certo, si appoggi sul popolo e, pi ancora, su la nobilt, lusingando il non morto orgoglio dei Romani e rievocando le antiche glorie: come sempre, dopo d'allora, tutti i laici che hanno operato in Roma da protagonisti o hanno da fuori mirato a Roma. Domin fortemente il Papato, anche nelle cose riguardanti il governo della Chiesa. Vagheggi, con qualche altro di questi Re e Imperatori o aspiranti alla corona, una riforma nei costumi del clero.
Realt dolorosa, dunque, questa Roma del Decimo secolo: quasi simbolo della caducit delle umane cose e documento vivente di tutta la visione medievale della vita. Ma si aggiunsero poi il pettegolezzo, la malevolenza, la ostilit dei letterati e nemici che dipinsero Roma come una cloaca e quel regime come una pornocrazia. Attorno alle donne famose che vi primeggiarono ed ai loro Pontefici, si form una malvagia rinomanza che, se rispecchi certa verit, deform anche turpemente il reale stato di cose. Suoi centri di diffusione erano il Mezzogiorno, legato ancora a Bisanzio (e dal Mezzogiorno, con tutta probabilit, vennero, alla fine dell'800, certi famosi "Versus Romae" che bollavano gi allora la avarizia, la venalit, la superbia della curia papale!); Ravenna, che lottava da secoli per la sua autocefalia ecclesiastica e quasi si contrapponeva a Roma; la Lombardia e Cremona, col suo famoso vescovo Liutprando, maledica lingua quanto altri mai, spregiatore dei Romani quasi per ereditario spirito di Germano immigrato e messosi al servizio dei monarchi di Casa sassone: tutti egualmente interessati e spiritualmente inclini a collocare Roma sotto una cattiva luce, laddove non vi manc n qualche sprazzo di cultura, n qualche anelito di pura vita religiosa anche nel cuore di malfamati personaggi, n qualche sforzo di restaurazione chiesastica e cura di edifici sacri e sogno di grandezza. Cominciavano le prime battute di quella letteratura antiromana che dilagher poi nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo, pel contributo d'ogni paese dell'orbe cattolico, specialmente d'oltre Alpe, dove pi vivamente fermenteranno germi politici, religiosi, nazionali di opposizione al mondo latino e romano. Questo  vero: che, per oltre un secolo, il Pontificato romano scese dall'alto seggio in cui lo avevano collocato alcuni grandi Papi e parve smarrisse la coscienza di s, dei suoi compiti, della sua posizione di fronte allo Stato. Anche l'opera di apostolato lontano quasi cess, sebbene a nord ed est, fra Scandinavi e Slavi settentrionali e Bulgari e Magiari, Cristianesimo e Cattolicesimo facessero ancora qualche progresso e vegliassero sul primo crescere di quei popoli a vita civile e politica. L'Oriente si distacc definitivamente da Roma, pieno d'odio e disprezzo per il Papato, per la sua citt, per i Latini tutti quanti. E ci volle dire un suo crescente differenziarsi dall'Europa, e il differenziarsi dell'Europa e dell'Italia dall'Oriente, il concreto formarsi dell'Europa.


3. - OTTONE TERZO E SILVESTRO SECONDO.

Ed ecco, nel 961, dopo un secolo di offuscamento e cinquanta anni di vacanza dell'Impero; ecco l'incoronazione di re Ottone Primo, per mano di Giovanni Dodicesimo, che si era unito agli altri Grandi italiani, secolari ed ecclesiastici, nel sollecitare il nuovo signore e agevolargli la via su Roma. Come gi il Re dei Franchi Carlo, del quale egli intende essere erede e continuatore, anche Ottone Primo  portato all'Impero dalla raggiunta forza del suo Regno di Germania, dalla riunificazione di tanti Regni e paesi (Germania, Italia, Lorena, parte della Borgogna), dall'espansione in terre di infedeli a servizio della religione oltre che dello Stato, dalla necessit di aver controllo su Vescovi e Abbati divenuti funzionari dello Stato, dallo stesso accentuato carattere spirituale del suo ufficio, dalla speranza di molta gente, in ispecie ecclesiastici, che l'Impero volesse dire pi efficace protezione e quasi restaurazione delle fortune della Chiesa. Avviene, cos, un'altra "translatio Imperii", come il Medio Evo consider questa elevazione papale di Ottone al trono di Carlo Magno: dai Franchi ai Tedeschi, dopo che gi dai Greci ai Franchi, dai Romani ai Greci, ed ai Romani da altri prima di loro, secondo che il divino volere, per i suoi imperscrutabili fini, aveva disposto. Il Regno di Germania, schiettamente tedesco, sebbene avvivato e fecondato dai germi d'oltre Reno e d'oltre Alpe, ha tolto la primazia a quello di Francia. Si  spostato verso est il centro di gravit dell'Europa, cio verso i popoli che ultimi erano entrati in qualche contatto con Roma e poi erano stati alla conquista franca ancor pi attratti nell'orbita della vita romano-cristiana, risultandone anche agevolato il primo dissodamento di una grande terra vergine, gli Slavi, e moltiplicati i rapporti fra Germania e Italia, incoraggiata la tendenza, quasi l'istintivo anelito, dei Tedeschi verso il Mediterraneo.
Il possesso del Regno d'Italia, di Roma e della corona imperiale port i Re sassoni pi oltre ancora. Si volsero al sud della penisola, urtandosi contro Bizantini ed Arabi. Un po' li sollecitava quella geografica e, rudimentalmente, ideale unit della penisola alla cui suggestione nessun conquistatore poteva sottrarsi; un po' la Santa Sede o, quanto meno, quell'interesse del cattolicesimo romano contro infedeli, che ogni Imperatore, quasi per la natura stessa dell'ufficio, doveva far suo. Si trattava anche di difendere Roma e i molti e vari interessi della Curia nel Mezzogiorno dalle mire dell'Impero d'Oriente che, nella sua varia vicenda millenaria, si trovava ora di nuovo portato in alto. Erano rinverdite le sue ambizioni su l'Italia, ed esso coltivava intelligenze con i Duchi longobardi. Nel 964, tent anche un assalto alla Sicilia, non riuscito. Aggiungi, attorno al 980, il matrimonio di Ottone Secondo con una principessa bizantina e il diritto che questo matrimonio confer al Re ed ai suoi successori su le provincie bizantine del Sud-Italia. Ed ecco il giovane Imperatore e Re, messe in ordine le cose di Roma, dove la nobilt capeggiata dalla famiglia dei Crescenzi gli minava il terreno sotto i piedi e contrapponeva Papi propri a Papi imperiali, muovere contro i Bizantini e Musulmani, quasi a guerra santa, prender Napoli, Salerno, Amalfi, Bari, Taranto, vincer gli Arabi a Cotrone (980-2). Pareva lanciato a maggiori trionfi, quando fu battuto lungo le coste calabresi e costretto a fuggire.
Riprese l'opera da lui lasciata incompiuta il terzo Ottone, giovanetto quindicenne di madre greca, iniziato alla cultura classica e bizantina, cresciuto sotto l'influsso di Gerberto di Aurillac (Aquitania), che era grande lettore di classici ed esaltatore dell'Impero di Carlo Magno, e nel contatto con uomini come S. Adalberto, S. Nilo, S. Romualdo, riformatori di vita monastica. Aveva cos mutato in "graecisca subtilitas" la sua "saxonica rusticitas" ed alimentato in s sentimenti di cristiana piet e insieme di ammirazione per l'idea romana e carolingia di un Impero grande. Incoronato a Roma nel 996, elegge a suo segretario Gerberto, conferisce il papato a Brunone di Carinzia suo congiunto, sogna una stretta solidariet fra Papato e Impero, per il miglior compimento dei religiosi destini del genere umano. Misticismo religioso e pensiero politico guidano l'Imperatore. Un comune interesse spinge l'Imperatore e Pontefice l'uno verso l'altro, perch il nerbo della gerarchia pubblica ora  costituito, specialmente in Italia, dai Vescovi; perch la Chiesa non si espande se non si espande l'Impero e dove giunge la Chiesa qui giunge, almeno idealmente, il diritto dell'Impero. Pare che Ottone Terzo ora concepisca il pensiero di fondere o almeno avvicinare Impero d'Occidente ed Impero di Oriente. Il suo precettore e segretario Gerberto vorrebbe che all'Impero d'Occidente si unissero anche i grandi regni degli "Sciti", cio degli Slavi fiancheggianti la Germania. Alla testa di questo vastissimo Impero, restaurato nella sua antica unit romana e pi oltre ancora, deve esser l'Italia, Roma. E poich covava sempre ed ogni tanto esplodeva, contro l'Imperatore e il suo Papa, la ribellione dei Crescenzi, rappresentanti dello spirito di indipendenza della nobilt romana e della sua ambizione di dominar il Papato, cos nel 996 Ottone fa uccidere Giovanni Crescenzo e si stabilisce egli in Roma. Seconda citt dell'Impero deve essere Aquisgrana, diletta a Carlo Magno: ma il primo posto compete a Roma, "caput mandi", "mater omnium ecclesiarum", come Ottone dichiara; la citt di Pietro e la citt di Cesare, tanto grande e meravigliosa nel passato da vincere con la luce delle sue memorie la presente rovina. Nel Decimo secolo,  gi avanzata quella rielaborazione e amplificazione leggendaria dell'antica Roma che fra poco dar materia a tutte le "Cronache imperiali" o "Gesta Romanorum" o "Fatti e Romanzi di Cesare" o "Mirabilia urbis Romae", di che si arricchisce la letteratura medievale di ogni paese: materia tanto pi abbondante e meravigliosa quanto pi Roma si faceva, nel tempo e nello spazio, lontana. La fantasia, lavorando sui dati della tradizione e su gli avanzi che parlavano il loro misterioso linguaggio ai pellegrini venienti da ogni parte del mondo, lungo le grandi vie romane, gi attribuiva non solo sapienza mirabile agli scrittori dell'antichit ed a taluni anche prescienza della vera fede, colmando cos l'abisso che divideva i due mondi; ma anche proporzioni irreali alla citt di Roma, ai suoi palazzi imperiali, alle sue terme, ai suoi acquedotti, ai suoi mercati, ai suoi templi, alla sua popolazione. Il Pantheon, il foro di Nerva, le terme di Diocleziano, la Mole Adriana, il Palatino, il Colosseo, il Campidoglio avevan sostituito le sette meraviglie del mondo antico: specialmente il Campidoglio, opera di Romolo e sorto insieme con Roma, sede della suprema podest politica romana, raffigurato come una grande rocca, dalle mura incrostate d'oro e di gemme.
Cos l'Impero pare che debba romanizzarsi del tutto. Per i suoi "barbari" Germani, il sovrano non ha nessun pensiero. Nomi romani sono dati agli uffici, si adottano antiche fogge, si innovano romanamente sigilli e bolle, si ordina ai giudici di applicare nei tribunali il diritto di Roma. Cio si fa sempre pi consapevole il ricollegamento dell'Impero medievale, cristiano e germanico, non solo e tanto a quello di Carlo ma anche e pi a quello di Roma. Del resto, tutto il germogliare della nuova cultura, di cui cominciano ora o fra poco a spuntare i primi fili d'erba fra le zolle, e innanzi tutto la cultura giuridica, si manifesta come un ritorno all'antico.... "Renovatio Imperii Romanorum", porta inscritto la bolla di piombo del diploma 22 aprile 998 al monastero pavese di S. Pietro in Ciel d'Oro. Ed  una esplicita dichiarazione delle tendenze universalistiche del nuovo Impero. Con la morte di Gregorio nel '99 e la assunzione di Gerberto al pontificato (Silvestro Secondo), la fusione Imperatore-Papa  piena. Procedono come potest una e duplice, nell'uno e duplice compito. Li troviamo insieme a Roma, a Benevento, a Farfa, altrove. Silvestro  a fianco di Ottone, insieme "con gli altri nostri ottimati", nell'atto che questi si consiglia per le cose della Chiesa e dell'Impero. Quando il sovrano torna in Germania, il Papa lo accompagna fino a Ravenna. Poich chi sovrasta in questo connubio, e quasi d la sua impronta,  l'Imperatore. L'altro, quasi suo ministro nelle cose spirituali. L'unit del mondo cristiano  unit nell'Imperatore, braccio armato e spirito nel tempo stesso. La sicurezza e la libert della Chiesa che esso persegue sono anche e specialmente il mezzo perch "prosperi il nostro Impero e si propaghi la potenza del popolo romano". Pur senza che si possa pensare ad un Imperatore diventato anche capo della religione, certo egli si intitola "apostolorum servus", "servus jesu Christi". E l'Impero , per dichiarazione di Silvestro stesso, "eterno".
Insomma: il Re di Germania e d'Italia, diventato Imperatore,  riuscito a dominar il Papato e quasi assorbirlo. E' il momento della pi stretta compenetrazione delle due podest; della pi monarchica e unitaria concezione del mondo. Che  il momento stesso in cui il mondo, il nostro mondo romano-cristiano-germanico, appare nei rapporti pratici pi sconvolto, con vita frammentaria e puramente locale, senza forti centri di coordinazione e di comando. Curiosa contraddizione che ci richiama l'astratta mentalit medievale, incapace di coordinare pensiero e fatti, esperienza, realt empirica, ci che si vuole che sia o si crede che debba essere e ci che ; abituata a dedurre dialetticamente la realt da pochi pensieri generali e formule, indiscutibili e posti "a priori". Ma non era tutta costruzione logica l'Impero medievale. Sorto per iniziativa e con la forza dei due Regni giunti successivamente a primato, il Regno franco e poi quello germanico (con qualche tentativo intermedio anche del Regno d'Italia), l'Impero medievale riproduceva qualche cosa della vecchia unit di Roma imperiale, l'unica Roma che il Medio Evo conosca, avanti che il Rinascimento scopra anche il volto di Roma repubblicana; rispecchiava la presente unit religioso-chiesastica di Roma cristiana, bisognosa di un braccio armato, e la medievale unit o, meglio, uniformit di coltura, assai diversa dalla unit dell'ra moderna che presuppone secoli di sviluppo nazionale; rispondeva infine a quella coscienza sotto ogni rapporto monarchica e soddisfaceva a quel bisogno di autorit, che erano potenti nel Medio Evo e coesistevano con l'inconscio processo di differenziazione e con le necessit rivoluzionarie. L'autorit di questa Monarchia universale, puramente teorica per paesi come l'Inghilterra, che  ancora fuori del cerchio della vita europea, ed anche per i nuclei normanni del settentrione viventi fra terra e mare, o per le nuove formazioni della Spagna settentrionale, tutte protese ormai verso il sud nella passione di riscossa politica e religiosa; non molto avvertita di fatto in Francia dall'887 in poi, specialmente dopo che la nuova dinastia sorta con Ugo Capeto, alla fine del Decimo secolo, ebbe escluso da quel paese quasi ogni influenza tedesca; tale autorit ha un effettivo valore nei tre Regni collocati attorno al nodo alpino: Germania, Italia, Borgogna, venuti tutti sotto una sola dinastia.


4. - GERMANIA E ITALIA.

Morto Ottone Terzo, vi  un tentativo di Arduino, marchese di Ivrea, di conquistar esso la corona d'Italia. Ed  vano tentativo. I primi successi suoi, cio la occupazione della marca di Verona, tolta ad Ottone di Carinzia per potere di li sbarrar la strada d'Italia ai Tedeschi, furon seguiti da una sconfitta sul Brenta, per opera di Enrico Secondo nuovamente eletto in Germania, dalla presa di Pavia, dalla inconazione di Enrico a Re d'Italia (1004). Per cui pi tardi, disubbidito da feudatari, da Vescovi, da citt, scoraggiato e stanco, si ritir a vita monastica e mor nel convento della Fruttuaria (1005), lasciando ai lontani posteri la fama di primo Re nazionale d'Italia. In realt, Arduino rappresenta la reazione dei signori italiani al Re tedesco, anche se non come a tedesco ma a intruso e fortunato concorrente favoreggiatore di Vescovi; pi ancora, la reazione dei signori secolari ai signori ecclesiastici che si facevano sempre pi forti, con l'appoggio dei Re sassoni. Grande nemico dei Vescovi fu Arduino. Cominci con l'uccidere quello di Vercelli. Combatt poi e depred quelli di Ivrea e di Novara, eccitando i minori vassalli contro di loro, facendone il nerbo del suo esercito. Con Arduino,  gi visibile il fermento che agita la minore feudalit contro la maggiore e la ribellione che comincia, per trionfare dopo pochi decenni con l'aiuto del Re e Imperatore: avanguardia delle nuove forze sociali che, secondo i paesi, o saranno tali e tante da poter fare da s e da s costituire il nuovo Stato di fronte allo Stato feudale, oppure serviranno di appoggio ai Re nazionali e ne aiuteranno la rinascita. La importanza di Arduino  tutta qui, in questo complesso di fatti da cui la vita sociale e quindi anche la vita "nazionale" italiana usciranno trasformate e fortemente influenzate.
Dopo Arduino, non compare pi alcun Re di nazione italiana e neppur vi sono tentativi di crearlo, fino al secolo Diciannovesimo. Cio Ottone Primo segn l'inizio di un dominio molte volte secolare di Principi e genti tedesche in Italia. Per quanto non si trattasse di una soggezione del paese alla Germania ma solo di una unione personale dei due Regni sotto uno stesso sovrano germanico, conservando ciascuno di essi le sue leggi e istituzioni, e di un secolare possesso della dignit imperiale da parte del Re di Germania e d'Italia, tuttavia un certo influsso straniero era inevitabile. Si cominciarono subito ad aver Vescovi tedeschi nelle sedi italiane, per quanto male accetti alle popolazioni; non pochi nobili cavalieri sassoni o svevi o bavaresi, venuti al seguito degli Imperatori, si fermarono in Italia e furono capostipiti di grandi famiglie che arricchirono le file dell'aristocrazia feudale italiana; i maggiori feudi della regione nord-est d'Italia, la marca di Verona e quella del Friuli, furono a lungo infeudati a signori tedeschi ed anche uniti alla Baviera e all'Austria, perch le grandi vie fra Germania e Italia, la valle dell'Adige e la Pontebbana, fossero con pi sicurezza custodite e tenute aperte. Anzi, quelle regioni subirono un certo, sia pur superficiale, processo di germanizzazione, vuoi per lo spontaneo incanalarsi gi per le valli alpine di correnti immigratorie che, passando dall'uno all'altro versante, non mutavano sovrano, vuoi per consapevole politica di Principi e Re di Germania, particolarmente visibile dal '300 in poi. Non solo. Ma i titoli di diritto acquistati dagli Ottoni per le nozze con la principessa di Bisanzio aiuteranno, alla fine del Dodicesimo secolo, l'acquisto dell'Italia meridionale ad un'altra dinastia di Re germanici e Imperatori, che avr anche essa molto peso sui destini della penisola. Poi l'Italia si far indipendente, di fatto, dai Re di Germania. Ma di diritto non mai del tutto. Ed un rapporto esiste pur sempre fra la conquista ottoniana ed i fatti per i quali pi tardi la Casa d'Austria mise piede in Italia e ve lo ha tenuto fino a 50 anni fa, anzi fino al suo crollo, nel 1918! Naturalmente, vi fu anche il contrario: cio un influsso latino e italiano sui popoli d'oltre Alpe, tanto pi in quanto l'epoca dei maggiori rapporti fra Italia e Germania fu anche quella del maggior rigoglio della vita italiana, della maggiore forza espansiva della sua civilt. E certo, il vincolo fra i due Regni contribu, per esempio, a quella penetrazione in Germania della legislazione statutaria delle citt nostre, che costituisce uno dei fatti pi salienti nella storia tedesca alla fine del Medio Evo.
Qualche comune impronta lasci, poi, l'Impero ai due Regni di Germania e d'Italia che ne costituivano la parte maggiore e pi importante. Poich esso era fuori e sopra le nazioni e gli Stati nazionali, cos l'Italia e la Germania furono da esso non poco distolte dal costituirsi in forte Regno nazionale. I Tedeschi dovettero per secoli disperdere fior di energie fuori dei loro confini, in vista di finalit imperiali ma non germaniche; e videro, nell'assenza o per la debolezza degli Imperatori, radicarsi profondamente una gagliarda aristocrazia secolare ed ecclesiastica, e mettersi alla testa dei vari popoli di Germania altrettante dinastie, che poi saranno forze particolariste ed imporranno un assetto federale alla nazione. E per l'Italia, l'Impero rappresent, si, il rivivere di tradizioni sue proprie; tenne vivo un certo suo orgoglio, per il vanto di essere essa il "giardino dell'Impero"; e rimise nuovamente la penisola nel centro del mondo e rafforz quella posizione centrale che ad essa procuravano anche la superiore cultura ed il Papato; fu pur esso una forza conservatrice di quel diritto romano che poi dovr, appunto fra noi, ritrovare il terreno pi adatto per rinverdire e propagarsi nei paesi attorno. Si deve all'Impero ed al Papato, oltre che ad altre circostanze, se gli Italiani esplicheranno per molto tempo una azione larghissima in Europa, respireranno a pieni polmoni fuori dei piccoli cerchi di vita locale, penseranno con maggior larghezza e comunicheranno quindi ai prodotti del loro spirito una maggiore forza espansiva.... Ma con tutto questo, l'Impero contribu a tener gli Italiani nel regno dell'utopia, leg e incepp il loro pensiero politico fino alla Rinascenza, perpetu il contrasto fra ideali e realt, fra aspirazioni e possibilit. Impero e Papato fecero un po' vivere gli Italiani fuori di ogni confine nazionale, cio ritardarono lo sviluppo di quel sentimento nazionale del popolo, che negli altri paesi d'Occidente trov vigoroso alimento nella politica delle grandi Monarchie. Fra poco, noi vedremo gli Italiani in aspra lotta per la libert politica o, meglio, per l'autonomia e per il progresso sociale; ma l'aspirazione alla indipendenza nazionale ed all'unit avr bisogno ancora di secoli per maturare. Il problema della indipendenza e dell'unit non sar posto seriamente se non in epoca vicina a noi. Per molto tempo, il popolo italiano ha vissuto nel suo municipio o nel mondo, saltando il termine medio: la nazione. Fatto quanto mai complesso e di spiegazione assai difficile: ma vi ebbe la sua parte, nel determinarlo, quell'assetto costituzionale dell'Europa medievale, di cui l'Impero era la base e l'Italia il centro, se pur non vogliamo dire che vi ebbe la sua parte Roma, sempre presente e operante nella storia d'Italia: anche nella nascita del medievale Impero.



Capitolo undicesimo.
Albori: la nuova vita della Chiesa.


1. - RINASCITA MONACALE.

Arretrata economia a base prevalentemente agricola e naturale, anche se non solo agricola e naturale; aristocrazia fondiaria e feudale e politicamente arbitra, accanto a grandi masse di popolazione rurale ed a frammentari elementi di borghesia; Stati e governi debolissimi, poveri di mezzi finanziari e di prestigio, e per un verso in balia delle forze locali e terriere, per un altro raccolti in una grossolana unit rappresentata dall'Impero; nazioni male differenziate le une dalle altre, quanto ad ordinamenti, cultura, coscienza di s; Stato e Chiesa mescolati nelle persone e nelle funzioni e senza fisonomia propria; laicato ancora inesistente, se si guarda allo spirito e alla mentalit, poich gli ideali chiesastici o, meglio, rappresentati specificamente dalla Chiesa, sono gli ideali di tutti; il chiericato, una cosa sola con i laici, nell'abito, nelle attivit pratiche e professionali, nei costumi. Questa , dunque, l'Europa attorno al Mille, cio nel momento culminante di quello che si chiama Evo Medio intendo i paesi romano-germanici o schiettamente germanici, i soli mantenutisi o entrati nella luce della storia.
Ma ecco, svolgendosi da questa vita medievale, reagendo ad essa, nuove forze che si sono accumulate e si accumulano lentamente ed ora cominciano ad entrare in visibile azione; nuove e pi vaste attivit economiche; processo di differenziazione nel lavoro, nei ceti, negli istituti, nelle menti; in tutto e in tutti, pi alacre movimento, pi energica e coordinata virt creativa.
Innanzi tutto, davanti ai nostri occhi, la Chiesa. Quello che gi nel Decimo secolo era stato pensiero o tentativo di riforma, anche per opera di principi e signori, come Alberico senatore e patrizio di Roma, Ottone re di Germania, Alfredo re degli Anglosassoni, ora diventa proposito fermo di innovare e fervida passione e spirito acceso di proselitismo. Ma questa riforma solo dall'interno poteva procedere. cio dalla Chiesa stessa, anzi dal clero regolare, da alcuni nuclei pi sani e pi solitari, pi omogenei, pi coerenti, del clero regolare; poich essa doveva compiersi contro Imperatori e Re e signori e ceti superiori societ, contro gran parte del clero secolare, contro la stessa corrotta massa fratesca. Minuscole avanguardie furono alcuni nuclei monastici ed uomini animati da una energica passione. In Italia, per esempio, e dall'Italia in Spagna e fra Slavi, svolge la sua azione Romualdo ravennate (nato nel 907 e morto al principio del Undicesimo), grande diffonditore di parola divina, fondatore e restauratore dei cenobi. Nell'estremo sud della penisola, riorganizz i monasteri basiliani della Calabria e delle regioni attorno, Nilo da Rossano (morto nel 1005), anche esso, come Romualdo, santificato poi dalla Chiesa: donde, nel Dodicesimo secolo, Gioacchino da Fiore e un nuovo movimento riformatore preparato dai Basiliani. Pi ancora, i monaci di Cluny, in Borgogna, un monastero fondato nel 910 dal duca Guglielmo di Aquitania. Di l mosse, verso la met del Decimo secolo, l'esempio, il programma, la propaganda di una nuova Chiesa, quasi di un superiore cristianesimo, di cui il monaco doveva essere il cittadino eletto. Non uffici pubblici e governo di uomini e vita secolaresca, ma lavoro manuale e intellettuale, silenzioso raccoglimento, obbedienza piena, nudo possesso della terra. Non isolamento e dispersione dei monasteri, ognuno vivente a s ed esposto ai mali influssi secolareschi e alla rovina, ma coordinazione, come di membra vive, e subordinazione ad un solo capo. Nessuna dipendenza, neanche da principi, neanche da Vescovi, ma solo dalla Santa Sede, direttamente. Non legami corruttori col mondo, ma azione energica sul mondo. Non la citt di Dio a servizio della citt terrena, ma questa di quella....
Siffatti pensieri e ideali dalla Borgogna si propagarono alla Francia, dove molti conventi si incorporarono a Cluny ed accettarono la riforma; e dalla Borgogna e dalla Francia all'Italia, alla Germania, ad altri paesi, in breve volgere di decenni. Dopo qualche secolo di ecclissi, la Francia tornava a pesare sui destini dell'Europa, ed a rinnovare, in altro modo che con Carlo Magno, un suo impero. Gi da tempo, li, operavano attivi fermenti di vita spirituale, pi forse che in ogni altro paese d'Occidente. Notevoli focolari di cultura letteraria e umanistica; accese dispute circa la libert e la predestinazione, con Incmaro di Reims, Floro di Lione, Prudenzio di Troyes, Scoto Erigena, il massimo pensatore medievale avanti il Tredicesimo secolo; vene di pensiero teologico che poi faranno della Francia il maggior centro di diffusione delle grandi correnti della scolastica. Nell'Undicesimo secolo, ricevono in quel paese vivo impulso le scuole ecclesiastiche, vuoi ispirate alla tradizione, vuoi animate dalla tendenza di provare con mezzi razionali le verit religiose: tendenza assai significativa tanto del pi alacre spirito religioso, quando delle cresciute esigenze dell'intelletto, due cose che per qualche secolo procedono di conserva, fino alla Rinascenza. Del primo tipo  la scuola di Bec in Normandia, dove insegnarono il monaco Anselmo d'Aosta, pi tardi Arcivescovo di Canterbury, e Lanfranco Pavese, gi maestro di dialettica e diritto romano, poi datosi a vita monastica ed entrato il 1042 in quel monastero, donde ebbe contatti col partito della riforma; del secondo tipo, la scuola cattedrale di Tours, divenuta la prima di Francia, col suo maestro Berengario, la cui dottrina, largamente seguta, urta in ultimo nella ortodossia romana ed  condannata nel sinodo del 1079.
Davanti alla riforma cluniacense, centinaia di monasteri benedettini aprirono le porte. Dopo una effimera rifioritura al tempo degli Ottoni, essi erano di nuovo ricaduti in basso, sotto ogni rapporto, non solo per prepotente azione esterna ma anche per interna dissoluzione, per rapine di monaci e Abbati, per insofferenza di vincoli disciplinari, per imperversare di passioni che erano un po' eco del mondo esterno, agitato da insoliti fermenti. E in Italia, Pier Damiano, uomo di profonda religiosit e attivamente partecipe alla vita della Chiesa, inorridiva, in pieno Undicesimo secolo, al pensiero di dover reggere un monastero. "Schiavo dei laici", scriveva egli, rallegrandosi, ad un monaco che aveva rifiutato la dignit di abbate; "schiavo dei monaci devi tu essere. Quelli ti possono dissipare i patrimoni della Casa di Dio, questi sollevarsi in ribellione. Chi pu in questa et di ferro guidare un chiostro, senza pericolo di vita? O meglio, chi pu essere Abbate e monaco insieme?".
Ora, la vecchia vita monastica, rilassata e frammentaria, acquist una unit, una disciplina, uno slancio che non aveva o da un pezzo aveva perduto, dopo i primi fondatori del Quinto e Sesto secolo di Cristo. Essa tornava per un certo verso alle origini; per un altro, innovava profondamente. Non era il rigetto della regola benedettina, come sar poi con i Mendicanti del '200, perfetti "Ordini", monarchicamente organizzati, liberi da ogni fardello terreno e da ogni legame con le cose, soldati sempre in arme e sempre mobilitati a servizio di Roma, "uccelli senza nido", come allora furono detti; ch anzi, i Cluniacensi si proponevano di restaurare la decaduta legge di S. Benedetto. Spesso i novatori lavorano ispirandosi ad una tradizione e vagheggiando, con occhi nostalgici, il passato! In realt si adattava la vecchia regola, la vita monastica, tutta la Chiesa, ai tempi mutati, per meglio difendersene, per meglio agire su essi.


2. - LA RIFORMA CHIESASTICA.

Dai monasteri, il pensiero, la passione della riforma trabocc fuori e investi variamente tutta la Chiesa, cio la comunione dei fedeli. Solo  naturale che, affacciandosi sul vasto mondo, esso, come ogni formula che cerca le vie della sua piena realizzazione, si spiegasse, si arricchisse di contenuto e di scopi, rispecchiasse realt molteplici e sempre pi imperiose, si potenziasse di tutte le aspirazioni e aspettazioni che agitavano vagamente una societ in via di trasformarsi. Non diversamente, dieci secoli prima, il Vangelo; quattro secoli dopo, la dottrina luterana e calvinista. Poich ogni fase veramente nuova della storia del mondo  accompagnata nel suo apparire da un movimento religioso, nasce anzi come movimento religioso. Momento culminante fu quello, a met dell'Undicesimo secolo, in cui il pensiero della riforma penetr in Roma, anche col favore di Enrico Terzo, che tuttavia domin fortemente il Papato, come fortemente dominava i Vescovi del Regno di Germania, nella sua qualit di Re e capo di una Chiesa quasi nazionale. Ma egli la riforma voleva guidarla ed arginarla per mezzo di propri Pontefici, anche per infrenare ogni velleit di ribellione dei suoi Vescovi! A Roma, il partito della riforma si afforz come in una cittadella, ispir di s le elezioni pontificie, trov nel Vescovo di Toul, Leone Nono, il suo primo Papa e in Ildebrando, divenuto Gregorio Settimo, il suo pi energico banditore. La voce della riforma ebbe cos una forza ed una risonanza da destare echi in tutte le coscienze. Si rinnovava, anche in ci, la vicenda del Cristianesimo primitivo, diventato veramente cattolico quando entr in Roma e da Roma parl al mondo.
Vasto e organico piano d'azione del Papato, con Gregorio Settimo e successori! Distrigare la Chiesa dal groviglio in cui era serrata e ridarle una personalit morale e giuridica; sottrarre beni, uffici, persone della Chiesa ad ogni azione, legge, tribunale di laici ("libert ecclesiastica") ed esaltarla su ogni altro potere; distogliere i chierici da ogni attivit professionale o economica propria dei laici, da ogni studio di materie profane; dare una disciplina sacerdotale, un costume sacerdotale, una coltura sacerdotale al clero, facendo di esso, nettamente distinto dai secolari, specie in ordine al celibato, l'esclusivo interprete dei libri sacri, il solo autorizzato e atto alla predicazione; rivendicar la piena indipendenza della S. Sede dall'Impero, e subordinare al Papa tutta la gerarchia, infrenando ogni velleit autonomistica di Patriarchi e Arcivescovi, dissolvendo le Chiese nazionali, autorizzando esso solo i Concili generali, presiedendoli per mezzo dei suoi Legati, diventando il supremo legislatore della Chiesa e giudice delle cose ecclesiastiche; affermare e far riconoscere che , romana ecclesia nunquam erravit, nec in perpetuum, scriptura testante, errabit"; che cio essa  infallibile. Il qual programma non  cosa nuova in s. E' avviamento e sistemazione di tendenze tradizionali, antiche quanto la Chiesa stessa, ma affievolitesi specialmente nel Decimo secolo;  ripresa di un lavoro che gi nel secolo dei Carolingi aveva trovato in Curia qualche operoso artefice, contro l'esercizio di qualsiasi autorit religiosa da parte dei monarchi francesi, "re e sacerdoti" insieme. Ma ora, tale programma riceve il suggello di una potente personalit, come  Gregorio Settimo. Esso diventa un imperativo categorico, e le rigorose sanzioni tradiscono la presenza di una mano robusta che squassa i dormienti o immemori. L'uomo di Chiesa  rivendicato tutto, con esclusivismo geloso e intransigente, alla Chiesa. La "libert ecclesiastica"  martellata, come esigenza assoluta, agli orecchi di tutti, secolari ed ecclesiastici. Questi non debbono rinunciarvi, perch non si tratta di diritto loro ma della Chiesa; quelli non debbono violarla, neanche nelle cose piccole, poich la Chiesa, come organismo perfetto e perfetta unit,  tutta offesa se una sola parte  offesa. E poi "come possono i cristiani asservire la Madre, che liber essi stessi dalla servit del peccato?"


3. - LA LOTTA PER LE INVESTITURE.

Ha cos inizio una vasta battaglia. Poich questo piano d'azione del Papato trova sostenitori ed avversari e quasi divide la societ cristiana in due campi armati, pur con molti combattenti che, nella alterna vicenda e nelle fasi successive, passano da un campo all'altro, in vista di interessi particolari e contingenti che nella grande lotta cercavan il loro appagamento. Rispondono a Gregorio, da vicino o da lontano, con vario accento e varie speranze, una parte del clero secolare e, pi ancora, i monaci. Essi sono come una democrazia: e le democrazie o si orientano verso un ben visibile capo o sfociano in un regime fortemente accentrato. Ora, anche i monaci tendono ad una dipendenza dalla S. Sede per emanciparsi dai Vescovi, perseguono il piano di una connessione universale fra tutti i monasteri riformati. Oltre i monaci, rispondono contadini, nuclei borghesi, anche feudatari e principi e Re che, sia pure in via transitoria, vedono in Roma un punto di appoggio, nel suo prestigio la garanzia di pi sicura giustizia, nella sua propaganda contro il clero simoniaco asservito ai grandi un mezzo di rivendicazione di diritti tradizionali del "populus" su la propria Chiesa, nel suo sforzo contro troppo potenti Arcivescovi e Primati un sollievo per i Vescovi e anche per l'autorit regia.
Ma il piano di Gregorio, in quanto  un energico sforzo di restaurazione ed una solenne "proclamazione di diritti" della Chiesa sui laici e di Roma anche su la Chiesa, doveva necessariamente urtare una grande massa di interessi, di sentimenti, di abitudini: Vescovi e Curie vescovili, soliti a goder larga autonomia; chierici tradizionalmente avversi ai monaci ed ora inveleniti contro questi "morti che vogliono sovrapporsi ai vivi", offesi dalla pretesa pazza di un Gregorio che "vuole far degli uomini tanti angeli", danneggiati nella for situazione familiare; gente nuova, piccoli vassalli delle Chiese, funzionari dell'amministrazione civile dei vescovadi, che tendevano a trasformar in propriet i possessi, insomma tutte quelle categorie che crescevano rosicchiando attorno e dentro alla grossa torta del patrimonio ecclesiastico; Re e potenti signori che non trovavano conciliabile il proclamato diritto della Chiesa su cose ecclesiastiche col diritto che essi vi esercitavano, e non volevano lasciarsi sfuggire di mano una ricca fonte di entrate, come era la vendita degli uffici ecclesiastici. Specialmente urtato il Regno di Germania e l'Impero che era allora nella fase di sua maggior potenza, con i principi di Casa salica, Corrado Secondo, Enrico Terzo, Enrico Quarto, riusciti a farsi molto valere in Italia, in Borgogna, in Polonia, in Ungheria, in Boemia, e ad esercitare forte autorit sopra le grasse chiese ed abbazie di patronato regio, sopra i Vescovi e i Papi! Mai, come sotto Enrico Terzo, il Pontificato fu tanto nelle mani degli Imperatori e quasi demanio dei Tedeschi! Perci sul Re di Germania e Imperatore si appuntano ora, pi specialmente, gli occhi dei riformatori; e di fronte al Papa si erige pi di tutti il Re di Germania e Imperatore. Non era passato ancora un secolo dall'idillio fra Ottone Terzo e Silvestro Secondo: ed ecco il memorabile duello fra Gregorio Settimo ed Enrico Quarto, uomini egualmente passionali, veementi, ostinati, persuasi di difendere sacri diritti, oggetto di profondo odio e di caldo amore da parte dei seguaci. Il medievale conflitto fra Impero e Papato, latente da due secoli, ora per la prima volta erompe all'aperto. La questione delle investiture gli d materia. Vi , dentro l'involucro, un nocciolo piuttosto semplice. Chi, il Papa o il Re, designer e "investir" dell'ufficio, dei beni e diritti temporali i Vescovi? E la consacrazione religiosa, con l'anello e il pastorale, preceder o seguir l'investitura dei beni e diritti temporali con lo scettro? Cio prevarr nei Vescovi, e nei benefici e feudi di cui hanno godimento, il carattere sacerdotale e spirituale o quello politico? In parole povere:  in giuoco una enorme ricchezza. Chi ne disporr? I laici, il Re, fondatori, donatori, signori eminenti della terra? Oppure la Chiesa e le chiese a cui quella ricchezza fu donata e che vi hanno impresso un suggello loro proprio, la considerano tutta quanta, di qualsiasi origine e natura essa sia, anche le giurisdizioni, le citt, i comitati eccetera, legata alla funzione spirituale da un vincolo indissolubile come il matrimonio, e partecipe della stessa natura sacra dell'ufficio ecclesiastico?
Ma che ricca e complessa storia, attorno a questo nocciolo, e fusa con esso! Gi, la lotta per le investiture, come del resto tutto lo sforzo della riforma, si svolge in una atmosfera religiosamente commossa. Fermentava nelle coscienze una religiosit semplice e ingenua, viva ed operosa, indice dell'interno e profondo rinnovamento sociale. Si delineava un vasto moto che potremmo chiamare evangelico. Alla Chiesa di fatto si contrapponeva la Chiesa come avrebbe dovuto essere. Il mito della "Chiesa primitiva", della "vita apostolica", gi operava come un fascinoso richiamo, simile al pi tardo mito dello "stato di natura", che nella moderna et rivoluzionaria si contrapporr alle istituzioni storiche per demolirle. Interpretare letteralmente il Vangelo, uniformare la propria vita a quella di Cristo e degli Apostoli, diventava passione viva di uomini innumerevoli. Era un rinfrescato cristianesimo, uno sforzo di pi compiuta realizzazione sua. Cristo tornava in terra. Vivere per Cristo, morire per Cristo, pareva fosse il compito degli uomini. E si aveva, cos, la riforma monastica ed il diffuso turbamento contro il clero corrotto, specialmente contro i chierici coniugati, a cui si negava capacit di compier gli atti del loro ministero. Si aveva la proclamazione del diritto dei fedeli su la Chiesa, della loro capacit di giudicare i sacerdoti e di somministrare anche i sacramenti. Si avevano i frequenti pellegrinaggi in Terra Santa,,, la rinfocolata avversione dei Cristiani contro gli Ebrei e il nuovo atteggiamento ostile di fronte ai Musulmani, il pensiero di uno sforzo solidale per liberar il sepolcro di Cristo. Un visibile segno di questo pi vivo e pi fattivo animo religioso furono anche le mille e mille chiese che allora, quasi a furia di popolo, "coprirono di un candido mantello, simile a veste nuziale, tutto il mondo cattolico", a detta di un cronista francese del tempo; e il meraviglioso fiorire della architettura romanica, con le sue grandi cattedrali e le sue umili chiese rurali, che diedero come un suggello religioso ai nuovi nuclei sociali ed alle nuove formazioni politiche delle citt e delle campagne, lungo tutto l'undecimo e duodecimo secolo.
In una atmosfera come questa, per 30 o 40 anni, citt in rivolta o in guerra; Imperatori e grandi signori, colpiti da anatema, e sciolti i sudditi dal giuramento di fedelt; Germania e Italia, piene di armi; Roma, saccheggiata dai Normanni; il Pontefice, oggi trionfante a Canossa, domani esule e morto in terra d'esilio, pronunciando parole di amaro sconforto; la Casa imperiale, lacerata da ribellioni di figli contro i padri e da maledizioni di padri contro i figli. E quanti personaggi! Vi  anche qualche virago in elmo e corazza, a fianco del Pontefice, come Matilde di Toscana. Vi sono predicatori di crociata, come Pier l'Eremita, e creatori di nuovi Regni, come Roberto Guiscardo duca di Puglia o Guglielmo il Conquistatore nuovo Re di Inghilterra. Infine, scrittori, fondatori di monasteri, consiglieri e negoziatori di Principi e Pontefici: tutti, in vario modo, battuti in pieno o sfiorati dall'onda di questi avvenimenti. Ma ci che costituisce il segno del tempo,  la grande folla anonima, prima non mai vista, che sbuca da ogni parte e riempie la vasta scena: manipoli di monaci fattisi capipopolo e agitatori; chierici secolari in gran numero, partigiani o avversari della Riforma e di Gregorio, pronti a scagliarsi gli uni contro gli altri anche con le armi alla mano; indistinte masse di vassalli in subbuglio, di contadini e cittadini, di borghesi o minuti lavoranti, di donne accanto agli uomini, di cui si avverte di lontano il confuso vocio per le piazze e nelle botteghe, le grida di "osanna" e di "crucifige", il vario ondeggiare proprio delle folle vltesi al culto di nuovi idoli o sbigottite dagli interdetti e dalle scomuniche, di cui allora si vide per la prima volta, in mezzo a quasi tutta la grande famiglia cristiana, la potente azione. "Quel che Mario e Cesare fecero con grandi stragi, tu fai con la sola tua parola!", dice a Gregorio il poeta Alfano, arcivescovo di Salerno.


4. - MOVIMENTO INTELLETTUALE.

Di pi: un ricco paludamento dottrinario ammanta questi interessi e passioni in contrasto! Una abbondante letteratura di grossi, piccoli e mezzani scritti, in gran parte di intonazione polemica, entra in circolazione, specialmente dopo inaspritasi, con Gregorio, la lotta. E l, tutta la enciclopedia del tempo  sciorinata al sole. Cultura caotica ancora, a mosaico, fatta di frammenti mal cuciti, di "autorit" svariatissime, di costruzioni a priori. Le menti vivono ancora di molti rimasugli e solo ora si comincia a elaborare "ex novo", a organizzare, a fondere, sotto l'alta temperatura di una realt potente. Vasta rievocazione di Padri della Chiesa, di antichi canoni, di decretali vere e anche di false decretali gi fucinate due secoli prima da falsari francesi, di massime evangeliche, di testi del diritto romano, di brani tratti dai classici, di figure ed episodi della storia ebraica. Tutto serve a difesa della Riforma e di Roma o a loro confutazione. Teorie, abbozzate o perfezionate, sopra i sacramenti, la propriet ecclesiastica, la natura del sacerdozio, i diritti dei laici nella Chiesa, la podest del Pontefice di fronte all'episcopato, la posizione sua verso gli Stati, l'origine e fini e limiti del potere regio, il rapporto fra sudditi e sovrano. Da una parte, scrittori di tendenza imperialista, chierici e secolari insieme, Gregorio da Catino, Pietro Grasso pavese, Enrico di Treviri, Benone, Sigeberto di Gembloux, Benzone di Alba eccetera; dall'altra, scrittori di parte riformista, anzi curialista, il carri. Umberto di Silvacandida, Rangerio da Lucca, Bonizone di Sutri, Anselmo da Baggio, Vescovo e poi Papa, il monaco Placido da Nonantola, il cardinale Deusdedit, Manegoldo di Lautenbach eccetera, tutti ecclesiastici. I pi, di gran lunga, italiani e Ledesti. Pochissimi di altri paesi. Cio la tempesta fu specialmente nei Regni sommessi all'effettiva autorit dell'Impero. Di questi scrittori, taluni avevano partecipato alle dispute, quasi preparatorie, sollevate da Berengario di Tours, intorno alla dottrina della presenza reale o no di Cristo nella Cena, e si erano in ultimo voltati contro Berengario, affermando la presenza reale, che diventa uno dei fulcri della dogmatica cattolica ed anche il punto d'appoggio dell'azione politica della Chiesa stessa. Poich dalla dottrina della presenza reale di Cristo deriva l'importanza grande dei sacramenti e quindi della Chiesa che li somministra, considerata come la necessaria ed unica depositaria e dispensiera del divino agli uomini. Veri libelli, molte volte, quegli scritti, in cui nessuna contumelia o accusa  risparmiata agli avversari. Satira, invettiva, sarcasmo vi sono profusi. Gregorio o Enrico sono "figlio di satana", "sentina di vizio", "eretico" o "scismatico". Ognuno rinfaccia all'altro di volere spiantare il pontificato romano o distruggere fino il nome di Re. Ognuno semina a piene mani germi di ribellione nel campo dell'avversario. Contro l'assolutismo papale, gli scrittori imperialisti metton su i Vescovi, insistendo su la loro origine apostolica e sul loro proprio diritto gridando alto l'autorit del collegio cardinalizio. Ma gli altri, contro l'Imperatore, lusingano Re e vassalli, enunciano il diritto e il dovere dei sudditi di non obbedire, anzi di ribellarsi al principe che abbia contravvenuto ai dettami della Chiesa o abbia spezzato il mutuo patto che lo lega al popolo. Grande diffusione dov avere questa letteratura, in cui la politica si veste di religione ed il dibattito religioso o chiesastico sente di politica. Penetr nelle scuole, nei conventi, fra la gente comune, per opera di monaci e mercanti che sono la gente pi mobile di quel tempo, mediatori e diffonditori di idee, artefici di unit spirituale.
Fatto nuovo, questo largo interesse e questa seminagione letteraria! E si ripeter ad ogni cozzo dei due poteri, nell'ambito dell'Impero o nell'ambito dei singoli regni; ad ogni crisi politico-religiosa che squasser la coscienza dei popoli cristiani. Lo stato di lotta, come stimola le passioni, cos le menti. E' acuito il desiderio della lettura, la voglia del disputare, il critico nella interpretazione dei testi sacri o profani, che si vuole con ogni sforzo o artificio volgere in appoggio delle varie tesi. Teologia e filosofia, diritto pubblico e diritto civile, adoperati come strumento, sono, alla lor volta, sollecitati a progredire. Per quanto mentalit e pensiero chiesastico dominino ancora, pi o meno nettamente, l'uno e l'altro campo (tanto che di molte opere del tempo, quando non se ne conosca l'autore,  difficile dire se escano da mani di chierici o di secolari!), e il principio di autorit imperi, e lo sforzo dei contrapposti partiti e scrittori sia essenzialmente volto ad interpretare e utilizzare in modo diverso le stesse autorit; tuttavia si intravede gi un principio di differenziazione spirituale, che risponde alla iniziata ed ora accentuata differenziazione sociale e pratica, negli elementi confusi della societ medievale. Essa comincia a metter di fronte, con qualche carattere loro proprio e qualche consapevolezza, non solo ceti e classi ma anche nazioni. E' innegabile, durante la lotta per le investiture, un atteggiamento diverso di Italiani e Francesi da una parte, di Tedeschi dall'altra, in rapporto al Papato. Questo trov in Italia e in Francia i maggiori aiuti, cominciando dai monaci di Cluny e dai grandi fondatori e riformatori di monasteri, come S. Romualdo, S. Pier Damiano, S. Bernardo; trov invece in Germania i maggiori ostacoli. Alcuni concili, come quello di Clermont nel 1095, videro accorrer quasi solo i Vescovi di Francia, Italia e Spagna, che furono poi le regioni stesse dove il grido per la Crociata dest i maggiori echi. I Tedeschi cominciano ora a stringersi all'Impero come a cosa propria, e veder nel Papato una istituzione di Latini. Roma, da parte sua, per bocca di Gregorio Settimo e, pi, dei successori, identifica nei momenti di lotta Impero e Tedeschi, rievoca di fronte a questi il ricordo dei Germani antichi e delle antiche offese, alimenta negli Italiani il senso della loro individualit nazionale e dei comuni interessi di fronte ai "barbari". Nelle vicende dell'Undicesimo e Dodicesimo secolo,  in germe quella tensione nazionale che contribuir pi tardi al distacco dei Tedeschi dal cattolicesimo romano. Di siffatta differenziazione, sociale o nazionale, la Riforma e le lotte che la accompagnarono sono, insieme, segno e fattore: quasi che in quelle lotte ogni uomo fosse costretto ad assumere o ritrovare un suo pi preciso volto e prendere, l'uno di fronte all'altro, una pi netta posizione, seguire un costume o un altro, una legge o un'altra, sentirsi di una gente e di un'altra.


5. - LA NUOVA CHIESA, IL NUOVO PAPATO.

Si delinea cos la nuova Chiesa, quella che noi moderni conosciamo, sempre pi differenziata, individuata, coerente, monarchica. Sopra di essa e identificandosi con essa, il Papato, a tendenze centralistiche e assolutistiche che rispondono, oltre che ad interessi della Curia e di ristretti circoli clericali, ad interessi e bisogni largamente diffusi nella gerarchia e, in questo momento, anche nella societ civile. Sollecitato, spinto in alto da tutte queste forze variamente cointeressate, nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, alla sua potenza, il Papato, come sempre fa chiunque vive fortemente il presente e guarda ad alti segni davanti a s, ha ripreso contatto con la tradizione dei suoi tempi migliori, si  fatto alla sua volta ispiratore e condottiero. Dalla lunga lotta esso non esce in tutto vittorioso. La riforma morale del clero, in quanto programma massimo, non si  realizzata n poteva realizzarsi se non in modesta misura. Il Concordato di Worms, con cui la battaglia si chiude nel 1122,  una transazione fra Enrico Quinto e Callisto Secondo. Dopo tanto aspro contrasto, dopo tanta e cos assoluta contrapposizione di programmi e dottrine, si era in ultimo fatta strada la voce di uomini pi temperati, specialmente da paesi rimasti un po' al margine della contesa, come poteva essere la Francia: cito, ad esempio, Teodorico di Verdun ed Ivo di Chartres. Il Concordato di Worms abbozzava, all'ingrosso, una separazione e ripartizione di compiti e diritti. Diceva esso: i Vescovi saranno eletti dalla Chiesa, ma con l'intervento anche dell'Imperatore o di chi lo rappresenti; la consacrazione e l'investitura del feudo e la consegna dello scettro le far l'Imperatore. Cos in Italia e in Borgogna. Salvo che, l, preceder la cerimonia ecclesiastica, qui la cerimonia secolare.... Ma, pur con questa transazione, l'Impero ha ricevuto una forte scossa. Monarchie universali ed elettive essa ed il Papato, l'una ha visto diminuire la disciplina dei soggetti, vacillare la base su cui poggiava cio l'investitura dei Vescovi, rallentarsi la coesione dei territori e dei Regni di che era composta, affievolirsi spiritualmente la sua universalit; l'altra, crescere quella disciplina, rafforzarsi quella base e quella coesione, dilatarsi quella universalit. L'una si sente scossa nell'alta idea di s, che aveva animato un Ottone Terzo o un Enrico Terzo; l'altra  giunta ad una coscienza del proprio valore e dei propri diritti, altissima. L'epoca di Gregorio Settimo  anche l'epoca di cui i Regni, specialmente quelli di nuova formazione, nati dalla conquista o dalle guerre contro Arabi e Greci e bisognosi di aiuto, fanno atto di sudditanza feudale alla S. Sede. Anche l'Impero d'Oriente, pure scismatico, chiede ripetutamente aiuto a Roma contro la minaccia dei Turchi.
Si apre la serie dei grandi Pontefici, quasi generati dalla nuova Chiesa e pari alle presenti sue necessit, politici e giuristi oltre che sacerdoti, spesso buoni finanzieri, come chi deve amministrare una azienda sempre pi vasta e complicata e controllare un crescente movimento di denaro. E realmente, cominciano in questa epoca a confluire in Roma, da ogni parte dell'orbe cattolico, con insolita larghezza, censi e tributi che sono il segno di questa nuova coerenza della Chiesa ed autorit del suo capo e rivendicazione di possessi, ed insieme l'indice di una nuova economia del mondo cristiano: due ordini di fatti che non sono senza qualche rapporto fra di loro. Si costruisce il diritto della Chiesa, il "novum jus decretalium", che emana principalmente da Roma. Sono della seconda met del secolo, per opera di alcuni degli scrittori e polemisti stessi della riforma e delle investiture, le prime notevoli raccolte di canoni, avanti che il monaco Graziano, nel convento di S. Stefano in Bologna, faccia fra il 113o e il 1140 la sua grande compilazione, il "Decretum": documento significativo, queste e le successive raccolte, della maggiore unit e personalit morale e giuridica
della Chiesa, nonch del cresciuto potere del suo capo. Si affaccia `un'era di studio intenso del diritto ecclesiastico, come, del resto, di ogni disciplina giuridica (Irnerio appare adesso, fra l'Undicesimo e il Dodicesimo secolo; ed appare Bologna!). I maggiori Pontefici sono anzi, per un paio di secoli, forti giuristi essi stessi: ricordiamo Alessandro Terzo (1159-1181), Innocenzo Terzo (1198-216), Gregorio Nono (122-41), Innocenzo Quarto (1243-54)3 Bonifacio Ottavo (1294-1303). Col diritto ecclesiastico, teologia e filosofia scolastica, che danno il suggello del pensiero a questa costruzione che  la Chiesa medievale e papale, poggiata sopra la dottrina (lei sacramenti. Attivit pratica e attivit teoretica o intellettuale insieme, sopra un campo sempre pi vasto e con l'ausilio di forze sempre pi numerose e disciplinate: specialmente gli Ordini monastici, che costituiscono come i quadri dell'esercito. Da principio, i Cluniacensi. Poi, i Vallombrosani e i Camaldolesi in Italia; i Premonstratensi (Capitoli di cattedrali o collegiate, datisi anche essi una "regola"), specialmente in Germania; i Certosini, sorti per opera di Brunone di Reims presso Chartreux, ed i Cistercensi nati a Citeaux con Roberto di Malesmes. Pi tardi, in momenti di nuove riforme e di nuove battaglie, i Mendicanti; e pi tardi ancora, i Gesuiti ed i rimanenti "Ordini", destinati nel Sedicesimo secolo a fronteggiare il moto protestante. Specialmente i Cistercensi. Nati dal tronco dei Cluniacensi, ne diventano presto concorrenti e rivali nell'opera di propaganda del programma papale, ed infine li soppiantano, non senza viva lotta, quando i Cluniacensi hanno rallentato lo slancio primitivo e l'ardente ascetismo, quasi assorbiti anche essi dal mondo. Rapido logorio di tutte le forze, assoggettate ora ad un lavoro pi intenso; ma anche rapido loro germogliare dalla terra che quel lavoro stesso rende pi feconda: ecco il tratto della nuova epoca che ora albeggia! Grande diffusione dei Cistercensi, in Francia, in Italia, in Germania, nei Paesi Bassi ed anche fra Anglo-Sassoni e Scozzesi e Scandinavi. Sorgono per opera loro, in questi ultimi paesi, i primi conventi che segnano la vittoria del Cristianesimo o il suo riemergere, dopo secoli di decadenza e quasi di rifiorito paganesimo. Essi sono come guarnigioni o colonie dedotte per assicurar territori di nuova conquista! La restaurata grandezza del Papato coincide con questa ripresa di attivit missionaria e di espansione fra Slavi, Germani dell'estremo nord europeo, Irlandesi ancora infedeli o tornati, negli ultimi secoli, ai vecchi idoli e riti. Spirito imperialistico anima la nuova Roma gregoriana. "Quibus imperavit Augustus imperabit Christus", essa dice. E pi oltre ancora! Quel che erano stati i Benedettini nei primi secoli del monachesimo sono ora, con azione assai pi viva in un mondo che  tutto assai pi vivo, i Cistercensi ed i cento e cento loro monasteri disseminati vicino alle citt, o nelle campagne acquitrinose e boscose ora da essi bonificate, o in lontane terre sopra cui l'Europa ora avanza, ampiando il suo cerchio. Emerge da Cistercensi, nei primi decenni del Dodicesimo secolo, una personalit di alta statura morale, S. Bernardo, fondatore e Abbate del monastero di Clairvaux (Chiaravalle) in Champagne, grande animatore di vita religiosa e di crociate, con gli scritti e la predicazione e i molti conventi che egli istitu; ispiratore ed ammonitore di Papi e principi: vissuto fra ascesi e azione pratica, fra lavoro manuale imposto dalla regola ed attivit missionaria in Francia, in Germania, nelle discordi citt italiane. Donde la grandissima fama che lo circond vivo e, pi ancora, dopo morto (1153). Egli rappresenta assai bene questa et dominata, come mai prima di adesso, dalla Chiesa: la quale, per un verso rinnega il mondo; per l'altro, tende sempre pi, dopo essersene affrancata, a dominarlo, sia pure per servirsene come strumento ai suoi pi propri fini.
Del resto, questa variet e quasi contradditoriet di aspetti , pur dentro l'involucro essenzialmente religioso, in tutta la vita dell'Undicesimo e Dodicesimo secolo. La Chiesa, in ci,  fedelmente il suo tempo. E' una parte ed  il tutto. Quei secoli, mentre ci presentano ci che per noi  tipico Medio Evo, cio ascetismo, trascendenza, dualismo cielo-terra, disprezzo e rigetto della vita civile e dello Stato, ritenuto come rimedio contro il peccato o addirittura prodotto diabolico; ci preannunciano anche nuovi bisogni, nuovi ideali, nuove forze, insomma un nuovo mondo che nega il Medio Evo. Questo nuovo mondo  gi in cammino e comincia ad affiorarne qualche elemento. Esso vorr dire pi larga vita di popolo, movimento ed espansione di genti, pi forti Monarchie e potere statale, decadenza di aristocrazia feudale, pi vaste ed organiche unit politico-territoriali eccetera Ora, qualcosa di tutto questo non si sta realizzando nella Chiesa riformata, nel rinnovato monachesimo e nella pi attiva partecipazione dei fedeli alla vita della Chiesa, nella sua organizzazione ed unit, nell'abbassamento della sua aristocrazia (l'episcopato), nel suo centralismo amministrativo ed assolutismo papale? E per realizzarlo, la Chiesa utilizza forze e impulsi e interessi di ogni genere della societ tutta quanta, si fa forte di certo spirito di ribellione diffuso in mezzo ai ceti minori del laicato e quindi promuove queste forze e interessi, riscalda questo spirito di ribellione, aiuta l'affiorare della vita pi profonda. Si pu dire addirittura che questa vita pi profonda ha trovato nelle vicende chiesastiche dell'Undicesimo secolo la sua prima e indiretta espressione.



Capitolo dodicesimo.
All'alba del nuovo millennio.


1. - RIPRESA DI VITA AGRICOLA.

Che cosa  avvenuto, che cosa avviene in mezzo alla societ feudale e contadinesca che noi conosciamo, seminata di piccole e non bene distinte citt, quasi acefala, agitatissima negli strati superiori, torpida e lenta negli strati profondi? Certamente, anche gli strati profondi si stanno mettendo in moto ed ormai cominciano ad apparire in piena luce; certamente, le energie spirituali che abbiamo visto esprimersi nella pi fervida religiosit di tutti, nella passione con cui anche il popolo ha partecipato alla lotta della Chiesa per la sua riforma, investono la intiera vita medievale e la trasformano. Gi  in visibile ripresa lo sforzo produttivo che, al tempo delle invasioni e del primo formarsi dei Regni barbarici, aveva toccato il suo punto pi basso. Evidenti sono, attorno al 1000, anche dai dati estremamente frammentari delle carte private, i segni di una agricoltura che riprende vigore e cerca nuova terra da coltivare e la contende al bosco e alla palude. I grandi complessi fondiari, pi o meno frammentari, discontinui, senza interni nessi da principio, specialmente quelli delle Chiese, a cui si donava anche da lontani paesi, hanno acquistato ora, per mezzo di offerte, compre, permute, bonifiche e magari usurpazioni, maggiore unit e organicit. Ed organica unit  diventata la "curtis" o "villa" o "hof", con al centro le case di abitazione e gli edifici dominicali e le piccole officine e le terre tenute ad economia; attorno attorno, la zona parcellata e messa nelle mani di famiglie coloniche, di varia condizione giuridica, che corrispondono censi in natura e denaro, donativi, prestazioni d'opera, qualche prodotto di industrie domestiche (tessuti, arnesi agricoli, tegole eccetera); infine, boschi e pascoli, elemento essenziale di una economia cos fatta, per i bisogni di tutta l'azienda, che deve, all'ingrosso, bastare a se stessa. "Il Capitulare de villis", del Nono secolo, che rispecchia pi specialmente condizioni della Francia meridionale; i molti inventari di chiese e monasteri; documenti spiccioli di compra-vendita, donazione, permuta eccetera, ci permettono di veder chiaro in tutto questo.
Un ordinamento di tal genere, che incontrasi particolarmente oltre Alpe, cio in regioni meno popolate, di pi potente aristocrazia e di economia assai arretrata, realizza un progresso: progresso per la produzione, per il movimento e lo scambio dei prodotti, per gli stessi contadini, messi in condizioni pi propizie per accumulare un peculio, associarsi, farsi valere. Le corti sono, in taluni paesi, un complesso organismo economico e sociale, ove si attua una divisione e coordinazione di lavoro assai proficua: in particolar modo quelle monastiche, sperdute assai spesso in mezzo a regioni semideserte che i grandi cenobi hanno contribuito a metter in valore. Artigiani di ogni specie vi sono ora raccolti, cio carpentieri, fabbri, muratori eccetera: uomini liberi divenuti monaci o conversi, oppure servi del monastero venuti su alla scuola dei primi. Si vede questo non tanto in Italia, a Farfa, a Nonantola, a Bobbio, a S. Salvatore del Monte Amiata, a S. Salvatore di Brescia, a S. Vincenzo sul Volturno eccetera, quasi tutti situati entro o vicino a citt, quanto a S. Gallo, a S. Vittore di Marsiglia, a Fulda, a Reichenau, a Corbie, a S. Martino di Tours, a S. Emmerano presso Ratisbona eccetera Ed anche artisti, cio marmorari e scultori, orefici, pittori, decoratori di vetrate, architetti, miniatori. La costruzione del monastero e della chiesa  spesso fatica secolare; l'opera di restauro e di arredamento esige una specializzata mano d'opera che attende al suo lavoro come ad un servizio divino. E' ambizione e vanto di molti Abbati che il monastero fiorisca tanto negli edifici e nelle officine quanto nella devozione e santit! Nessuna meraviglia, quindi, che molte future maestranze di citt abbiano qui il loro ncciolo primo; ch anzi, molte citt nascono da questi centri monastici, oppure da grandi corti regie.
Nel Decimo e Undicesimo secolo, questa propriet fondiaria  anche essa agitata, come l'aristocrazia che la detiene. Oggetto di discordia fra i signori secolari, fra essi ed i Vescovi e Abbati sono, essenzialmente, le terre. Ribellioni di Grandi al Re e confische di beni e assegnazione loro ad altre famiglie sono cosa frequente. E' frequente la notizia di patrimoni monastici e di Chiese vescovili rovinati e dispersi per causa delle guerre e usurpazioni, tramandataci da quelle stesse bolle pontificie e da quegli stessi diplomi imperiali e da quelle deliberazioni conciliari che vorrebbero portarvi rimedio e che, col loro vano ripetersi, sono eloquente documento di impotenza. P. gi cominciata la vasta rapina dei vassalli, che son come le avanguardie del laicato, nel suo inconscio sforzo di riprendere possesso della terra. Eppure, il progresso agricolo non si interrompe, anzi si accentua proprio in questa fase di incertezza e turbamento. Spesso appare chiaramente che la messa a coltura di nuove terre, per un Vescovo o Abbate,  provocata dalla perdita di vecchi possessi; che si vuole ricostruire una ricchezza perduta; che si incoraggiano le concessioni a semplici lavoratori, con vantaggio dell'ente ecclesiastico e della terra, per impedire che quel che  dato precariamente sia perduto per sempre, come avviene nelle concessioni a signori o a loro ministeriali e servi. Comunque,  certo che l'aratro si spinge fra gli sterpeti, e frequente  il ricordo di terre date "ad roncandum"; che si arginano le acque e si attacca la palude, e che il coltivatore  autorizzato a coltivarla fin dove vuole e pu; che il vasto mantello di foreste, di cui anche le pianure erano in origine coperte o si erano ricoperte negli ultimi secoli, sente da ogni parte la scure o il fuoco che lo distrugge. Nella valle del Po, tutta segnata di terre paludose e di selve regie, luogo di caccia dell'aristocrazia feudale, le radure o isole emergenti dalle acque, che segnano l'opera dell'uomo, crescono. Il centro della Germania, fino al Decimo secolo, era ancora una vasta e chiusa foresta, la primitiva foresta tedesca, terrore dei Romani nella loro avanzata. Ma ora, comincia a diradarsi. I progressi sono prima e maggiori nell'ovest, minori e pi lenti ad est; prima nella pianura, poi nelle parti collinose e montane, campo riservato specialmente ai Cistercensi e Premonstratensi.


2. - SVILUPPO DEMOGRAFICO E DI VITA ECONOMICA.

Naturalmente, sta crescendo la popolazione, gi radissima, causa ed effetto insieme del crescer della produzione. Ed  un apparire di uomini dove non erano mai stati, od un loro ritornare dove solo negli ultimi secoli essi erano scomparsi: cos in molte plaghe della penisola italiana. Non pi le "altae solitudines" della Valle padana o della Toscana, quali si affacciavano nel Quinto e Sesto secolo agli occhi del viandante, e anche degli stessi barbari invasori, create o dalla diminuita natalit o dalle epidemie e carestie o dall'esodo degli abitanti o dalle vaste razzie dei Borgognoni e Franchi e Vandali, in cerca di bottino e di schiavi. Invece, innumerevoli villaggi e castelli, non mai prima incontrati, ci segnalano le carte dopo il Nono secolo: specialmente nei grandi possessi fondiari delle chiese, meta di molti servi fuggiaschi, o presso monasteri e santuari, nel centro e a difesa delle corti, lungo le zone di confine o le vie pi battute, vicino ai ponti o ai guadi dei fiumi. Spesso noi assistiamo al loro nascere o, almeno, al loro svilupparsi e quindi cingersi di mura e fossati, per iniziativa o di Signori o di nuclei di alloderi. Dove erano selve o paludi, fanno la loro apparizione i "Frassineto", i "Carpineto", i "Bosco", i "Rovereto", i "Ronchi" o "Roncaglia", gli "Anguillara" o "Pal", i "Cervera" o "Falconara". La bonifica di terre incolte e abbandonate, per l'interesse sempre pi vivo dei proprietari di sfruttar la loro inerte ricchezza; il permanente stato di guerra feudale; lo sviluppo del feudalismo e la moltiplicazione e divisione dei vari rami delle grandi famiglie; le continue scorrerie di Ungheri e Slavi e Saraceni lungo le coste italiane o per il varco delle Alpi Giulie o fino nel centro della Germania, spiegano questo pullulare di villaggi e "castra" che rappresentano in parte accrescimento assoluto, in parte spostamento e concentrazione di abitanti; come spiegano il risorgere di molte vecchie mura cittadine, semidistrutte, o la costruzione, gi nell'Undicesimo secolo, di nuove cerchie pi ampie delle antiche. Villaggi, castelli e citt protette di solide mura, come accolgono da fuori e proteggono la popolazione che cresce, cos accelerano il ritmo del suo crescere, entro delle mura.
Non solo. Ma, sviluppandosi e moltiplicandosi i vecchi e nuovi agglomerati cittadini e rurali, si sviluppano e moltiplicano i bisogni, le attivit e le attitudini, si differenzia la popolazione e il suo lavoro, si formano o rinsanguane categorie sociali nuove o gi anemizzate. Molta gente si sottrae un poco alla ferrea dipendenza dalla terra su cui e di cui vive: quindi, per vivere, compra e, poich compra, vende. Quindi, artigiani e mercanti, vicino e in mezzo a contadini; e contadini che vedono formarsi non lontano un luogo di smercio per le loro derrate e di acquisto per i manufatti; e industria domestica che decade, perch meglio provvede a certe esigenze della famiglia l'artigiano o il mercante girovago o il mercato mensile o annuale che si viene diffondendo sempre pi; e chiusa economia della corte che si rompe, lascia penetrare e lascia uscire merci e derrate e uomini; e denaro che circola con qualche maggior abbondanza, consentendo un diverso tenore di vita a signori e principi, aumentando il loro lusso e quindi il lavoro di chi deve soddisfarlo, preparando nuovi sistemi tributari e nuove relazioni fra governanti e governati, rianimando le finanze del Re, non pi costretto, come prima in molti luoghi avveniva, a vivere nomade con la sua corte, di castello in castello, fino a consumazione delle risorse locali.
Dato tutto questo, anche la condizione delle persone si avvia a mutamenti profondi. La servit della gleba  urtata e scossa e si vede, nelle grandi aziende agrarie, diminuir il numero dei servi e crescer quello dei liberi; ridursi la terra coltivata ad economia col lavoro servile, ed aumentar quella data a conduzione autonoma. Il maggiore sforzo produttivo, che si chiede o si impone ai contadini, si risolve in maggior libert, limita lo sfruttamento incondizionato e arbitrario, sostituisce patti bilaterali ai vecchi rapporti di dipendenza assoluta e di impero, e nella immediata vicinanza determina una ripartizione di prodotti pi favorevole ai coltivatori, accresce il loro diritto su la terra. Solo cos si possono attirare uomini dal di fuori o impedire che i dipendenti se ne vadano, seguendo i richiami che si fanno sempre pi numerosi e lusingatori, in questo generale risveglio di attivit. Anche la costruzione, sorveglianza e difesa dei castelli, mentre addossa ai contadini e alloderi nuovi oneri a beneficio del signore per la cui iniziativa o sul cui suolo i castelli sono sorti, conferisce loro anche diritti, ne promuove certa autonoma attivit, li avvicina e li associa pi stabilmente, determina la formazione di organi di vita collettiva: se non altro, per il solo fatto che la concessione delle terre, in corrispettivo dei servizi da prestare per il castello,  fatta solidalmente al gruppo e solidalmente il gruppo deve compiere quei servizi. Noi abbiamo migliaia di carte di siffatta concessione, che sono veri atti costitutivi di piccole collettivit organizzate, con carattere volontario sempre pi esplicito, ad integrazione della unit creata dalla dipendenza verso un comune signore, dal bosco e pascolo di uso collettivo, dalla chiesa che raccoglie intorno a s gli abitatori della parrocchia ed ora, con la Riforma, risveglia nei fedeli il senso di antichi diritti, fra spirituali e temporali, per la elezione del rettore e il controllo del patrimonio chiesastico. Leggendo queste carte, abbiamo il senso di una nuova societ che si sta costruendo o rinnovando dalle fondamenta.


3. - TRASFORMAZIONE E CRISI DEL MONDO FEUDALE.

Anche il mondo feudale, nel senso stretto di questa parola, ha arricchito i suoi quadri e, vivendo e operando, ha generato in s e di s forze nuove. Nei paesi a feudo franco, cio indivisibile e trasmissibile solo o quasi solo al primogenito, per meglio garantire al signore la prestazione del servizio militare, si  formata una classe di senzaterra che hanno appena quanto basti per equipaggiarsi e militare a cavallo. Essi, pur avendo nascita nobiliare e conducendo vita cavalleresca, stanno al margine del feudalismo e contribuiscono a corroderlo. Sono poveri, avidi, rapaci, piuttosto avversi ai grandi feudatari, animati da spirito di avventura. Sciolti da vincoli feudali e dall'obbligo dell'omaggio verso chicchessia, legati pi alla loro spada che ad un feudo o ad un castello, essi hanno una libert di movimento che consente loro di foggiarsi da s la propria vita; li spinge, eguali come sono nei diritti nei doveri e nei bisogni, ad avvicinarsi e solidarizzare; li rende ben disposti verso le manifestazioni della cultura e inclini a certa raffinatezza di costume. La viva religiosit che  propria di questo tempo ha la sua parte nel determinare siffatti atteggiamenti. Su la piccola feudalit diseredata, da principio violenta e crudele, agisce molto la Chiesa che cerca di frenare le guerre, inculcare il rispetto dei beni e delle persone ecclesiastiche, particolarmente presi di mira dai grossi e piccoli signori, assicurar protezione ai deboli. E cos, quasi pel confluire di due correnti da due diverse parti, abbiamo quel che si chiama la Cavalleria, modo di vivere e di sentire, costume, amore irrequieto di cose lontane, pi che istituzione vera e propria. Essa rappresenta come una vittoria della Chiesa su la violenza dell'et feudale, che viene un po' attenuata, un po' rivolta verso fini determinati e pi alti; nel tempo stesso che anche la Chiesa indulge allo spirito cavalleresco e guerriero, addita ai cavalieri le vie della salvezza dell'anima e dei godimenti terreni, predica pellegrinaggi e crociate, incoraggia e riconosce Ordini monastico-cavallereschi che si aggiungono agli altri Ordini pi propriamente religiosi sorti con la Riforma. Tutto questo, specialmente in Francia, anzi nella Francia meridionale, a cui  riservato un alto posto nella storia della poesia.
Dalla Francia, poco o molto, il costume cavalleresco penetra in tutta l'Europa romano-germanica, informa di s la vita dei cavalieri, cio della gente che militava a cavallo, fosse questa di origine nobiliare e libera o servile e contadinesca, tutti eguagliati dalla eguale condizione di fatto in cui vivono, nel modo stesso che la eguale condizione di fatto ha eguagliato, su la gleba cui appartengono, gli antichi liberi e gli antichi servi. Si forma cos una classe di persone nella quale ognuno si considera membro come di una grande corporazione, tenuto obbligatoriamente ad un certo codice d'onore e quasi esecutore e interprete di una legge divina: classe di persone non chiusa da principio, ma aperta a tutti, con dignit non ereditaria ma personale, con diritto in ogni cavaliere di armare altri cavalieri, con un sentimento di fraternit che mette il pi umile di essi allo stesso livello del cavaliere-imperatore, quasi segnati dallo stesso crisma. Almeno cos fino al Dodicesimo secolo, quando da una parte la tendenza dei cavalieri di serrare le file e differenziarsi, dall'altra la tendenza dei monarchi di indebolire i grandi feudatari togliendo loro il diritto di crear cavalieri di bassa origine, riescono a identificare cavalleria e nobilt.
Qualcosa di diverso, nei paesi a feudo longobardo, divisibile ed alienabile, a contenuto e finalit non solo e tanto militari ma anche e pi economici. Ad esempio, nell'ambito del Regno d'Italia. Qui, le divisioni del possesso feudale, la formazione di un grande numero di signorie locali, l'entrata di molti uomini liberi al servizio di signori che aspirano ad avere grande seguito di armati e partigiani, hanno dato vita ad una numerosa piccola feudalit di "secondi militi" e di "valvassori" (vassalli di vassalli), che forma il nerbo della forza bellica dei maggiori feudatari e rivela la sua presenza nelle guerre e negli accadimenti politici del Decimo e Undicesimo secolo. Ad esempio, essa partecipa alle contese per il Regno ed alla reazione della feudalit secolare contro quella ecclesiastica. A migliaia, questi militi seguono Arduino contro Enrico di Sassonia e contro i Vescovi piemontesi o lombardi che lo avevano aiutato a conquistar la corona. Vivono costoro nei castelli di cui sono investiti, ma tendono ad orientarsi verso le citt. Sono gli ultimi o quasi nella gerarchia feudale, sono i primi fra gli elementi sociali nuovi che cominciano a farsi innanzi, battono su Vescovi e feudatari maggiori, promuovono la autonomia delle citt. Come i contadini cercano porre fine ad un regime di arbitrio e assicurarsi un maggior diritto su la terra ed i suoi frutti, cos questi vassalli chiedono limitazione di servizi militari, norme di meno incerta giustizia con tribunale di pari, garanzia di stabilit nel possesso del feudo, per s e gli eredi. Nell'alta Italia,  grossa questione, appunto, quella della ereditariet del feudo. I valvassori si agitano per questo, fanno massa nelle campagne, combattono apertamente i capitani, che sono gli immediati signori. Fra i quali primeggia l'Arcivescovo di Milano, Ariberto. E pare che anche i contadini si mescolino alla contesa. Ormai essi non rimangono estranei alle tempeste che rumoreggiano sul loro capo. Oltre Alpi, si ha l'impressione di uno sconvolgimento e sovvertimento totale: "Un valido patto giurato si costituisce in Italia. I militi minori, oppressi dai maggiori, fanno resistenza. Gente di condizione servile cospirano pur essi iniquamente contro i loro signori e si dnno giudici e leggi, mescolando lecito e illecito". Cos racconta l'annalista di S. Gallo in Svizzera. Ed agli Italiani che "avevano fame di leggi", secondo l'espressione del suo biografo tedesco, Corrado diede nel 1037 la desiderata legge che assicurava la ereditariet. Era un passo verso la libert del possesso, verso la propriet schietta della terra, verso la dissoluzione del sistema feudale.
Questi "valvassori e "secondi militi" sono una piccola nobilt originaria. Ma anche da noi vi  gente salita alla milizia dal basso. I bisogni della guerra hanno fatto si che moltissima gente addetta ai campi  stata armata, fornita di un cavallo, abilitata alla milizia. Siamo in un tempo in cui la guerra si combatte con gente a cavallo assai pi che con la gente a piedi. Nell'anno 811-8, Pasquale Primo papa doveva ammonire l'Arcivescovo di Ravenna di non voler distrarre a scopi militari i coloni e parziari e servi della sua Chiesa, e di assolvere da ogni funzione e dignit militare quelli che di tale funzione e dignit egli aveva investito. E un secolo dopo, il vescovo Raterio rimproverava il suo nemico Nannone, conte di Verona, di portargli via persino i chierici, per mutarli in militi. Arduino di Ivrea, correndo di citt in citt a combattere i Vescovi suoi nemici, armava i servi delle chiese per rivolgerli contro i loro signori.... Aggiungi i funzionari di origine servile, addetti a vari servizi di amministrazione e di sorveglianza delle grandi corti e provvisti di feudo. Aggiungi i molti servi elevati al sacerdozio, nelle chiese di patronato privato. Entrati nella milizia, negli uffici curtensi, nelle file del clero, questi servi o quasi servi hanno aperta davanti a s la via della fortuna, anche senza regolare affrancamento. Abbandonare la vanga, , ora, ascendere nella scala sociale. Le possibilit crescono, di ogni genere. E si parla continuamente, nelle carte del tempo e nelle cronache monastiche, di questi servi ingrassati vicino al signore, che fuggono col peculio, che comprano beni per interposta persona, che col denaro si procurano "falsi testi di libert", che tessono intrighi e commettono rapine in sedevacanza di vescovadi ed abbazie o in momenti di nuove elezioni. Pi ancora: contraggono matrimonio con donna libera. Poich si sa che a filius matrem sequitur", come suona la massima romana ora accolta dai tribunali: cio, da madre libera, figlio libero, indipendentemente dalla condizione del padre. Particolare importanza per il suo numero, per le funzioni che esercit, per la forza che seppe acquistare, specialmente dove tard a formarsi artigianato libero e borghesia, ebbe in Germania la classe dei ministeriali, cio servi addetti ad un "ministerium", ufficio o servizio, civile o militare. Nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo essa ha, entro le corti vescovili o principesche o regie, suoi propri statuti e assai si innalza nella scala sociale.
Diplomi e costituzioni imperiali e regie, bolle pontificie, atti di Concili (vedi ad esempio quelli del Concilio pavese, anno 1022, presenti Enrico Terzo imperatore e Benedetto papa) mettono chiaramente in luce, sopra un vastissimo campo, questo salire di bassi strati, mediante il servizio personale, questo anelito alla libert conquistata con tutti i mezzi, questo riflettersi della mutata condizione economica del servo e del contadino su la condizione giuridica sua. In Italia e in Francia, prima che altrove. A mezzo il Dodicesimo secolo, uno scrittore francese, Pietro di Blois, poteva lamentare la "incerta discendenza degli uomini del suo tempo, per cui  spesso ritenuto figlio di principe chi  figlio di un servo". E realmente non poca parte della mezzana e piccola aristocrazia ha, in Europa, origine servile. Dopo aver assolto alcune delle funzioni che poi saranno della borghesia, quel servidorame diventa nobilt, quando nasce, si sviluppa, si ramifica, si insinua da per tutto il ceto della vera borghesia. Viceversa, nei secoli stessi che questa nuova vegetazione cresceva, le vecchie piante o molte di esse accennavano ad essiccarsi. Si  gi estinto buon numero delle casate che avevano dato i Conti dell'et carolingia: ed in parecchi casi, questa estinzione aveva agevolato l'ascesa dei Vescovi al governo delle citt. Molta grossa feudalit, dove il feudo era divisibile,  decaduta o rapidamente ora decade. Di grossi Signori, morsi dai debiti usurari, gi comincia ad aversi notizia nell'Undicesimo e pi se ne avr nel Dodicesimo secolo. Non parliamo poi di innumerevoli vescovadi ed abbazie che hanno visto il loro patrimonio fondiario assottigliarsi per le ruberie dei feudatari laici e per le usurpazioni dei vassalli. In altre parole,  gi in corso il processo di sfaldamento della grossa propriet fondiaria e quindi della aristocrazia feudale. La terra accenna a mobilitarsi anche essa, come gli uomini. Il sangue defluisce nuovamente dal centro alla periferia e comincia a rianimar tutte le membra.


4. - RAVVIVARSI ED ESTENDERSI DEL COMMERCIO E DELL'INDUSTRIA.

Ed altri fatti che sono poi, insieme con quelli gi esposti, le varie facce di un solo poliedro, balzano agli occhi. Le rade e sottili e intermittenti linee del traffico mondiale si stanno facendo pi numerose e visibili e regolari. E mentre finora era specialmente traffico di merci straniere, fra paesi lontani e diversi, ora  anche traffico regionale e locale. Ogni castello o borgo nuovo che sorge  un mercato che si costituisce: e spesso, la concessione imperiale o regia per cinger di mura un villaggio,  anche concessione per tenervi mercato. Quando non accada - ed accade spesso - che il mercato sia esso il punto di partenza di un nuovo castello o citt e di un agglomerato sociale fornito di certi privilegi ed esenzioni fiscali, con la "croce del mercato" ergentesi sulla folla dei contrattatori e sul cumulo delle merci, come simbolo della "pax regia", cio della speciale protezione largita dal Re, anzi simbolo della citt stessa. Cos nella Germania, in particolar modo nella Germania del sud; laddove nella Germania nel nord, dopo il Mille, prevale la rossa statua di Rolando paladino, del guerriero carolingio fatto tedesco da tradizioni e leggende del popolo tedesco, come anche fatto un po' italiano, pi tardi, da tradizioni e leggende del popolo italiano.
Il commercio guadagna, cos, punti d'appoggio intermedi che lo sostengono, trova lungo le sue strade minuscole sorgenti che lo arricchiscono. Gli scambi fra regione tirrenica e adriatica, fra il mezzogiorno d'Italia e la Toscana, tra la valle del Po e la Francia, tra i Paesi Bassi e la Francia e la Germania, fra la Germania ed i paesi slavi e l'Oriente pel tramite di Venezia, sono cresciuti. Nella Champagne, si incontrano le correnti commerciali del nord e del sud, dell'est e dell'ovest. In Russia e Polonia e Germania vengono in contatto, a scopo di traffico, i Tedeschi, i Normanni del nord-ovest, gli Arabi che risalgono dal sud-est. E in Polonia, circolano monete che portano inscritto il nome di un califfo e, insieme, quello di un Imperatore. Si fa tutti i giorni pi fitta la trama dei rapporti di ogni genere fra Anglo-Sassoni, Frisi, Danesi, Normanni, cio fra le popolazioni che si specchiano attorno nel mare del Nord e nel Baltico. In notevole sviluppo, un po' da per tutto, sono le piccole industrie tessili, le prime a realizzare allora i maggiori progressi, come pi tardi nel settecento, all'inizio dell'ra industriale. E nella Renania e nei Paesi Bassi, gi compaiono nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, fra libert personale e servit curtense, gruppi di tessitori, miserabili, abbandonati a se stessi, gli orecchi tesi a tutte le novit religiose, l'occhio aperto alla visione lontana di una Chiesa primitiva in cui tutti erano eguali ed i ricchi non c'erano ancora.... Qualche citt, come Colonia o Norimberga, gi esporta prodotti della metallurgia, che pure si sta facendo strada, nei paesi pi ricchi di materie prime. E Milano si prepara ad essere una fragorosa officina per la fabbrica delle armi. I bisogni della guerra, in special modo l'armamento delle milizie a cavallo, costituiscono un energico stimolante: donde la ricerca del ferro, sul mercato e nelle miniere. Progrediscono anche la tecnica della lavorazione del legno e della pietra, la fabbricazione di laterizi, lo sfruttamento delle foreste e delle cave, per soddisfare le cresciute esigenze dei costruttori di grandi edifici monastici e di nuove cattedrali, che non sono pi solo lavoratori senza nome ma artisti di alta personalit, Buschetto a Pisa, Guglielmo a Modena, il "mirabilis artifex", il "rector et magister" di quel magnifico monumento d'arte romanica. E' cresciuto l'uso dei metalli preziosi, a servizio del lusso privato e della monetazione, che, decaduta dopo Carlo Magno, riprende e si diffonde con certa rapidit dopo l'Undicesimo secolo, prima d'argento, poi anche d'oro. Si ricorreva, per tali scopi, al metallo delle monete arabe, di cui erri una discreta quantit sul mercato europeo, alla importazione della materia prima dall'Oriente che ne era ricco, alla escavazione del sottosuolo. Ed ecco l'industria mineraria, che nasce o riprende l dove gi i Romani avevano frugato. Nel Decimo secolo, si inizia lo sfruttamento di terre argentifere in Sassonia; e nell'Undicesimo , si vedono accorrere cercatori d'oro, di rame, d'argento in altre regioni di Germania, in Toscana, Sardegna, Ungheria eccetera.
Insomma, lentamente ma con moto accelerato, si volgono gli uomini contro la materia inerte ed escono dall'isolamento, si evolve la vita ancora primitiva delle regioni periferiche, si attenua la diffidenza delle popolazioni per i contatti col di fuori, l'opinione della gente un po' disarma davanti al commercio ed al mercante, guardati nel Medio Evo come manifestazione e quasi incarnazione dello spirito del male: "mercator, ergo peccator". Idee nuove, costumi nuovi, abilit tecniche eccetera marciano ora col commercio e si diffondono. Il commerciante  anche esso una aristocrazia di nuovo tipo, armata specialmente di accortezza, chiaroveggenza, adattabilit, attitudine a simulare e dissimulare. E non si muovono solo mercanti, ma anche nuclei di artefici, dalla Francia all'Inghilterra, dai Paesi Bassi alla Germania eccetera, chiamati alle nuove costruzioni religiose. Specialmente ne partono dall'alta Italia, anzi dalla Lombardia, gi da secoli punto di irradiazione di costruttori. Ma ora aumentano e vanno pi lontano. Alla fine del Decimo secolo, si mette in viaggio verso la Borgogna Guglielmo da Vulpiano. Egli capeggia una piccola spedizione in cui sono uomini "litteris bene eruditi" ed altri "diversorum operum magisterio dotti". Con tutta probabilit, laici, a differenza di quel che sono altrove architetti e artefici. E' opera loro, fra l'altro, la costruzione della chiesa di S. Benigno in Digione. E dall'Italia ne vanno in Catalogna, ne vanno in Germania, ne vanno verso le isole tirreniche. Da Pisa si disseminano per la costiera maremmana fino a Roma, nell'isola d'Elba, in Corsica, in Sardegna. Sono i "fabbri" che nel 1090 Daiberto, arcivescovo di Pisa, prende nella sua protezione.
Questo commercio, di cui si moltiplicano i piccoli rigagnoli e crescono di volume le grosse correnti, batte in generale le vecchie vie romane; poich l'antico reticolato delle strade, tutte segnato di monasteri, ospizi, xenodochi, in ispecie su gli alti valichi o presso ponti o ai guadi dei fiumi, non subisce notevoli modificazioni e sviluppi, avanti il Dodicesimo e Tredicesimo secolo. Esse serve ai mercanti, come serve ai "romipeti" o pellegrini, vlti verso la citt eterna. Serve alle cose venali e serve alle leggende sacre, ai racconti cavallereschi che si diffondono dalla Francia. Famose, fra queste strade, la "Via francigena" che gi abbiamo ricordato; la "Via teutonica", che dalle Alpi Carniche scendeva a Modena e valicava l'Appennino. Nodo stradale importante  Pavia, centro della valle padana, sede della amministrazione regia, ricca di traffici ancora nell'Undicesimo secolo, prima che Milano la sopravanzi. Per Pavia passavano o l si fermavano, come a termine del loro viaggio, Veneziani dall'est, Napoletani, Gaetani, Amalfitani dal sud, Angli e Sassoni dal nord. I quali ultimi si francavano dai dazi solo offrendo al Palazzo regio, ogni tre anni, oggetti di argento lavorato e lance e spade cesellate, di buona tempra: modelli di piccola arte, anche per gli artefici nostrani, come altri oggetti di provenienza francese. Si venivano popolando di natanti, poi, i fiumi navigabili che collegavano fra loro le grandi corti monastiche e signorili e regie, le citt dell'interno fra di loro, le citt costiere col retroterra. Il Po, il Reno, il Rodano, la Senna, la Saona, il Tamigi, il Danubio, i fiumi stessi della Russia che, scorrendo in opposta direzione, tutta la attraversano da nord da sud, stanno acquistando o riacquistando importanza nell'economia di quelle regioni. Di porti e approdi rivieraschi, nuovamente istituiti, con relativi diritti del Fisco regio o di privati signori, assai spesso parlano le carte del tempo.
Anche la navigazione marittima, naturalmente, riprende lena da per tutto, nei piccoli e grandi mari che circuiscono l'Europa. Essi cominciano a non dividere pi ma ad unire. E come invogliano alle audaci imprese guerriere, cos anche al commercio. Guerra, pirateria, scambio di merci e derrate sono, in questo tempo, una cosa sola; ed ogni nave che veleggi carica di mercanzie  armata per la battaglia. Il Mediterraneo torna ad essere una grande strada battuta, fra le coste tirreniche, ioniche, iberiche, africane, asiatiche. E non pi solo o specialmente da Musulmani che per qualche secolo vi avevano navigato da padroni, in particolar modo dopo la conquista della Sicilia. I centri marittimi italiani, che pure non hanno cessato mai di funzionare da porte di comunicazione fra mondi economici diversi, anche per riflesso dell'Oriente dove si era conservata unir vivace attivit produttiva, inaugurano gi nel Decimo e Undicesimo secolo 1a loro grande storia: prima quelli del sud, con Amalfi alla testa; poi, pi ancora, quelli del nord. I loro rapporti con l'Egitto e l'Oriente sono assai vivi e Costantinopoli  grande emporio a cui essi fanno capo, per conto di tutta l'Europa. Da quei paesi, manipoli di audaci naviganti, Veneziani o Pugliesi, involano e portano in patria reliquie e sacre spoglie, di San Marco Evangelisto o di S. Nicola di Bari; e ricchi mercanti, come Pantaleo d'Amalfi, inviano porte di bronzo e oggetti d'arte alle nuove chiese della loro citt. Ai tempi della contessa Matilde, il biografo Donizone, monaco nonantolano, stupiva e cristianamente inorridiva al vedere il porto pisano tutto popolato di "mostri marini" e la citt contaminata da Turchi, Libii, Parti, Caldei e simili adoratori di idoli. Hanno quasi tutte, queste citt marittime, piccolo e povero territorio, sabbioso o acquitrinoso o roccioso. Con le sole risorse locali, sarebbero morte di faine, come dice di Venezia il cremonese vescovo Liutprando a mezzo il Decimo secolo, o non sarebbero neppure sorte. Ma, offrendo ai paesi dell'interno le merci che importano da lontano, esse ricevono vettovaglie; fornendo mezzi di trasporto alle merci ed ai pellegrini che ora cominciano ad affluire dall'interno ai porti di imbarco, depredando navi nemiche e terre di infedeli, vivono ed arricchiscono, crescono di popolazione e di forza politica, alimentano una robusta aristocrazia mercantile che ha castelli e torri in terra ferma e navi sul mare ed  allenata a tutte le imprese, si emancipano prima delle altre da ogni tutela politica. Per esse, vivere  vivere liberamente.



Capitolo tredicesimo.
I centri della nuova vita.


1. - CRESCERE DELLE CITTA'.

Insomma, da per tutto e in ogni ambiente si stanno in vario modo formando stratificazioni sociali intermedie, che complicano la struttura assai semplice della societ medievale, vi insinuano interessi, pensieri, bisogni, aspirazioni che agiscono su di essa come stimolo e corrosivo, accrescendo le forze in giuoco, consentendo raggruppamenti delle forze pi affini. Ma la sede principale di questi ceti intermedi sono le citt, che danno ad essi l'atmosfera vivificatrice e il ricco humus morale e storico capace di moltiplicarne l'efficienza. Nel primo Medio Evo, le citt sono, quasi tutte, citt romane, cio fondate da Roma, o, se nate prima e indipendentemente da Roma, per opera di Greci ed Etruschi e Italici e popoli d'oltre Alpe, da Roma poi assorbite, rinnovate, accresciute: Pisa e Mantova, Messina e Verona, Bologna e Gaeta, Vercelli e Modena, Lucca e Parma, Benevento ed Arezzo, Firenze e Milano, Rimini e Pavia e Trento eccetera; e, sull'altra sponda dell'Adriatico, Zara, Trau, Pola, Trieste, vicinissime in tutto alle citt della penisola e capaci perci di assimilarsi a quelle, un po' per loro influsso, un po' per svolgimento di originari germi comuni. Ed oltre Alpe, Marsiglia, Aix, Arles, Tours, Angers, Nmes, Tolosa, Narbona, Chlons, Colonia, Treviri, Metz, Strasburgo, Vienna, Magonza, Augusta, Londra, York eccetera Non molte le citt nuove, specialmente in Italia: Venezia, Spalato, Giustinopoli (Capo d'Istria) eccetera, oltre quelle in formazione attorno a castelli longobardi e greci, lungo le linee di confine, Cesena, Imola, Ferrara eccetera, oppure, al sud, nella zona intermedia fra principati longobardi e Puglia; come non molte le citt scomparse, vinte dagli uomini e dagli elementi (Luni, Siponto, Aquileia eccetera). Naturalmente, quasi tutte hanno visto impallidire e attenuarsi la loro vita urbana: rovinata grafi parte degli edifici monumentali; campi e orti urbani fra le caso al posto delle case; le costruzioni in muratura ridotte assai d numero e di grandezza; smozzicate o segnate di larghe brecce le mura; gli abitanti scesi a modestissime proporzioni. Tuttavia sono riuscite a conservar certa individualit, vuoi giuridica, vuoi sociale ed economica, di fronte ai villaggi e castelli di nuova formazione. Raramente vi manca un segno di Roma, quasi atte stato di nobilt: un grande anfiteatro, sia pur mezzo sepolte o un arco di trionfo; le arcate incrollabili di un ponte o colonne e blocchi di marmo che servono a reggere e rivestire nuovi templi cristiani; a volte, elementi, trasfigurati dal tempo, dell'antica costituzione municipale, come forse, pi che altrove, nelle citt pugliesi dalmate istriane soggette a Bisanzio o anche in quelle della Germania occidentale o della Francia meridionale. Talune, ridotte quasi a nulla dagli assalti e saccheggi dei barbari, nel primo impeto delle invasioni, sono, poi, lentamente risorte. In Italia, ricordo Milano, Padova, Cremona, Genova eccetera. Da noi, anche nei secoli pi infelici, non mancano documenti letterari a lode delle citt maggiori, di cui esaltano gli edifici profani o le numerose chiese, il ricco clero e la vita abbondante Risorgono poi le mura, nel Decimo e Undicesimo secolo, quasi da per tutte e specialmente nelle zone pi esposte ad incursioni di nuovi barbari: e sono il maggior segno distintivo, almeno da principio, delle citt. In Italia, molti sono in quel tempo i diplomi imperiali che autorizzano Vescovi a cinger di mura, dopo la chiesa e gli edifici annessi, tutto l'abitato: segno importante che quell'autorit politica di cui il Vescovo  stato o sta per essere investito. L'Imperatore autorizza; ma il lavoro s compie con braccia e denaro di cittadini, che si creano cos quasi un loro diritto su la citt. Come da s la difendono, ridotto ormai impotente lo Stato, cos da s vorranno amministrarla....
Intanto, la vita vi rifluisce da tutte le parti e trova modi nuovi di manifestarsi. Cresce il lavoro e si sposta dalle piccole corti signorili alle botteghe; molti mezzani e piccoli signori della campagna considerano la citt come loro principale sede; comincia la gara delle alte case turrite; molti segni rivelano la presenza dei nuovi gruppi dirigenti. Sono, questi, rampolli moltiplicatisi degli antichi funzionari comitali e vescovili o marchionali (viceconti, vicedomini, avvocati, gastaldi, gonfalonieri eccetera); sono giudici, notai, cambiatori e prestatori, mercanti, artigiani liberi eco.; quasi tutti vassalli e beneficiari del vescovado e di altre chiese della citt, per terre o case o aree che da essi hanno, ma anche e sempre pi forniti di terra propria. Indipendenza economica delle persone e delle famiglie, che  presupposto necessario della indipendenza o autonomia politica delle citt e della nuova vita degli Stati. Il regime vescovile, che pu esser considerato come indice del crescer delle citt e del loro differenziarsi dal territorio, e quasi come la prima forma di autonomia urbana, ha poi aiutato questo crescere, differenziarsi, vivere autonomo: cio si  fatta pi attiva la collaborazione dei cittadini a fianco del Vescovo, si  spostato il centro di gravit dall'episcopio al nucleo delle famiglie principali, si  formata l'ossatura amministrativa della citt. Pur con maggiore distacco dalle campagne, sono aumentati i mutui influssi tra vita urbana e vita rurale. E come questa, fermentando vivacemente, d a quella nuovo alimento; cos quella, dilatandosi, sollecita le campagne, d e chiede di pi, vi accresce gli stimoli produttivi, illumina la via al contadino che cammina verso la libert personale. Cio, come sempre negli organismi ben vivi, i frammenti si saldano, le membra si proporzionano, le voci si intonano, la circolazione del sangue  pi spedita e diffusa. Molti castelli, che, in posizione elevata, erano cresciuti a spese delle citt sottostanti, ora vedono parte della popolazione nuovamente defluir verso il basso; o dall'interno, dove avevano cercato scampo alle piraterie di Saraceni e Normanni, verso la marina. Qua e l si ristabilisce anche, fra le citt, l'antico ordine gerarchico, quasi che, svalutati certi fittizi titoli di grandezza o crollate certe dighe poste a deviare lo spontaneo flusso delle cose, tutto tenda a ricomporsi come tradizioni antichissime e forze di natura comandano: ed ecco che Pavia, diventata con i Goti residenza regia, ingrandita, abbellita, afforzata da Goti, Bizantini e Longobardi, sede del "Palatium" ove si trattavano gli affari generali del Regno e risiedeva l'amministrazione centrale del patrimonio; ecco che Pavia cede nuovamente il posto a Milano, grande metropoli gi nel basso Impero e poi rovinata da Uraia nel 539.
E si apre l'ra dei moti cittadini. Contese col signore, gare di primazia e contrasti di interessi fra le famiglie pi potenti, uno spirito irrequieto entro ogni elemento sociale. Nell'Undicesimo secolo, molte citt sono gi tutte irte di torri; e di l escono, di quando in quando, le prime vampate di guerra civile. I vecchi litigi col signore, per questioni di dazi o di feudo o di servizio militare, non rari dal Nono e Decimo secolo nelle citt italiane e tedesche, diventano sforzo pi o meno consapevole di trasformare l'ordine pubblico: che  poi lo sforzo di adattare diritto e istituzioni alla mutata realt sociale, al mutato senso del diritto e dello Stato. Si appuntano gli occhi e i desideri sul governo delle citt. Nel Sud-Italia, abbiamo una insurrezione generale che comincia da Bari nel 1009 e da Bari si stende a Trani, a Canosa, ad Ascoli eccetera. Il dominio greco, avversato e screditato per il suo fiscalismo, per la sua impotenza a protegger le popolazioni dai Saraceni, per le larghezze usate verso i mercanti veneziani,  fortemente scosso. Sull'altro mare, ad Amalfi, a Napoli, a Gaeta, una pi libera costituzione cittadina si svolge, fra contrasti vari: prima, liberazione dell'aristocrazia militare-terriera dalla autorit del rappresentante di Bisanzio, il "dux" o "magister", e creazione di un Duca a vita, proveniente dagli elementi locali e nominato da essi, lasciando al lontano Imperatore una nominale autorit; poi, formazione, accanto e attorno al Duca locale cresciuto di potenza e ricchezza, di una classe di proprietari, funzionari, dipendenti, con cui il Duca deve transigere, dividere il suo potere, conceder garanzie. Si formano "societates" di nobili o di maggiori e mediani assieme. E ad esse il Duca deve giurare patti, deve impegnarsi di non levar tasse senza il loro consenso, di far guerra e pace solo col loro intervento. E' il cammino stesso che percorre Venezia col suo Doge, col suo Consiglio di "sapientes" eccetera Solo che Venezia lo percorre tutto; le citt campane sono, nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, arrestate da nuove e superiori forze politiche.
Anche nell'Italia settentrionale e nell'Italia di mezzo, emergono in ogni luogo, come da una densa penombra, "maggiori", "mediani", "minori", oppure "capitani", "valvassori", "cittadini". In Lombardia, dobbiamo pensare che un principio di ordine giuridico proprio sia gi instaurato nelle citt, pi o meno autonomo dal vescovado, e che uno spirito di opposizione all'Impero gi agiti i cittadini. Rappresentanti di citt assistevano, insieme con i Vescovi, alla incoronazione regia di Enrico Secondo in Pavia, quando scoppi il fiero tumulto fra Italiani e Tedeschi e fu distrutto dalle fiamme il palazzo reale: donde la repressione sanguinosa e il saccheggio da parte dei Tedeschi e il frettoloso atto di omaggio reso al nuovo Re, nella grande assemblea di Pontelongo, pochi giorni dopo. "Le citt mandano ostaggi e giurano fedelt", racconta un cronista del tempo. Ed a Milano non tardano manifestazioni chiare di un ordinamento militare cittadino che deve essere poi cosa antica, qui e altrove, ma che ora fa le sue prove contro valvassori e contro imperiali; di una tendenza federativa delle associazioni particolari, sotto l'egida dell'Arcivescovo ed anche senza e contro di lui; di una energica opposizione all'intervento di Corrado Secondo nelle cose interne della citt. Si ebbe cos l'assedio degli imperiali, la resistenza armata dei cittadini, la prima guerra combattuta contro l'Impero, non in s ma in quanto arbitrio, violazione di diritti veri o presunti, ingerenza di stranieri popoli, spiritualmente ripugnanti. La contrapposizione della latinit o romanit ai "barbari" e pi particolarmente ai Tedeschi, torna ad essere comune, con frasi e accenti che ricordano quelli del tempo delle invasioni. Nella penisola, la gente colta si risente solidale con Roma, ricordando lo scempio operato dai barbari sopra il suo nobile corpo. "Ogni volta che i Tedeschi mettono innanzi il nome della loro nazione o delle loro leggi, essi rinfrescano in noi il dolore di una antica ferita". Cos in una operetta dell'Undicesimo secolo, uscita dalla penna di un giurista: quello stesso che rivendicava a Roma la sede dell'Impero.


2. - MOTI CITTADINI ED AUTONOMIE URBANE: ITALIA.

Nella seconda met del secolo Undicesimo e nei primi decenni del successivo, questo movimento di citt diventa generale e si cominciano a veder chiare le linee del nuovo ordine. In Italia, da per tutto si incontra, pur oscillante, l'associazione libera, giurata, temporanea e rinnovabile, delle famiglie maggiori: fatto nuovo che quasi segna un'ra, poich il primo Medio Evo si pu dire che non conoscesse associazione libera e giurata, salvo, in regime di feudalismo, quella fra signore e vassallo. Con questa differenza: che il patto feudale creava legami gerarchici; il patto comunale e corporativo, legami fra eguali. Attorno al 1080; comincia qua e l a comparire anche un nome di grande passato, non sappiamo se come rievocazione o creazione: i Consoli. Nei paesi soggetti ad influenza bizantina, a Ravenna, nelle citt dell'Istria e della Campania, quel nome ha durato a lungo, superstite alle stesse istituzioni che esso in antico rappresentava, e ridotto a titolo onorifico. Ricomparve in Romagna nel Decimo secolo, per indicare funzionari a tempo delle citt. Ed ora, in Toscana, in Lombardia, antico e nuovo insieme. In pochi decenni, affiorano da per tutto collegi di Consoli; e Consoli si incontrano a migliaia e migliaia nei castelli e villaggi, dove egualmente militi e contadini creano le loro associazioni; e Consoli si chiamano anche i capi dei mercanti e artigiani che subito cominciano ad organizzarsi corporativamente e liberamente, formando altrettanti piccoli "Comuni", entro il pi grande "Comune" che tutti comprende.
Non bisogna pensare, giunti a questo punto della storia delle citt, ad un sovvertimento totale, che quasi spezzi ogni legame col passato. Gi vi , fra l'antico e il nuovo ordine, una continuit innegabile. Parte notevole dei quadri amministrativi e militari si  formata nel regime vescovile e comitale precedente. Il Comune non diventa, subito e senz'altro, una cosa identica con la citt e la sua costituzione; non soppianta subito ogni diritto signorile. Vi sono luoghi ove si andr innanzi un secolo e pi, in una condizione intermedia, di compromesso o confusione, in cui non si sa veramente da chi, a rigore, la legge emani e quale sia il limite fra le due autorit, e qual fondamenta di diritto abbiano quei poteri che pure, di fatto, si esercitano. Bisogna sempre guardarsi dal prendere alla lettera i giudizi dei contemporanei, in fatto di rivoluzione, tendenti sempre a contrapporre in modo assoluto fieri e l'oggi: inconscio mezzo polemico per esaltare o condannare quello o questo. Tuttavia, una rivoluzione politica , nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, innegabile, nell'ambito delle citt, sia pure senza negazioni teoretiche, senza proclamazioni di diritti, senza consapevolezza e volont rivoluzionaria vere e proprie.
Si vede bene nei rapporti con l'Impero, in pieno Dodicesimo secolo. Il Comune  gi consolidato e vive da per tutto la sua ristretta ma vivace e quasi febbrile vita politica, con i suoi Consoli, i suoi Consigli, il suo Parlamento, il suo "Breve" o Statuto. L'associazione, gi precaria e temporanea, si  fatta stabile; gi ristretta e quasi privata, ora viene allargando la sua base e diventando organo di tutela di interessi pi vasti che sono gli interessi della citt; gi limitata all'interno delle mura e al suburbio, ora si  messa con crescente energia a conquistare il contado, pullulante di piccole e grandi signorie ecclesiastiche e secolari e di comunit rurali e di consorzi nobileschi, che in Toscana son chiamati dei "Lambardi". Con metodica opera, il Comune, cio il nuovo Stato che vuole assicurarsi l'esistenza, il mercante che cerca ampliare e tutelare il suo commercio e padroneggiare i piccoli mercati rurali, il proprietario urbano e l'artigiano che vogliono difendere il possesso fondiario dai contadini o tendono ad acquistarlo, tutti inquadrati militarmente nella parrocchia e nella contrada o quartiere o porta, sottomettono in vario modo i feudatari circostanti, ne fanno dei cittadini o dei "fedeli", demoliscono castelli, francano le strade al traffico, rendono possibili ai cittadini l'assorbimento e la tutela di molta parte della ricchezza fondiaria, dnno piena libert alle relazioni economiche fra la campagna e il centro urbano. Questa lotta col mondo feudale (che comprende anche Vescovi e Capitoli e grandi monasteri) e l'acquisto del contado sono fatti dominanti nella storia delle citt italiane, durante il Dodicesimo e parte del Tredicesimo secolo. Solo con tale acquisto si rende possibile lo sviluppo demografico, economico, costituzionale del Comune e si crea in Italia, anzi solo in Italia, lo Stato di citt, idealmente limitato, indipendente di fatto.
Per un certo tempo - molti decenni - manca a questa costruzione statale, che ha nelle citt i suoi centri propulsori, ogni riconoscimento dall'alto. O solo, in ultimo, parziali e sporadici riconoscimenti per via di diplomi regi e imperiali o di bolle papali a questo o quel Comune: possano eleggere Consoli, possedere le regalie, esercitare la giustizia, costruire castelli, governare il territorio, trasferir fuori le mura il palazzo regio eccetera Dopo le guerre e i contrasti provocati dalla questione delle investiture e dopo la estinzione della Casa salica, il sovrano  quasi assente dall'Italia, assorbito nelle faccende interne della Germania. Ma quando ricompare, con Federico Primo di Svevia, esso e animato da volont ferma di restaurazione dei propri diritti, cio volont di fermare i Comuni su la via della emancipazione, rivendicar le regalie usurpate, ridare forza e libert ai feudatari e rimetterli in condizione di corrispondere i loro servigi e tributi al sovrano. Si trattava, pei Comuni, di ridursi quasi ad associazioni private e contentarsi di una limitatissima autonomia entro il breve cerchio urbano. Cio colpo mortale, per i Comuni maggiori: ch molti dei Comuni minori, minacciati di assorbimento dagli altri, univano la loro voce a quella dei feudatari, nell'invocare l'intervento del sovrano. Molta solennit ebbero le due Diete di Roncaglia, convocate nel 1154 e 1158 dal Barbarossa, in cui si impose di restitur all'Impero le regalie, di portar davanti al tribunale dell'Impero le cause maggiori eccetera
Fu questa la scintilla di un assai vasto incendio che divampo nella valle padana e mise gran parte delle citt contro l'Imperatore. Sommo rispetto ad esso, come Imperatore. Il Medio Evo  profondamente monarchico. Gli Italiani, poi, vedevano nell'Impero una loro creazione ed un loro antico vanto. Solo che all'esercizio della sua autorit volevano segnare modi e limiti. Erano in giuoco, per i Comuni, interessi essenzialmente municipali e locali e non nazionali, ancora semidormienti nella coscienza. Ma l'Imperatore era straniero, e pi di una volta mise in moto le molle dell'amor proprio nazionale tedesco; ma i cittadini pi colpiti sollecitarono ed ottennero la solidariet di altri cittadini, e Milanesi, Bolognesi, Bresciani, Veronesi si richiamarono a Roma, alla latinit, all'"onore e libert d'Italia". Ebbero dalla loro il Papa, sempre vigile di fronte all'Impero e di fronte ad ogni ampia formazione statale nella penisola, e quindi solidale, ora e in molte altre occasioni consimili, con le citt. Ed anche il Papa fece eco a quelle parole, parl dell'Italia, invoc, insieme con gli alleati, "il comune interesse della S. Sede e dell'Italia"... Non rimasero estranei alla lotta contro il Barbarossa neppure i Re di Sicilia e duchi di Puglia, che si sentivano egualmente minacciati. Insomma, l'Undicesimo secolo era stato il secolo dei contrasti fra Impero e Papato; il Dodicesimo invece, fra Impero e Comuni e anche fra Impero e Regno di Sicilia, cio fra Impero e quelle forze politiche che erano cresciute durante i precedenti contrasti e anche un po' in conseguenza di essi.
Momenti culminanti di questa lotta Impero-Comuni, quasi trentennale, furono la distruzione di Milano (anno 1162), la Lega veronese e poi la pi ampia Lega lombarda (1167) alleata con la prima, la vittoria dei Comuni a Legnano (1176), la pace di Venezia col relativo trattato di Costanza (1183) che segn un riconoscimento assai ampio dei Comuni e l'inizio della loro et aurea (sebbene, in quello stesso affermarsi del Comune, nella padronanza piena del contado, nella attivit intercomunale di quegli anni, nella sostituzione del Podest unico al collegio consolare per esigenze interne e di politica estera, fosse, in germe, la crisi del Comune stesso, l'avviamento allo Stato territoriale, la trasformazione in signoria e principato). Fu un profondo travaglio. E ad esso si accompagn uno studio appassionato del diritto, che , sempre pi, il diritto romano. Il quale, non mai trascurato, ora  in ascesa trionfale e trova a Bologna la sua grande officina. Non si tratta solo di studio pi intenso, sopra un maggior numero di testi, che non si facesse e non si avessero nella scuola di Pavia, fino all'Undicesimo secolo; ma di un nuovo metodo, di una nuova concezione del diritto romano. Qualcosa di simile a ci che poi, con l'umanesimo, avverr degli autori classici. Il diritto romano non si considera pi, ora, solo come diritto sussidiario, da ricorrervi quando ogni altra norma faccia difetto. E', invece, il diritto comune, il diritto per eccellenza, con valore assoluto, da servir come base della vita giuridica, come punto di partenza per gli ulteriori adattamenti. Cos, dopo Irnerio, il grande bolognese. L'antichit comincia a ritornar maestra, via via che gli uomini si mettono in grado di riviverla e di servirsene: e comincia col diritto.
Movimento associativo libero, sforzo di difesa dei nuovi interessi rappresentati non da individui e famiglie ma da larghi ceti omogenei e localmente solidali, non si limitano alla citt. Ne  piena, dall'Undicesimo secolo in poi, anche la campagna, un po' per lo spontaneo operare delle forze contadinesche, un po' per riflesso delle citt: poich vita urbana e vita rurale procedono ora legate da mutuo rapporto, anche se vi  contrasto. Sono superstiti nuclei di alloderi, famiglie della piccola nobilt che abitano nei castelli, spesso discendenti da un solo ceppo ma ora differenziate e distinte e tendenti a trasformar in legame volontario l'antica unit familiare. In molti luoghi, l'una accanto all'altra, l'una di fronte all'altra, l'associazione dei "militi" e l'associazione degli "uomini", cio coloni o livellari, ognuna con i suoi capi eletti, ora in lotta ora cooperanti insieme. Dopo un'epoca di crescente depressione della massa contadinesca, comincia il suo lento, vario faticoso risollevarsi con vicende e fortune varie. Dopo l'organizzazione signorile e la legge che scende dall'alto, l'organizzazione animata da spirito di libert, la legge fatta col concorso di chi ad essa deve obbedire, un relativo equilibrio o diminuito squilibrio di forze. Non si tratta se non di limitatissima autonomia, raggiunta con grande fatica. Le stesse piccole carte di franchigia dei contadini, numerosissime, che si presentano in genere coree pacifiche transazioni o graziose elargizioni, sono sempre il risultato di tenaci sforzi e resistenze ostinate, di insurrezioni e guerriglie, che nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo spesso si colorano un poco anche del colore del tempo, che  colore religioso. Per un paio di secoli, le campagne ci si presentano come punteggiate da una miriade di piccoli fuochi che ogni tanto divampano. Specialmente da noi e in Francia, dove fra mondo urbano e mondo rurale le differenze sono pi quantitative che qualitative e i contadini si organizzano presso a poco secondo il modello della borghesia urbana. Le "carte" concesse alle comunit rurali sono le stesse di quelle concesse alle citt e vengono rispettate dai signori solo in quanto quei raggruppamenti rurali si appoggiano a vicine citt: altrimenti, la loro libera associazione non resiste.


3. - CITTA' D'OLTRE ALPE.

Oltre Alpe, il quadro ha tratti eguali e tratti diversi. In Francia, si avvertono nell'Undicesimo secolo gli stessi segni preannunciatori che in Italia. Qua e l, movimenti insurrezionali: specie in Normandia. E qualche scrittore ecclesiastico si copre gli occhi per non vedere, si copre gli orecchi per non sentire: la legge  morta, i costumi si corrompono, ogni ordine sta sovvertendosi eccetera Agitatissime, in particolar modo, le citt vescovili, che sono le pi importanti. In esse, da una parte, maggiore insofferenza della vecchia legge feudale, che rispecchia una economia arretrata ed un ordine sociale ora in via di mutamento; dall'altra, pi ostinata resistenza del signore che non solo difende diritti propri ma anche si appella al diritto intangibile della Chiesa. Vi sono accomodamenti e transazioni a suon di denari: arma che si sta facendo sempre pi potente, nelle mani dei borghesi, contro feudatari economicamente non pi saldi. E vi sono movimenti insurrezionali. L'una cosa e l'altra troviamo, nella seconda met dell'Undicesimo secolo, a Le Mans, a Cambray, a Noyon, a Beauvais, a St. Quintin, a Soissons, ad Amiens, a Lon eccetera, che di poco precedono, in questa nuova storia di citt, Bruges, Gand, Lille e gli altri centri fiamminghi, al principio del secolo appresso. Spesso, estrema violenza. Al grido "Comune! Comune!", la folla si ammassa, assale il palazzo vescovile, uccide o ferisce funzionari e clienti, manomette la persona stessa del Vescovo. Cos a Lon, se stiamo al racconto del contemporaneo e spettatore Giberto abbate di Nogent, che dedica un libro intero della sua autobiografia ("De vita mea") a trattar "Della devastazione della chiesa di Lon". Egli rispecchia nitidamente lo stato d'animo del suo ceto, di fronte alla nuova vita urbana ed alle manifestazioni del costume cittadino, in quella Francia che nell'Undicesimo secolo aveva gi arti, poesia, cantori vaganti e giullari, certa licenziosit largamente malfamata sin d'allora, amore di mutevoli mode, insofferenza donnesca alla disciplina materna. E poi, aveva il "Comune", cosa esacrabile, "novum ac pessimum nomen", rivolta di servi, esaltazione di plebe, debolezza di Regni, abbassamento del sacerdozio...
La maledizione ci giunge, oltre che dalla Francia, dall'Inghilterra, dove Londra  pietra di scandalo. In alcune citt del nuovo regno anglo-normanno, l'organizzazione pubblica antica, con le sue funzioni di giustizia e polizia,  quasi sopraffatta, nel Dodicesimo secolo, dalla cittadinanza o, meglio, dagli elementi mezzani e superiori di essa, cresciuti di numero e di importanza, stretti in una "comunio", associazione di grossi proprietari (i "baroni" di Londra, dicono certe fonti), di padroni di case e botteghe, di mercanti, di artigiani pi ricchi, cio anche di gente che ha poi nelle gilde la propria associazione professionale o di classe e che ora d vita ad un'organizzazione d'insieme di carattere politico, per tener testa al Re ed ai Grandi. Questa "comunio" londinese poi scompare; ricompare al tempo che Riccardo Cuor di Leone  in Terrasanta e il paese  in disordine, ed ha un "major" o "maire" alla testa. Queste parole, "comunio, major" eccetera, ci riportano alla vicina Francia: e certo, vi  un influsso francese e normanno in Inghilterra, come ve ne  uno italiano nei Comuni della Francia meridionale. A Londra, di nuovo poi scompare il Comune, ma qualche cosa ne resta, immedesimata e radicata nella citt. Insomma, si ha come una fusione della vecchia intelaiatura pubblica e del nuovo organismo pi ristretto ma pi vivo, pi volontario, pi rispondente alle necessit nuove dei nuovi ceti.
Tuttavia, il movimento comunale a fondo rivoluzionario, opera di ristretti gruppi di borghesia che creano associazioni giurate, a scopo di scambievole aiuto e in vista di interessi comuni da tutelare, ed hanno una propria carta o patto su cui giurano ("sacramentum comunie", "jurati comunie" eccetera),  in Francia - e ancor pi in Inghilterra - assai limitato. Quasi solo nelle regioni del nord-est, a contatto con le citt fiamminghe, che meglio realizzano il tipo delle citt indipendenti. Quel movimento si verifica in particolar modo dove hanno sede forti interessi mercantili e gente che vuol assicurarsi le strade attorno ed ha bisogno di infrenare la guerra feudale: insomma, dove operano gli impulsi verso una politica esterna autonoma, di fronte a feudatari ed anche ad Imperatori e Re; dove si ha bisogno di dominar il territorio circostante, di rompere la rete dei castelli, farne un luogo di richiamo per chi voglia sfuggire al giogo feudale. Tale politica e tale bisogno a volte trovano consenziente e cooperante il Vescovo, come accade anche in Italia nella faticosa lotta per l'acquisto dei contado; a volte lo trovano contrario, poich il Vescovo  anche esso un feudatario, legato a feudatari, spesso uscente da famiglia di feudatari. Ed allora, i "giurati del Comune" si voltano contro il Vescovo.
La costituzione cittadina, che poggia piuttosto su le spalle del piccolo artigiano e del piccolo mercante, ha poco a che fare con il "Comune". Gli organi municipali, lentamente formatisi in regime vescovile per le funzioni giudiziarie e amministrative, operano e si svolgono piuttosto distinti dal "Comune" e per conto proprio trasformano l'uno dopo l'altro i rapporti della citt col signore. Ma il Comune entra in opera come organizzazione particolare, in vista di scopi che la citt come tale non cura. Naturalmente, esso non pu non agevolare, per vie dirette o indirette, l'autonomia della citt e il perfezionarsi della sua costituzione; qua e l, avviene che le due cose si avvicinino strettamente, si fondano, si identifichino. E la carta comunale diventa una cosa sola con la costituzione urbana. Ma in generale, procedono abbastanza distinti. E vi sono citt ove il Comune esplica una funzione importante e d energici segni di s; altre, ove la sua azione  insignificante. Oppure: piccola questa azione in certi momenti,  grande in altri; superficiale in taluni rapporti,  in altri pi profonda. Diversi anche, di luogo in luogo, i rapporti della associazione giurata col potere costituito. A volte, tolleranza e riconoscimento; a volte lotta e distruzione del Comune. Oppure alterna vicenda di guerra pace. Vi sono, in Francia e Fiandre, Comuni fatti e disfatti pi e pi volte, vietati, autorizzati e poi ancora vietati. Singolare la vicenda di Cambray, da quando, nel 958, "i cittadini, male consigliati e dopo molti mormoramenti, fecero cospirazione giurata, obbligandosi che se il loro Vescovo non avesse riconosciuto la Comune, essi avrebbero negato a lui il tributo". Ancora nel 1107, vi  a Cambray una "carta di comune", cio un patto scritto, uno statuto, che Enrico Quinto si fa portare e distrugge. Cambray  appunto una di quelle citt che, poste al margine dell'Impero e vicino a grandi signori, turbate profondamente dalle lotte fra il Vescovo ed i suoi potenti vassalli, dov intervenire con una energica azione dei suoi ceti pi ricchi e operosi, al di fuori dei poteri costituzionali della citt stessa.
Nel pi dei casi, le citt francesi si limitano a conquistare talune garanzie o "libert" (come sarebbero la sicurezza delle persone e dei beni, la esenzione da taglie arbitrarie, da contributi in natura, da servizi personali eccetera, il diritto di contrarre matrimonio liberamente eccetera) e riescono a costituirsi una municipalit e dei magistrati elettivi; ma politicamente, rimangono nella dipendenza di ufficiali signorili. E, in generale, anche giudizialmente: sebbene non manchi, insieme col diritto di essere giudicati sul posto, anche quello di aver propri giudici o, almeno, giudici paesani non forestieri. Trattasi di una lenta formazione, per via di successivi accomodamenti. Si comincia col riconoscere talune "libert" ad una famiglia o corporazione o quartiere; e poi le libert si estendono a tutti, nel corso di uno o due secoli, non sempre pacificamente ma senza rivoluzioni sovvertitrici. Le cittadinanze si sottraggono allo sfruttamento arbitrario e rendono possibile il proprio sviluppo demografico ed economico. E anche il signore si avvantaggiava: al posto di redditi incerti, redditi certi; popolazione che cresce e ricchezza che cresce, per gli altri e per s. Questa , in Francia, la forma normale della emancipazione urbana, per le vecchie citt e, pi ancora, per le nuove che sorgono dietro iniziativa e sotto l'egida di un signore: "villes affranchies", "villes privilgies" eccetera La grande massa della borghesia francese si forma e vive e inizia la sua educazione politica con questo regime, che in Italia rappresent, se mai, solo un "momento", presto superato: salvo che nel Sud, dove intervenne il potere regio a porre freni e limiti. Il qual regime, naturalmente, offre gradazioni senza limiti. Per cui, dai Comuni veri e propri, cosa nuova, affermatisi rivoluzionariamente, si va alle citt che sono appena sfiorate dal moto comunale o che addirittura non hanno nessun diritto di formar corpo a s o, se mai e limitatamente, solo nel Dodicesimo secolo. Cos Parigi, Clermont, Orlans, Langres, Tours, Angers eccetera. E' appena necessario segnalare come questa diversit di vicende fra le citt toscane e lombarde e quelle francesi, nell'et dei Comuni e delle autonomie, ha un valore decisivo per il futuro ardine politico dei due paesi, per la mentalit e la coscienza politica dei due popoli: da una parte, particolarismo, municipalismo, faticosissimo travaglio per la formazione di signorie e principati, difficolt grande a piegarsi all'idea e al freno dello Stato; dall'altra, graduale e quasi pacifico inquadramento del municipio nello Stato Nazionale, tendenze centralistiche, precoce e profonda coscienza unitaria.
Qualcosa di mezzo in Germania. Qui, poche le antiche citt, molte le nuove e nuovissime, sorte per iniziativa di principi o formatesi per processo sedimentario, a volte assai rapido, presso monasteri e palazzi regi, attorno a mercati, vicino a ponti o confluenze di fiumi o miniere di metalli e di sale (Iglau, Freiberg, Salzburg eccetera): comunque, su terra propria di signori o del Re, animati dal desiderio di metter a frutto terre incolte, attirare mercanti e artieri, aumentar le entrate; premuti anche dalle forze sociali nuove e dalla crescente popolazione. Ricordiamo Enrico il Leone che fonda Monaco e Braunschweig e promuove Lubecca; gli Zhringen che fondano Friburgo in Brisgovia,. Friburgo in Svizzera, Berna eccetera Secondo che le nuove citt crescono su terra di signori o del Re, sono citt territoriali o citt regie, giuridicamente distinte, e distinte anche per il grado di autonomia. Numerose queste ultime nella Germania meridionale, scarse nel nord, dove il demanio regio non era gran che. Ma anche nel nord, sono citt regie Dortmund, Goslar, Mhlhausen eccetera: senza contare le citt vescovili, antiche citt romane quasi tutte, che sono un po' citt regie anche esse, dato l'alto diritto di tutela che il sovrano conserva ed esercita sopra le chiese.
Orbene, sorte e sviluppatesi sotto gli occhi della superiore autorit, pi o meno effettiva; limitate attorno dalla forza de signori territoriali che finiranno poi con l'assorbirle quasi tutte, le citt tedesche raramente acquistano quella libert di movimento e quella superiorit sul mondo feudale circostante che e propria di alcune citt fiamminghe e, pi ancora, italiane, alle quali sar concesso di diventar esse centro e primo nucleo costitutivo dei futuri Stati territoriali della penisola. Come nella maggior parte delle citt francesi, anche qui non si va oltre una modesta autonomia, garantita dalla carta di privilegio del signore. Ma spiriti rivoluzionari fermentano anche qui, nelle citt vescovili e altrove; anche qui, tendenze a maggior libert politica, sforzi per romper il cerchio feudale attorno, trarre da un pi ampio territorio gli elementi per crescere. Tumulti e "conjurationes" non mancano neppure nelle citt tedesche, specialmente vescovili. E spesso le favorisce, in un primo momento, l'Imperatore medesimo che vuole riaffermar la sua autorit diretta e, indebolendo i Vescovi, togliere alla politica papale in Germania i suoi naturali sostegni. Comunque, varie citt renane, danubiane, del Baltico e del mare del Nord si mettono su la stessa via delle citt dell'alta e media Italia, con le stesse lotte fra cittadinanze e signori, fra patriziato urbano e borghesi e popolo, fra Comune e clero locale. Nell'et serva cio Dodicesimo e Tredicesimo secolo, che  l'et di maggiore slancio per le citt tedesche, sono cosa normale le insurrezioni contro il Ve scovo: il quale si trova nella necessit di metter molti pesi stai cittadini, senza aver la forza per costringerli e frenarli. Ne seppero qualche cosa i Vescovi di Magonza, Magdeburgo, Worms Ratisbona, Strasburgo, Eichstdt, Brema eccetera. Molte di queste citt sono presto arrestate nel loro sviluppo autonomo; ma talune vanno assai pi in l anche delle consorelle italiane, perch conservano per secoli ed ancora oggi conservano il loro ordinamento a Stato di citt o Repubblica cittadina, pur nei limiti di un grande Stato federale o di un Impero.


4. - SPONTANEITA' CREATRICE.

Insomma, da per tutto una folla anonima, che dissoda con nuova alacrit la sua terra, che costruisce la sua casa. E' un vasto e vario sforzo, con finalit limitate, con limitata consapevolezza del proprio valore, ma con risultati di grande portata. Si lavora localmente, ma mezza Europa esce trasformata per questo lavoro quasi da formicaio. Bisogni concreti, spirito pratico lo guidano. Assenza quasi assoluta di dottrine e di ideologie che siano come bandiera, salvo quelle che la Chiesa elabora e propaga, nella sua lotta con l'Impero, e che innegabilmente accompagnano e secondano l'ascesa anche della borghesia e del popolo minuto, delle campagne e della piccola nobilt. Ad esempio, la teoria che "da tutti deve essere eletto chi da tutti deve essere obbedito", formulata a sostegno del diritto del clero e del popolo di aver parte - al posto dell'Imperatore - nella designazione del Vescovo. O la concezione del Regno quale ufficio, sia pure altissimo, ma ufficio, conferito al principe dal popolo e per il bene del popolo, "sub conditione debitas servandi leges", vale a dire di governar bene, legalmente, non da tiranno: cio la concezione del contratto, come modo di formazione dell'ordine politico, con diritti e doveri reciproci. La Chiesa prendeva tutto questo un po' dalla dottrina classica e canonica, un po' dal vigente feudalismo e dalla generale tendenza associativa di questo tempo, e lo avvalorava, per s e per gli altri. Oppure qualche spunto o appoggio teorico viene da dottrine religiosamente eterodosse che, un po' risvegliatesi da lungo letargo invernale, un po' spicciate ora dalla sorgente operosa della vita, serpeggiano pi che altro fra gli strati pi, bassi della rinnovata societ medievale. Esse negano le decime alla Chiesa, maledicono la ricchezza dei prelati, disconoscono ogni autorit, vogliono il godimento comune di certi beni. E si richiamano al Vangelo e all'esempio della Chiesa primitiva: mito rivoluzionario di quella et religiosa.
Con lo spirito pratico, con l'aderenza piena alle condizioni reali, va unita naturalmente una grande variet, in questo lavoro anonimo di ogni citt o villaggio. Mancando una legge comune che regoli dall'alto, nell'ambito dei vari Regni o provincie, la vita delle associazioni e istituzioni cittadine e rurali; e dipendendo il loro sviluppo solo dalla struttura dell'aggregato sociale, dal suo grado di forza, dal patto che esso ha conchiuso coi signore o dalla particolar concessione che ha potuto ottenere o estorcere, accade che ognuna procede per la propria strada e batte il passo che pu e giunge dove pu giungere. Tuttavia, la variet nei modi di organizzarsi e spesso anche la diversit nello spirito animatore dei vari nuclei di borghesia cittadina, non esclude certi elementi comuni: poich ogni citt ha la sua nuova forza di impulso nei proprietari liberi, negli artigiani e nei mercanti; ognuna vuol realizzare il massimo di autonomia possibile; ognuna si trova a dover risolvere problemi che sono i problemi delle altre. Ne consegue che i risultati sono spesso assai eguali, almeno nell'ambito delle varie regioni, specialmente se guardati con l'occhio dello storico e non del giurista. Ma anche al giurista potr accadere di trovar citt che, nel loro ordine costituzionale, hanno preso consapevolmente norma da altre citt e ne hanno utilizzate le esperienze e sollecitato il fraterno o filiale aiuto. Anche in ci, vi sono differenze notevoli fra i vari popoli. Il massimo di spontaneit, d variet, di indipendenza l'una dall'altra si osserva nelle citi italiane. Qui, il moto comunale  coevo in ogni parte della penisola. Qui, la nuova vita delle citt  condizionata dalla peculiare storia secolare o millenaria che ad ognuna di esse  propria. Qui, infine, abbiamo un impulso ed una capacit pi veramente rivoluzionari di fronte ai poteri costituiti.
Non cos avviene nel Regno di Francia ed ancor meno i Germania, dove esiste pur sempre qualche forza regolatrice disciplinatrice che  il Re o i grandi signori, spesso ben disposti, ognuno con un certo numero di citt sotto di s. In Germania, poi, si formano citt nuove, senza passato, che non possono, quando si danno un ordine giuridico, non guardare alle pi antiche. Si verifica anzi, nell'uno e nell'altro paese, una vera e propria filiazione di "carte" municipali. Il privilegio di Lorris, in Francia, vien adottato da alcune diecine di citt circostanti; quello di Beaumont, opera dell'Arcivescovo di Reims, da alcune centinaia di citt e anche da villaggi di Champagne, Lorena, Belgio. Si verifica che citt soggette ad un unico signore o situate in un determinato territorio si modellano su la citt pi importante. Ad esempio, la "carta" di Rouen diventa la "carta" di tutta la Francia inglese dell'ovest. Bordeaux serve di tipo alle citt della valle della Garonna; Soissons, a Digione e poi a tutta la Borgogna. In Germania, egualmente, tante costituzioni comunali germinano l'una dall'altra. Ad una localit gi esistente o sorta "ex novo", si d lo "stadtrecht" o "diritto cittadino" di altre. Quindi, grosse famiglie di citt affini, secondo che ripetano il loro diritto dall'una o dall'altra citt madre. Accanto a poche citt madri, moltissime citt figlie, qualcuna destinata anche essa a generare rampolli. Rinomate, come citt madri, Friburgo in Brisgovia, Francoforte, Monaco, Vienna, Igiau, Aquisgrana, Dortmund, Amburgo, Soest, Lubecca, Magdeburgo. Specialmente quest'ultima, sede del pi genuino diritto tedesco, sviluppatosi dalle caratteristiche consuetudini di quel popolo. Magdeburgo ebbe, nel 1188, un privilegio dall'arcivescovo Vichmann; ebbe poi statuti particolari dal suo Consiglio municipale. Da allora, diecine di citt nuove, gran parte delle citt dell'est, cio della Marca di Brandeburgo, della Slesia, della Prussia, di Polonia, Moravia, Boemia, si modellarono su quel privilegio o su quegli Statuti. E Magdeburgo assunse per esse carattere e funzione di Corte suprema. Vi sono innumerevoli sentenze e pareri dati dal Collegio degli scabini di Magdeburgo. Tutto ci d certa omogeneit alla costituzione cittadina tedesca, possibile solo in un paese nuovo, povero di tradizioni, molto legato a poteri costituiti. La vita della Germania presenta gi quel carattere di formazione o di forte impronta dall'alto, che poi si  conservato.



Capitolo quattordicesimo.
Espansione di popoli.


1. - CONQUISTE NORMANNE: IL SUD-ITALIA.

Contadini, cavalieri e vassalli minori, mercanti e cittadini di ogni genere, ecco, insieme con i monaci e gli operosi asceti che vogliono riformare la Chiesa e il mondo, le forze sociali che dal Mille al Milleduecento corrodono l'antico ordine ed avviano il nuovo. Crescono di numero, di attivit e virt produttiva, di rapporti e interni legamenti, e dnno alla vita europea uno slancio ed una capacit di progresso mirabili. Popolazione che non vive pi nelle vecchie sedi; cavalieri insofferenti di povert e di vita chiusa; mercanti ed artieri rivolti ai loro traffici, alla ricerca di materie prime e metalli e materiali da costruzione; armatori e corsari che si spingono sempre pi lontano; pellegrini che battono a frotte le vie verso Gerusalemme; monaci cluniacensi e cistercensi animati dal nuovo e pi battagliero spirito di proselitismo cristiano che li spinge a sempre nuove fondazioni; tutti, obbedendo ad istinti o bisogni, allargano il cerchio della loro azione, si pongono mete pi lontane, determinando come un nuovo rimescolamento di genti. Nel primo Medio Evo, si era avuto un moto dall'esterno all'interno dell'Europa, Germani contro Romani, Slavi e Magiari contro Germani, Normanni contro Franchi, Arabi e Greci contro le genti della penisola iberica e del Sud-Italia. E molte posizioni periferiche erano andate perdute, e l'Europa romanocristiano-germanica aveva ristretto i suoi confini. Ora, si ha un processo contrario, imponente per ampiezza e risultati.
Si apre l'ra delle maggiori imprese dei Normanni. Gi li abbiamo visti all'opera, nel Mediterraneo, nel Baltico, nel mar del Nord, predatori e mercanti insieme, fin dal Nono secolo. Oltre le veloci scorrerie lungo le coste tirreniche e adriatiche e la conquista della Bretagna francese, avevano colonizzato parte dell'Irlanda (Dublino) e il nord dell'Inghilterra, approdato in Islanda e costituitovi uno Stato a struttura quasi repubblicana. Si erano spinti, anche, fino alla Groenlandia e alle coste del mar Bianco e fors'anche, ignari, al remotissimo continente che poi si chiamer America. Contatti fuggevoli gli uni, e creazioni durature le altre. I Vareghi, normanni svedesi, penetrati nella vasta pianura declinante verso il Baltico, dove erano piccoli staterelli slavi in formazione, discordi fra loro, avevano fondato attorno a Nevgorod e poi a Chiev un pi ampio Stato con dinastia normanna, come gi i Franchi in Gallia, i Longobardi in Italia, gli Angli in Britannia, gli stessi Normanni nella Francia del nord-ovest. Ed egualmente avevano dato il proprio nome al paese conquistato: Russia (da Rossi nome della trib o da "rodsen" = "rematori", come gli indigeni chiamavano i nuovi venuti, o da "Rurik" loro capo). Di li, forte impulso verso il sud, verso il mar Nero e Costantinopoli, con cui ebbero rapporti di commercio, di guerra, di cultura. Con Vladimiro, fra il Decimo e Undicesimo secolo, e con Iaroslav, morto il 1054, divennero cristiani. E' l'alba dell'Impero russo, con la sua tendenza a costituire una Chiesa propria, il suo clero potente, l'aristocrazia dei Boiari, la compenetrazione delle due podest. Affiorano qua e l, i grande numero, piccoli e grandi centri urbani, con ebrei e tedeschi.
Ma ora, la nuova base d'azione dei Normanni  la Normandia. Qui essi sono organizzati in forte ducato, hanno assorbito lingua e cultura e istituzioni feudali francesi, sentono fermentare dentro germi di nuova poesia che attinger materia alla grande gesta carolingia; ma lottano con la pochezza e povert del territorio, mentre le bocche si moltiplicano. Da una parte, martellano lungo le coste inglesi, si insinuano su per i fiumi, compiono un'opera di sgretolamento dell'organizzazione anglo-sassone; dall'altra, sciamano a gruppi in frequenti pellegrinaggi verso Oriente. "En tant estoit cressude la multitude de lo pueple, que li champ ne li arbre non suffisoit  tant de gent de porter for ncessaires dont peussent vivre. Adont par diverses parties del munde s'espartirent s et l...". Cos il monaco-cronista Amato.
Nell'anno 1016, un nucleo di questi pellegrini si ferm nel Sud-Italia, prese contatto con gli elementi paesani, si mise a cercar sul posto la propria ventura. Era una regione quanto mai varia e rotta e discorde. Stirpi, religioni, governi diversi e sempre in antagonismo gli uni con gli altri: Greci, odiatissimi, ma sempre abbarbicati a questo estremo lembo occidentale del loro dominio, con l'aiuto del clero regolare basiliano, Longobardi beneventani e salernitani, conservatisi con certa loro fisonomia originaria, ma in forte decadenza, discordi fra di loro, col potere ducale minato alla base dalla aristocrazia alta e mezzana; citt ribelli o in fremito di ribellione da per tutto; ducati di origine bizantina, ormai sciolti in tante citt semiautonome, a Napoli, a Gaeta, ad Amalfi; Saraceni in Sicilia, ma frequentemente minacciosi al continente; un forte organismo monastico a Montecassino, giunto, dopo secoli di vita travagliatissima, a molta potenza e ricchezza e prestigio morale in tutto il Mezzogiorno. Aggiungi la Chiesa di Roma che possedeva laggi un grosso patrimonio fondiario e qualche titolo o pretesa di alto dominio politico; e l'Impero che pure vantava diritti su l'eredit bizantina e si era fatto innanzi con i Carolingi e poi con Ottone Secondo, complicando ancor pi la gi complicata trama politica della regione.
Qui in mezzo, si caccia la piccola falange degli avventurieri normanni. E lavorano con destrezza e con forza, servono i Duchi longobardi e magari i Greci, dopo aver aiutato contro i Greci la ribellione delle citt; fanno massa con le milizie longobarde che i Greci stessi, poveri di forze proprie, avevano organizzato e le animano dei propri spiriti di iniziativa; si ingrossano di altri Normanni e di altri avventurieri di ogni paese e razza; lusingano i contadini ed i piccoli vassalli del luogo, come gi avevano fatto altri conquistatori del sud e come fanno tutti i conquistatori in genere; si mettono ad acquistar terre per conto proprio. Cos Rainolfo Drengot riceve nel 1030, da Sergio, duca di Napoli, la citt di Aversa e il titolo di Conte; e poi Guglielmo signore di Altavilla, modesta nobilt, eletto capo dei Normanni, conquista terre di Puglia, pianta a Melfi, punto centralissimo, la sua base d'azione, prepara le maggiori fortune di altri Altavilla, cio di Roberto Guiscardo e dei suoi fratelli. E' impresa loro, nella seconda met del secolo, il ricacciare sempre pi i Bizantini verso il Sud, distruggere i principati longobardi, ricevere in dedizione citt, resistere a papa Leone che mal tollerava questi nuovi e pi forti dominatori nell'Italia meridionale, vincere in battaglia il Papa stesso e il corpo dei suoi ausiliari tedeschi, poi riconciliarsi con lui e fiancheggiarlo contro l'Impero e per la riforma, ricevere l'investitura del ducato di Puglia e della Sicilia, iniziare infine con Ruggero la conquista dell'isola.
Con la caduta di Bari, capitale greca in Italia, nel 1071, che precede di poco la caduta di Salerno longobarda (1077), pi che met dell'opera  compiuta. Dalla costa pugliese, i Normanni, utilizzando e organizzando le energie marinaresche di quelle popolazioni e i loro tradizionali rapporti e interessi verso l'Oriente, si protendono su l'altra sponda e su l'Egeo, combattendo Veneziani e Bizantini che sono solidali nella difesa della libert del canale d'Otranto. Valona e Durazzo cadono nelle loro mani, Corf  assediata e sono occupate alcune delle isole Jonie. Solo la morte di Roberto, nel 1085, arrest l'avanzata, che segnava una nuova mutilazione del vecchio Impero greco ad occidente, mentre altre esso ne subiva ad oriente, per opera degli invasori turchi. Ma non si arrest, con quella morte, lo sforzo di conquista e l'organizzazione interna della nascente signoria.


2. - NORMANNI CONTRO ANGLO-SASSONI.

Siamo nel momento culminante della conquista normanna in questo estremo lembo meridionale d'Europa, ricco di sole, di oasi lussureggianti, di gloriose vestigia di pi civilt. Ed ecco, dalla stessa Normandia, un altro Guglielmo, capeggiando grande numero di guerrieri normanni e francesi, sbarca su le coste dell'Inghilterra. Qui, al contrario dell'Italia del sud, esisteva gi una unit politica, costituitasi dopo il Nono secolo attorno al Regno di Wessex che aveva prevalso sopra gli altri Regni di Angli e Sassoni con i re Egberto, Alfredo, Edmondo. Vi si erano formate anche assemblee di savi, le "Witema gemots", composte di membri della famiglia reale, di Vescovi ed alti ecclesiastici, di "ealdormen" (il "princeps" di Tacito, il "dux" dei cronisti, il "comes" dei Franchi), raccolte e consultate in caso di elezione e deposizione di Re, quando vi fosse da approvare leggi, votare imposte, consentire alla alienazione di terre della Corona eccetera: vita parlamentare in germe, destinata a svolgersi e perfezionarsi in seguito. E germinava, fra il sangue delle guerre civili e delle guerre di difesa da stranieri invasori, una coscienza nazionale di cui noi vediamo i riflessi nella letteratura poetica e storiografica. Ricordiamo la "Anglo-Saxon Chronicle", misto di prosa e canti lirici e brevi poemetti epici, che  tutta echeggiante di battaglie ed animata dal soffio di una ricca giovanile barbarie. Tuttavia, anche il Regno anglo-sassone croll sotto l'urto continuato dei Normanni.
L'impresa guerresca dell'anno 1066 era non gi il principio ma il coronamento di una lunga opera. Da un pezzo, Danesi e altri Normanni battevano e tempestavano su quelle contrade da cui breve tratto di mare li separava. Sembra che quasi obbedissero ad un comandamento di natura! Continue incursioni e battaglie, per terra e per mare e su le foci dei fiumi. Stimolo continuo, per gli uni e per gli altri, a costruir navi pi grandi, di pi resistente legname, meglio attrezzate, pi veloci. A volte, gli Scozzesi premono dal nord, i Normanni dal sud e dall'est. Memorabile il rovescio militare degli Anglo-Sassoni a Maldon (991), ove "tutto il fiore d'Inghilterra venne distrutto", per opera di Sveno re di Danimarca, diventato anche Re d'Inghilterra e di Norvegia: uno e trino Regno che dur non molti anni, con re Canuto, ma che fu una tappa importante nel cammino dei Normanni verso la conquista dell'Inghilterra. Lungo l'Undicesimo secolo, erano cresciuti poi i rapporti di ogni genere degli Anglo-Sassoni con i Normanni francesi e con la Francia. Vi era stata nell'isola una penetrazione di costumi del vicino continente, la quale addolc la natia rozzezza di questi estremi Germani del nord. L'Inghilterra "francicam elegantiam noverat", dice Giberto di Nogent, narrando di Edoardo il Confessore. E aggiunge della ricchezza del paese: grande incentivo ai conquistatori! Cos, dopo secoli di assedio e di assalti, la piazzaforte cadde. Salp il 27 settembre 1065 da St. Valery la flotta normanna, carica di 50000 uomini, quasi per una impresa di fede; e un grande gonfalone garriva sul loro capo, con segnati nel mezzo una croce ed un cavaliere combattente, che Alessandro Secondo papa aveva mandato in dono per consiglio del suo arcidiacono Ildebrando. Erano gli Anglo-Sassoni un popolo assai, devoto; ma alla S. Sede non dispiaceva trarli e legarli di pi a s. Presso il colle di Hastings, avvenne l'urto. Contro posizioni di Aroldo, re del paese, si avanzarono le schiere normanne, cantando antiche canzoni di guerra. Coperti di ferro questi; delle vecchie armature nazionali, gli Anglo-Sassoni. Grande strage, rotta dei difensori, morte dello stesso Re su campo della battaglia, 14 ottobre 1066. In un paese logorato anche da lotte intestine, da gare astiose di Corte, da discordie pretendenti alla successione, la catastrofe pot apparire ai contemporanei come voluta da Dio, "per i peccati del popolo".
Inizio di una nuova ra per la storia d'Inghilterra, come anche per il Sud-Italia. I due paesi cessano di essere aperti a tutte le invasioni. Cessano egualmente di essere l'uno terra di Celti, Romani, Anglo-Sassoni, Danesi, Normanni; l'altro di Greci, Longobardi, Latini, Arabi. Ed acquistano una robusta organizzazione militare e statale. La nuova Monarchia italiana muove alla conquista della Sicilia e la ricongiunge alle regioni continentali del Sud; quella inglese assoggetter la terra di Galles e la Scozia e le estreme isole settentrionali e l'Irlanda, che nel Undicesimo secolo si trovava, dopo un'epoca di fioritura, in condizioni di regresso quanto a cultura ed ordine pubblico. Il Sud-Italia comincia tutto a legarsi, pi che prima non fosse, al resto della penisola ed all'Occidente, cio all'Europa; egualmente, e modo speciale, l'Inghilterra alla Francia. Ai contemporanei, anzi, la conquista normanna di quel paese apparve come conquista francese e che portasse costumi e lingua di Francia tra gli Anglo-Sassoni, specialmente quando, a mezzo il Dodicesimo secolo, un'altra grande dinastia feudale francese, in persona di Enrico Plantageneto signore della Normandia, dell'Anjou, del Maine, del Poitou, della Guyenne, sal sul trono di Guglielmo il Conquistatore (anno 1154). Certo, per alcuni secoli, la politica inglese sar condizionata da questa appartenenza di provincie francesi alla Corona normanna di Inghilterra e dal rapporto di vassallaggio dei Re d'Inghilterra verso la Corona di Francia; e la politica di Francia, fortemente influenzata dalla presenza sul suolo nazionale di questi potenti e prepotenti vassalli che erano anche Re d'Inghilterra e ambivano ad ingrandimenti territoriali sui suolo francese ed alla stessa corona di Carlo Magno. Anche fra i due Regni normanni di nuova formazione, ai due estremi d'Europa, non mancarono rapporti e reciproche influenze: vi fu scambio di uomini e di pensieri. In Inghilterra, penetrarono elementi di cultura, specialmente giuridica, propri di un paese dove la romanit non aveva subto interruzioni. Anche senza reciproche influenze, vi fu, nella struttura dei due Regni, nell'ordinamento feudale, nei rapporti tra la Corona e i Grandi qualche notevole somiglianza che poi la storiografia siciliana dal Diciassettesimo secolo in poi si compiacer di mettere in luce, derivandone anche qualche conseguenza negli atteggiamenti della cultura e del pensiero politico dell'isola.


3. - LA RISCOSSA IBERICA.

Pi vasta azione fu quella dei popoli cristiani del Mediterraneo, contro i Musulmani accampati o in atto di avanzare su tutto il grande arco di cerchio dai Pirenei all'Asia minore lungo la costa africana e asiatica. Affievolitosi lo slancio originario dell'islamismo, accenna a svolgersi lo sforzo controffensivo degli altri. Esso  vasto e continuo specialmente nella Spagna, la cui storia si presenta, per secoli, come la storia della progressiva riconquista del paese, da quando Pelagio e Alfonso Primo fondarono fra i monti dell'estremo nord il prima Stato cristiano, fino alla espugnazione di Granata, attraverso vicende alterne. Quante volte parve vicino lo sterminio totale dei Cristiani; quante volte sembr suonare l'ultima ora pel dominio arabo! Eppure tenace vitalit nei Cristiani; potenti le risorse degli Arabi e Berberi, ogni tanto risollevati in alto da un uomo di genio o da nuove ondate di fratelli accorrenti dall'Africa alla riscossa. Nel Nono e Decimo secolo, discendono gi dalle pendici meridionali dei Pirenei e dei monti Cantabrici i nipoti dei Goti e dei Romani, gi cacciati verso il nord dalla conquista. La secolare residenza in paese rotto e diviso da barriere naturali ha rotto e diviso anche essi in gruppi abbastanza distinti, che hanno proprie aristocrazie e proprie Case principesche: inizio dei vari Stati che si formeranno poi nel territorio iberico, a mano a mano che la riconquista proceder, cio il Regno delle Asturie, il Regno di Leon, la contea di Castiglia eccetera Sollecita questi montanari, egualmente, la povert del paese, impari ai bisogni crescenti. Nel Decimo secolo, il Califfato  al suo culmine. A nord, i Cristiani hanno magre terre; ma a sud ed ovest, si distendono le verdeggianti vallate o le opime citt ove accampa la mezzaluna. Cordova grandeggia davanti alla fantasia dei contemporanei, come "il pi bel gioiello del mondo", piena di delizie e ricchezze, splendente di grandi moschee e palazzi e giardini. Attorno attorno, un civilt di tipo arabo, ma alla quale collaborarono discendenti dei conquistatori, Spagnuoli convertiti, Ebrei. Vi sono visibili segni di decadenza nella dinastia ommiade; ma, alla fine d Decimo secolo, nuovo slancio, per opera di un potente maggiordomo, Mohammed Ibn Abi Amir, l'"Almansor" o "Vittorioso" degli Spagnoli cristiani, uscito dalla piccola nobilt marocchina, alto ingegno, spirito liberale, ricco di fascino sui soldati, berberi arabi o cristiani che siano. Le sue armi vittoriose giungono fino al cuore delle montagne, a S. Giacomo di Compostella, la citt sacra, tomba del santo nazionale spagnuolo. E le campane della cattedrale, su le spalle dei prigionieri, vanno ad adornare grande moschea di Cordova.
Ma poi, nuova decadenza. Tutto si sgretol, la dinastia a cui era dovuta la grandezza dell'Islam iberico, l'esercito, lo Stato. Si costituiscono qua e l piccoli governi, discordi e guerreggianti fra loro, tutti con gli occhi puntati su Cordova: poich avere Cordova era come avere il pi della Spagna. E Cordova pass da una mano all'altra, fu saccheggiata da infedeli e Cristiani, fu travagliata da interne lotte fra le varie classi della popolazione, si ridusse un'ombra di se stessa. Ci che volle dire la fine di un grande centro comune e di una forza unitaria delle provincie musulmane. I vari capi e governatori si resero indipendenti, l'autorit del Califfo si restrinse a Cordova, Siviglia e poco pi. Avveniva nella Spagna araba, in piccolo, ci che nell'Ottavo secolo era avvenuto su la pi vasta scena dell'Impero islamico. Il senso di un comune interesse and quasi affatto sommerso. Si ebbe un conglomerato di piccoli Stati e di citt semindipendent, fra le quali prevale, ora, Siviglia. Invece crescevano i Cristiani, sempre pi nettamente contrapposti all'avversario. Ormai l'abisso morale fra i due popoli era diventato profondissimo e la lotta, che nel passato aveva pur avuto qualche gesto e sentimento cavalleresco, divenne lotta per la totale vittoria, per il totale sterminio degli uni o degli altri. Vi fu, attorno al 1030, con il re Sancio il Grande, anche un tentativo di unire in un pi vasto Regno i vari Regni: e per qualche tempo, si saldarono la Navarra, il Leon, l'Aragona, la Castiglia. La riconquista fece nuovi passi avanti, verso il sud e verso l'Atlantico. Alla fine del secolo, Alfonso Sesto di Leon e Castiglia sottomise a tributo molti principi musulmani, poi invase il territorio di Siviglia, entr in Tarifa. Dopo 5 secoli da che gli Spagnuoli ne erano stati cacciati, si riaffacciavano su lo stretto di Gibilterra, in vista dell'Africa! Il 25 maggio 1085, cadde anche Toledo, meta agognata. E' l'et del Cid ("signore"), Rodrigo Diaz de Bivar, glorificato poi e fatto eroe di romanzi come grande campione cristiano. La mutevole fortuna riservava altri colpi agli Spagnoli, come fu poco dopo, per l'accorrere di Amoravidi in soccorso dei Mussulmani spagnuoli. Ma Alfonso d'Aragona riafferr la vittoria. Un grande baluardo, Saragozza, cadde il 1118 nelle sue mani. La potenza politica dell'Islam in Spagna era finita; e solo si ebbe nel Dodicesimo secolo, in mezzo ad esso, una bella fioritura intellettuale, alimentata in particolar modo da Arabi e Giudei e vivace tanto da potere largamente penetrare in Europa.


4. - IL REGNO DI SICILIA.

Non meno procedeva la riscossa cristiana negli altri settori del fronte mediterraneo. Le posizioni saracene sul Garigliano furono espugnate nel 916, per lo sforzo riunito di signori della media e bassa Italia, sotto gli auspici di papa Giovanni Decimo. Feudatari francesi tolsero nel 975 agli Arabi la base di Frassineto. Ed ecco che entrano nel giuoco le citt italiane, specialmente Pisa e Venezia che mobilitano le loro navi durante le imprese degli Imperatori sassoni nel Sud-Italia. Al tempo di Ottone Primo, vi fu una spedizione pisana nei mari del Sud. Nel 1002, Venezia, chi gi aveva dato i primi colpi ai pirati slavi dell'Adriatico e combattuto l i Saraceni e gettato le ancore, protettrice, signora, davanti alle citt istriane ed alle isole del Quarnaro, mand Pietro Orseolo con la flotta a soccorrere Bari investita dagli infedeli. La citt fu salva, ed a ricordo della spedizione vi fu edificata la chiesa di S. Marco. Poco dopo, altra flotta pisana contro Reggio. Ormai, anche l'Italia tirrenica  in movimento, e Pisa e Genova puntano su la Sardegna e su la Corsica, infestate da frequenti scorrerie saracene. E' la rivalsa degli assalti e saccheggi che le due citt avevano esse subito da parte del medesimo nemico. Nel 1034, investimento e presa di Bona, su le coste del Nord-Africa, da parte dei Pisani, negli anni stessi che in Sicilia i discendenti dei Cristiani convertiti all'Islam insorgevano ed i Bizantini, inquadrando mercenari normanni, russi, longobardi eccetera, accorrevano, espugnavano citt, forse avrebbero conquistato l'isola, se non erano le loro discordie con i Longobardi e Normanni. I quali ultimi sono ormai giunti a Reggio, in vista di Messina, citt di mercanti, mezzo greca e mezzo latina. L'impresa, gi tentata al servizio dei Bizantini ora la tentano per conto proprio; e nel 1061, Ruggero, con 300 compagni, valica il breve mare e prende Messina, rincalzato presto da altri manipoli. Dall'altra parte dell'isola, nel 1062-3, duplice assalto pisano al porto di Palermo. Nel 1088, presa di Mahedia in Africa, per lo sforzo riunito di Pisani e Genovesi. Nel 1092-5, impresa contro i Musulmani di Spagna. Intanto, caduta Catania nel 1071, cadute nel 1072 Palermo e Mazara, Ruggero normanno aveva assunto il titolo di conte di Sicilia. Nel 1086, fu la volta di Siracusa.
Il dominio islamico , anche qui, finito e l'isola ricupera lentamente la sua fisionomia di paese europeo e cristiano. Poich Arabi e Berberi le avevano, in tre secoli, dato forte impronta di s, dopo le stragi della conquista, la ininterrotta corrente immigratoria dal Nord-Africa e la conversione di molti indigeni all'Islam, per sottrarsi a tributi o addolcire la servit. Vi si erano sviluppate agricoltura e industria, specialmente nella fascia litoranea del nord e dell'est; ma anche diffusi e infiltrati costumi e cultura musulmana, come in Spagna. Ora, molti infedeli sono sterminati; altri fuggono in Africa; altri si convertono o, meglio ritornano alla loro religione originaria; altri, infine, rimangono l tollerati, non senza beneficio intellettuale dell'isola che diventa, sotto i Re normanni, tramite operoso fra il mondo greco-arabo e l'Europa. I nuovi signori guardano anche oltre Palermo ed oltre Mazara. Come la conquista di Puglia aveva segnato l'inizio di una espansione verso le coste greche e albanesi, cos la conquista della Sicilia verso altre coste prospicienti. Sul finire del secolo, Ruggero rende tributarie le isole di Malta e Gozo; egli ed i successori fanno una politica di acquisti territoriali e di penetrazione commerciale in Tripolitania e Tunisia. Da millenni, del resto, era fra le coste greche e italiane, sicule ed africane, un alterno movimento di genti e di conquistatori. Ogni volta che di qua o di l si aveva una solida formazione politica e militare, essa tendeva, quasi per necessit di vita, a traboccare dall'altra parte. Adesso, l'iniziativa muoveva dalla penisola italiana che era in sul rinascere, non pi come Roma ma come Italia, come Regno di Puglia e Sicilia, solennemente proclamato a Palermo nel 1130, dopo affrontate e vinte opposizioni e rivolte di citt, di feudatari, di Chiesa romana. E trovava il mondo musulmano del Nord-Africa in una tragica ora della sua storia. Si movevano a ondate le trib nomadi del deserto e quasi sommergevano le citt pi vicine alla costa. Alcuni famosi centri di fede e di Cultura, come Cheruan, antica capitale dell'Africa maomettana, citt santa, cadevano in rovina, per non pi risollevarsi.
Fatto importante, nella storia d'Italia e d'Europa, la formazione di questo Stato, proteso verso l'Africa e l'Oriente! E' la riscossa contro il mondo arabo e il mondo greco. Italia ed Europa portano fino al mare ed oltre il mare i loro confini politico-religiosi con l'Oriente e si separano dall'Oriente, accentuano la loro incipiente individualit morale, possono svilupparsi come Italia ed Europa. Proprio nello stesso tempo,  venuto a maturit lo scisma greco (1059) che rende pi netto il distacco. Anche l'Impero d'Occidente vede chiudersi le porte del Sud-Italia e rimaner su la carta i vantati diritti. Da questo punto di vista, la conquista normanna  da metter insieme con la nuova politica del Papato riformatore, con lo sviluppo delle citt lombarde, con la potenza raggiunta nell'Undicesimo secolo dal marchesato di Toscana, avanti che le citt lo disciolgano ed anche qui si elevino a grande floridezza: tutti accadimenti e forze politiche che arginano l'invadenza tedesca nella penisola.



Capitolo quindicesimo.
Crociate, moto migratorio italiano, colonizzazione tedesca.


1. - L'AVANZATA VERSO ORIENTE.

Insomma, il movimento si propaga. Da per tutto, contro la Mezzaluna si leva la Croce. Vi , ora, una operosa coscienza cristiana che avvicina ed accomuna contro lo stesso nemico gente d'ogni paese. Alle battaglie spagnole accorrono cavalieri normanni, borgognoni, della Francia meridionale; navi pisane e genovesi; artieri, costruttori di macchine di guerra, provenienti dall'Italia. Appartengono a quegli elementi della societ feudale che vengono sciogliendosi dal fermo vincolo con la famiglia o con la terra e acquistando mobilit grande nel vasto mondo, verso ogni paese donde vengano richiami di guerre o di commercio o di lavoro: ma  segno dei tempi che questa gente si muova sotto un'insegna religiosa. Ed  segno dei tempi la vasta inquietudine che nella seconda met dell'Undicesimo secolo si diffonde nell'Europa cristiana, per l'avanzarsi dei Turchi, stirpe mongola voltasi all'islamismo, i quali, entrati prima a servizio dei Califfi di Bagdad e messisi poi a conquistar e dominare per conto proprio fino all'India ed all'Afganistan, si erano nel 1055 impadroniti di Bagdad e di li allargati su la Siria e l'Armenia. Attorno al 1070, tolsero Gerusalemme e Damasco alle dinastie arabe e inflissero sanguinose sconfitte alle forze militari dell'Impero bizantino, martellato ora dai Normanni ad Occidente e dai Turchi ad Oriente. Strani racconti correvano allora in Europa, sui paesi del Levante. Maometto e maomettanesimo, Impero di Bisanzio, Siria, Egitto, avevano subito e subivano travestimenti fantastici. Si mescolavano alla rinfusa antiche tradizioni, racconti di pellegrini, notizie deformate dalle mille bocche per cui erano passate nel lungo viaggio. Nel 1092, il nuovo Impero turco si sfasci e parecchi piccoli Stati vi si formarono: maggiore di tutti, il sultanato di Iconio, con la capitale omonima. Ma la condizione dei Cristiani d'Oriente, gi aggravata dalla conquista mongola, rimase grave anche dopo rottasi l'unit di quell'Impero barbarico. Gregorio Settimo pens ad un grande sforzo dell'Europa cristiana: e il pensiero, non realizzato allora, fece strada. Per cui, quando Urbano Secondo, nel novembre del 1092, in mezzo alla gran folla di Vescovi e prelati e chierici e borghesi e uomini letterati di Francia e Italia, raccolti nel sinodo di Clermont, lanci il suo grido di guerra, "grande rumore si lev in ogni provincia di Francia", come scrisse un contemporaneo.
Signori e vassalli, servi e borghesi volsero gli animi all'impresa. Scomparvero i banditi, si interruppero le guerre private, a molti si gonfi il cuore di orgoglio nazionale: poich francese, anzi il primo Papa di nazione francese, era Urbano Secondo; ai Francesi, avanti che ad ogni altro, egli si era rivolto; in Francia, trov egli il maggior numero di seguaci! E non era la Francia del Re quella che allora si muoveva. Ch il Re si trovava in lotta col Pontefice, per avere ripudiato la legittima moglie ed essersi unito con Bertrada contessa d'Angi; e ne era stato scomunicato. Ma la Francia del popolo, dei guerrieri, dei chierici, tutta in fermento, premuta da bisogni e desideri molteplici. La crociata si presentava come una via di libert per i monaci costretti al chiostro, una speranza per i figli diseredati, un grande sfogo alla nobilt turbolenta e povera che si massacrava nelle guerricciuole locali. E tutti avevano davanti agli occhi luminose citt, ricchezze fantastiche, femmine bellissime. In pi, il paradiso. "Potevano guadagnare la vita eterna conservando loro abitudini, senza bisogno di farsi eremiti e di spezzare spada", racconta ingenuamente un antico narratore della prima Crociata. Ma non mancarono manifestazioni di autentico fanatismo religioso. Rinverd anche l'antico odio contro gli Ebrei che vivevano un po' da per tutto, dando denari a prestito, occupandosi di medicina ed alchimia, a volte sospettati di magia e di pratiche demoniache. Ed in pi di una citt, i crociati, prima di partire, volsero le armi contro questi nemici di Cristo, ne fecero scempio, giovani e vecchi, uomini e donne. Battesimo o morte! era il loro grido.
Ai Francesi altri si aggiunsero o seguirono, per quanto non molti rispondessero, n Tedeschi n Inglesi. Per questo, anzi, "poich a lui sembr che in questa nazione poco si facesse secondo giustizia", l'arcivescovo Anselmo di Canterbury, dopo apparsagli molte notti una grande luce scintillante in direzione dell'Oriente, prese congedo dal Re normanno e veleggi anche esso oltre mare. Tuttavia, ogni paese diede i suoi manipoli di guerrieri e le sue turbe raccogliticce. Alcune migliaia si mossero dalla Germania, con l'arcivescovo Sigfrido di Magonza. Molti Italiani, per l'Istria, la Croazia, le coste dalmate, la Macedonia, raggiunsero Costantinopoli; oppure da Pisa, Genova, Venezia, Brindisi salparono per l'Oriente. Emergevano fra essi l'arcivescovo di Milano, l'arcivescovo di Pisa Daiberto, Boemondo e Tancredi d'Altavilla, altri grandi baroni normanni. Anche dalla lontana Scozia ne accorsero, quasi selvaggi, le gambe nude, un sacco di viveri su le spalle, senza altro linguaggio se non quello di due dita poste in croce, per far capire che essi erano in servizio di Cristo. Avventuroso viaggio attraverso l'Ungheria, ormai cristiana, gi per la valle del Danubio che stava ridiventando una grande strada! Vivacit, leggerezza, insolenza, arroganza, spirito predatore dei cavalieri francesi, loro mania di grandezza, atteggiamento di superiorit sopra gli altri: cio gi visibili certe loro caratteristiche nazionali. Vasto movimento di affari: navi, armi, vettovaglie, citt marittime piene di movimento; Pisani Genovesi Veneziani che vanno ad ingrossare e moltiplicare su le coste della Siria e dell'Anatolia i piccoli nuclei dei concittadini gi stabiliti laggi. Si combatt e si vinse a Nicea e Dorilea (1097). Ed avanti ancora! Qualche feudatario si stacc dal grosso, per fare sue proprie conquiste; ma gli altri, ridotti tuttavia ad un piccolo esercito, giunsero sotto Gerusalemme, la assediarono, la presero, la misero a sacco, 15 giugno 1099. Il condottiero, Goffredo di Buglione, ebbe poteri di sovrano feudale e il titolo di "Protettore del Santo Sepolcro". L'arcivescovo pisano Daiberto, giunto in ultimo con 200 navi, divenne Patriarca; furono conquistate tutte le citt costiere e dell'interno, S. Giovanni d'Acri, Laodicea, Beirut, Tiro, Ascalona, Tripoli, Antiochia, Giaffa eccetera. La cristianit si riaffacciava ai luoghi d'origine, si rifaceva alle sorgenti che erano, nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, la Terra Santa ed il Vangelo. Non durevoli le conquiste, ma di vasta portata questo protendersi ed ampliarsi dell'Europa verso Oriente.


2. - ESPANSIONE DI ITALIANI IN ORIENTE.

Anche dall'Italia vi fu una irradiazione di popolo che super forse, per ampiezza, per durata, per efficacia, quella di ogni altro paese o gente ed ebbe caratteri suoi propri. Nessuna Monarchia la disciplin, come disciplin quella degli Spagnuoli e un po' dei Tedeschi; l'alta feudalit non forni essa i quadri, come li forni alle turbe che mossero verso la Terra Santa per la prima Crociata o ai cavalieri e contadini tedeschi che colonizzarono l'Est slavo; non vi furono obiettivi territoriali, come quelli che balenarono davanti agli occhi dei Normanni, veleggianti dalla Normandia verso il nord o il sud; non si ridusse tutto a qualche spedizione militare o alla creazione di effimeri domini feudali. Ma vi fu continua, organica attivit di navigatori e di mercanti. Principale mta, l'Oriente islamico e greco e le coste dell'Africa mediterranea. Prima ancora della Crociata, Veneziani e Amalfitani e Baresi e altra gente delle nostre citt adriatiche o tirreniche battevano quei mari; Genovesi e Pisani affrontavano gli Arabi in Calabria e Sardegna, in Sicilia e Africa. E cominciavano a formarsi, qua e l, nuclei coloniali stabili. Venne poi la prima Crociata, vennero le successive Crociate, rivolte piuttosto verso l'Egitto, le quali furono, in certo senso, prosecuzione europea, sopra un campo pi vasto, di imprese tirreniche e africane compiute dalle nostre citt. Si costituirono principati cristiani: quello di Antiochia, con Boemondo normanno; quello di Edessa, con Balduino di Fiandra, poi Re di Gerusalemme; ed altri minori.
Ma frutti assai pi abbondanti e ricchi raccolsero Veneziani, Genovesi, Pisani. Essi avevano quasi la padronanza delle vie marittime, possedevano il denaro, la sorte delle signorie feudali venute su con la Crociata era in parte nelle loro mani, molta influenza esercitavano su l'Impero greco. Crebbe perci la loro attivit di armatori, di marinai, di mercanti verso quei paesi. Si formarono nuovi sedimenti coloniali, gli antichi si ingrandirono, riusc facile ad essi ed alle citt-madri di ottener privilegi commerciali e concessioni varie a Costantinopoli, a Tripoli di Siria, a S. Giovanni d'Acri, a Giaffa, ad Antiochia, a Beirut, a Laodicea, a Damasco, a Cesarea, ad Alessandria, a Damietta, a Tunisi, a Sfax, a Cipro eccetera Diversa giuridicamente la posizione di ogni colonia di fronte all'autorit del paese; ma, in generale, ad ognuna era riconosciuto l'uso della propria legge, esenzione da tributi locali, case, strade, piazze, bagni, mulini, scali nel porto, a volte anche terra da coltivare nella zona attigua, con lavoratori reclutati fra indigeni. Potevano cos servire da stabile punto di appoggio per le navi e da luoghi di deposito per le merci che giungevano dall'interno verso l'Europa e dall'Europa verso l'interno. Nel tempo stesso, nuclei di Veneziani e Pugliesi prosperavano su la opposta sponda adriatica, trattati di concittadinanza si stringevano fra le citt nostre di Puglia e le citt dalmate, assai affieni per istituzioni e per costume e strette da rapporti di commercio e da qualche ragione di solidariet politica; i Re normanni di Sicilia riprendevano l'opera di penetrazione nella Balcania e i disegni su l'Impero greco e su le vicine coste africane, che la morte di Roberto Guiscardo aveva interrotto. Dopo le ondate migratorie che, duemila o millecinquecento anni prima, avevano, dalla Grecia e dall'Asia minore, coperto le coste pugliesi e calabresi e siciliane e campane; dopo la larga diffusione di Greci, di Siriaci, di Armeni eccetera, stanziatisi a Roma, a Ravenna, a Pavia, in Calabria, altrove, nell'era del basso Impero e del dominio bizantino in Italia; infine, dopo le invasioni islamiche che, dal Nono all'Undicesimo secolo, si erano riversate su la Sicilia e per poco non anche su tutto il Mezzogiorno continentale, ecco un nuovo movimento in senso opposto.
In un primo momento, i Veneziani emersero laggi su tutti gli altri. Erano allenati da pi lungo tempo, non avevano subite devastazioni e danni di pirati, non sentivano addosso nessun peso feudale, formavano gi una aristocrazia di navigatori e di mercanti, conoscevano meglio dei Pisani e dei Genovesi l'ambiente di Bisanzio, in quanto parte anche essi, da secoli, di quel mondo orientale che aveva in Costantinopoli il suo centro. Qui, nella seconda met del Dodicesimo secolo, i Veneziani residenti superavano di numero tutti gli altri Italiani presi insieme. N la loro posizione nell'Impero fu durevolmente scossa, n questo rapporto numerico fu mutato dalla reazione popolare greca, fatta di sentimento religioso e di interessi offesi, che alla fine di quel secolo si abbatt su gli Italiani e sui Latini tutti, con uccisioni e saccheggi e forzato esodo di coloni. Quel primato veneziano ricev conferma e quasi suggello europeo alla quarta Crociata che, prese le mosse specialmente dalla Francia, si risolse poi quasi in una intrapresa di Venezia che forni denaro e navi e, invece di dirizzarla verso l'Egitto o Gerusalemme, la dirizz verso i paesi di Dalmazia e Costantinopoli. La grande metropoli dell'Oriente fu presa e saccheggiata, la dinastia rovesciata e costretta a ritirarsi nell'Asia minore. Nuovi Stati latini sorsero laggi, nell'ambito dell'Impero greco, come gi un secolo prima nell'ambito di territori islamici; anzi, all'Impero stesso fu assunto un principe occidentale, cio Balduino di Fiandra, preferito dagli elettori all'altro aspirante, che era Bonifacio di Monferrato, capo della spedizione. E fu un Impero feudale, del tipo di quello che aveva in Roma la sua sede; e, come l'uno era praticamente tedesco, cos l'altro divenne o poteva diventare francese, data l'origine di gran parte di quella feudalit che si divise le spoglie dell'Impero greco. Ma parte cospicua di queste spoglie tocc a Venezia: cio molte grandi e piccole isole, citt costiere, basi navali. E l'Oriente, tutto seminato di stanziamenti veneziani, fu quasi il centro di gravit della Repubblica. Costantinopoli gi era e pi divenne una citt mezzo veneta, con un grande quartiere ed un arsenale ed un castello ed un Podest veneziani, al quale ultimo sottostavano tutti i residenti nel Levante. Veneziano anche il Patriarca. Il Doge stesso, il vecchio Enrico Dandolo, sembr dovesse trasferirsi laggi, egli che possedeva, nella piazza concessa alla sua nazione, un ampio palazzo, e per poco non fu, dopo la caduta della citt, proclamato Imperatore.
Cio l'antica dipendenza di Venezia da Bisanzio  ormai rotta del tutto, anche di diritto. La presa di Costantinopoli pu essere ravvicinata alla vittoria di Legnano: ambedue segnarono il crollo ultimo o la diminuzione dei diritti dell'Impero d'Oriente e dell'Impero d'Occidente su terre italiane. Anzi quasi si rovesci il rapporto antico fra Venezia e quell'Impero e Venezia da dominata divenne pressoch dominatrice. Vuol dire che dur solo sessant'anni quell'Impero latino di Costantinopoli. E' furono sessanta anni di vita grama. Lo premevano ed immobilizzavano i Bulgari da una parte, la dinastia greca trapiantata nell'Asia minore dall'altra. Fino a che, nel 1261, questa dinastia riprese il sopravvento, come riprese il sopravvento l'Islam; e l'Impero latino cadde e caddero parecchi domini feudali costituitisi insieme con esso dopo il 1202, come caddero quasi tutti quelli costituitisi in territorio islamico. Sub un tracollo anche l'influenza veneziana in Oriente e nella capitale dell'Impero. Poich la restaurazione della dinastia greca, come fu voluta e preparata da Genova, cos segn un trionfo di Genova. Il quartiere veneziano di Costantinopoli pass ai Genovesi; e con esso, altri quartieri e logge e fondachi a Smirne, a Salonicco, a Creta, a Negroponte eccetera. Ma, nel complesso, anche Venezia rimase in piedi, nelle sedi di Levante. Si ebbe, in pi, Genova e un suo impero, non minore, per due secoli, di quello veneziano.
Vi fu come una divisione di zone di influenza fra Genova e Venezia. Genova fu pi forte nella Siria (almeno fino a che questa non and perduta per i Cristiani, come accadde negli ultimi decenni del secolo), lungo le coste della piccola Armenia, sul Bosforo, nel mar Nero; Venezia, invece, si radic nell'Egeo, specialmente a Creta e, non squassata dalle fazioni, ferma nei suoi tradizionali istituti politici, anzi sempre pi aristocratica ed oligarchica, cio dominata dal ceto marinaresco e mercantile che traeva dal Levante la sua ricchezza; mantenutasi libera dai vicini signori della valle padana; fornita delle necessarie attitudini spirituali, che facevano di essa veramente, assai pi che non di Genova, la continuatrice di Roma, riusc a costituire un dominio coloniale vero e proprio, conservato per secoli, bene accetto alle popolazioni, tenacemente difeso contro i Turchi. Rimaneva il Nord-Africa, Tunisi, Bona, Tripoli, Mehedia, Sfax, Bugea eccetera: e questo fu, nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo, campo d'azione specialmente dei Pisani, prima assai potenti anche essi in Oriente, ma poi dimostratisi inferiori di forze agli altri due contendenti. Il possesso della Sardegna dava alla citt toscana una superiorit grande su gli altri, per i commerci nordafricani; nel modo stesso che il possesso di scali in Dalmazia, e poi anche lungo la penisola di Morea ed a Candia, dava superiorit a Venezia per i commerci levantini.
Entro questi limiti si svolse il multiforme lavoro, spesso si sfren lo spirito battagliero delle cittadinanze marinare della penisola, a cui si accompagnarono poi, sollecitati dall'esempio, anche gente dell'interno, Fiorentini o Veronesi, Piacentini o Lucchesi, prima sotto nome di Pisani o Veneziani, per goder degli stessi privilegi loro, poi con proprio nome e in virt di accordi direttamente conchiusi. E' un mondo molecolare, quasi sempre discorde, della discordia stessa che divideva Pisa e Genova e Venezia. Mercanti quasi tutti, almeno in origine; ma di quei mercanti che stavano sempre sul "chi vive", ed erano capaci di buttarsi ogni momento alla guerra di corsa, ed avevano animo di mutarsi in signori, se le circostanze lo esigevano o permettevano. E realmente si form laggi una nuova baronia accanto a quella di origine feudale. I Querini, i Contarini, i Sanudo, i Dandolo, i Gattilusio, i Senarega, gli Zaccaria eccetera, signori di Stampalia, di Ascalona, di Nasso, di Andro, di Imbro e Lesbo e Taso, di Castel d'Elci, di Foca, eccetera, i quali erano molto autonomi di fronte alla propria citt ma pure ne fiancheggiavano e puntellavano il dominio, laddove questo aveva potuto direttamente affermarsi.


3. - ... E IN OCCIDENTE.

Di solito stavano attaccate alle coste, queste colonie e queste signorie, come gi i Fenici e Greci nel Mediterraneo centrale ed occidentale; pi specialmente, allo sbocco delle grandi strade carovaniere, presso le foci dei fiumi, in qualche piccola isola del basso Danubio, come  Licostomo, donde i Genovesi dominavano il commercio della Moldavia. Ma della costa si faceva base e punto di partenza anche per risalire pi lontano, oltre i monti ed oltre la fascia desertica. Cos vediamo Veneziani, Genovesi, Pisani, uomini di Toscana o Lombardia monopolizzar certi commerci nel centro dell'Asia Minore, tentare la piccola Armenia su dai porti della Cilicia, fare il traffico carovaniero con la Persia, spingersi assai addentro nella grande pianura russa e nella zona caspica, risalire il Danubio e spargersi per la Romania, l'Ungheria, la Polonia eccetera, toccare i paesi baltici, incontrarsi nel centro dell'Europa con gli altri Italiani che vi sono giunti attraverso le Alpi e dall'Occidente.
Poich anche l'Europa occidentale  tutta seminata di questi operosi e intraprendenti cercatori di ricchezza. Essa non pu non aprirsi a chi domina il commercio levantino. Avanti che l'Europa, organizzata nei suoi grandi quadri politici, si mobiliti verso l'Italia e vi graviti da ogni parte come verso un centro, sono mobilitati gli Italiani, con le loro individuali forze e il loro senso di ripercorrere vie antiche, aperte dai loro padri. La Spagna  forse uno dei primi paesi battuti dai nostri, attraverso il mare e la terra ferma. Pisani e Genovesi vanno a combattere i Mori nella penisola iberica. E poi ne troviamo all'assedio e alla conquista di Toledo, compiuti nell'anno 1085 da Alfonso Sesto re di Leon e Castiglia; ne troviamo nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo, mescolati agli avvenimenti guerreschi del Portogallo, che sar poi uno dei loro campi di allenamento alle navigazioni oceaniche ed alla scoperta di nuovi continenti. Da Barcellona, li caccia nel 1265 Giacomo I il Conquistatore, nel tempo che anche i Catalani si sono dati al commercio e sono attivissimi e audacissimi nel Mediterraneo, con volont grande di dominio marittimo e di acquisti territoriali. E allora la Francia, gi assai frequentata dai mercanti italiani in tutto il Dodicesimo secolo, ne diventa quasi la seconda patria. Le fiere famose di Champagne, a cui convenivano Francesi, Tedeschi, Inglesi, Fiamminghi eccetera, sono essenzialmente fiere di Italiani, per il commercio con le Fiandre; e decadono quando, al principio del '300, la politica dei Re di Francia verso i Fiamminghi allontana quelli dalle fiere. Non meno essi battono l'Inghilterra, ove il commercio , fino al Quattordicesimo secolo, quasi tutto nelle mani di stranieri, Olandesi, Fiamminghi, Tedeschi, Italiani; e specialmente le Fiandre, a cui giungono prima per terra, poi con le navi di Genova e Venezia. Anversa e Bruges diventano i loro maggiori scali, il punto di incontro fra il commercio delle citt italiane e quello delle citt anseatiche, per lo scambio dei prodotti mediterranei e levantini e dei prodotti nordici. Infine, la Germania, l'Ungheria, la Polonia, eccetera, e la stessa Spagna, dove gli Italiani non tardano a rientrare dopo l'espulsione: e nel '300, fioriscono i commerci italiani in quel paese. Ricchi fondachi posseggono a Barcellona, a Valenza, a Maiorca, fra gli altri, i Datini, esemplare famiglia di mercanti pratesi.
Si ha, in questi paesi, un continuo transito di Astigiani, Pistoiesi, Piacentini, Milanesi, Veneziani, Genovesi, Fiorentini eccetera; e si hanno nuclei fissi, raccolti nelle citt in proprie vie e contrade, organizzati localmente secondo la provenienza ed anche federativamente, nell'ambito di un grande Regno. Cos, ad esempio, la "Universit dei mercanti lombardi e toscani residenti in Francia", che tratta col Re e nel 1277 pone in Nmes la sua sede legale. Esportano lane e panni greggi; importano drappi fini, seterie, merci venute dall'Oriente; fanno il commercio del denaro. Accanto al piccolo o mezzano mercante, le grandi Case senesi, fiorentine, lucchesi, astigiane dei Salimbeni, dei Tolomei, dei Bonsignori, dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli, dei Malabaila, degli Alfieri eccetera, che hanno banchi e agenti da per tutto, prestano a Re, baroni e prelati, finanziano le guerre, appaiono vere potenze anche politicamente. Per gli indigeni, sono una specie di Ebrei battezzati, spesso oggetto di avversione non minore ed esposti a sopraffazioni e ricatti e violenze di principi e di plebe. E non sempre li salva la protezione della Santa Sede, che ha stretti legami con questo mondo bancario italiano e se ne serve per il suo servizio di rimessa delle collette, raccolte in ogni parte del mondo. Ch anzi, spesso l: politica divide fortemente la Curia romana da questa o quella citt italiana; ed allora fioccano interdetti e scomuniche e bandi che mettono il mercante alla merc di tutti e servono di occasione o pretesto a chi voglia taglieggiarlo, negargli i suoi crediti, sequestrarne le merci, cacciarlo dal Regno. Ma, nella fase economicamente arretrata o arretratissima in cui quei paesi si trovano, l'attivit degli Italiani  necessaria e benefica. Soddisfano essi il bisogno vivo di numerario, valorizzano materie prime che le industrie locali non sfruttano ancora, sono maestri nell'arte del navigare e costruire grandi navi, partecipano altrui il frutto di larghe esperienze commerciali, accelerano la trasformazione economica e sociale dei vari paesi. Insomma, operano come un fermento vivificatore ed aiutano la formazione delle forze economiche nuove e delle capacit tecniche locali. Sono, essenzialmente, uomini della vita pratica e degli interessi concreti. Ma precedono e preparano la via alla generazione dei letterati e degli artisti che poi, dalla fine del '300, seguir.
In tal modo gli Italiani, pi forse di ogni altro popolo, operarono in questa fase storica come un tessuto connettivo ed un elemento di unit fra le varie contrade d'Europa. Movevano da una posizione centrale; e, pi ancora, avevano il sostegno, lo stimolo di Roma, di quella pagana, sempre viva ed operosa anche essa ed ora anzi in via di rinascere, e di quella cristiana, cattolica, papale. La quale ultima tocca anche essa il suo culmine in questi secoli, insieme con la attivit cosmopolita degli italiani, con azione reciproca dell'una su gli altri. Ch il Papato si giova di questo ridiventar il Mediterraneo e la penisola centro vivo dell'Europa; e gli Italiani si giovano del prestigio e della vasta organizzazione unitaria della Chiesa cattolica, che a capo a Roma. Spirito di proselitismo religioso, interessi politici della S. Sede, desiderio di nuovi sbocchi e nuove vie al commercio, fra poco anche curiosit di conoscere e di vedere, ebbero qui nella penisola le maggiori manifestazioni di s e operarono con eguale potenza a spostare pi lontano i confini del mondo. Si ricordi, nel '200, lo spirito girovago dei compagni di S. Francesco, cavalieri in saio fratesco. Verso la met di quel secolo, missionari e nunzi pontifici, qualcuno di nazione francese o tedesca ma i pi di nazione italiana, Giovanni dal Pian del Carpine, Giovanni da Monte Corvino, Oderico da Pordenone, si avventurarono per primi entro il grande continente asiatico di cui quasi nulla si sapeva, salvo la vaga notizia di una vastit sconfinata, di montagne e fiumi giganteschi, di strani popoli, di meravigliose ricchezze. Giungevano allora su le spiagge mediterranee e in tutto l'Occidente i lontani rumori di un vasto movimento di popoli, Mongoli, Tartari, Turchi eccetera, che dal nord dell'Asia si spostavano verso il sud-est e verso il sud-ovest, cio verso la Cina e verso l'Europa, il Mediterraneo, il golfo Persico. Si diffondeva nella cristianit lo stesso stato d'animo ansioso e curioso che aveva preparato la Crociata nell'Undicesimo secolo. Ed ecco le meravigliose peregrinazioni di Niccol e Matteo e Marco Polo, patrizi veneziani, commercianti di stoffe, gemme, spezie, attraverso la Persia, attraverso il Pamir "tetto del mondo", attraverso le distese deserte del Gobi, agitato come un oceano ad ogni soffiar di vento, fino alla capitale del misterioso impero, fino all'oceano Pacifico ed all'oceano Indiano, fra il 1270 e il 1295. In quegli stessi anni, dei Genovesi, i fratelli Vivaldi, si avventuravano sopra un altro oceano, riconoscevano le coste occidentali dell'Africa, precedevano Niccol da Recto, pur esso genovese, il veneziano Alvise Cadamosto, il fiorentino Angelo del Tegghiaio, che poi visiteranno quelle medesime coste e scopriranno per i Portoghesi le Canarie. Erano i primi approcci per una grande avanzata dell'Europa oltre i vecchi limiti, ad oriente ed occidente. E gli Italiani si trovavano alla testa. Lo stesso frazionamento politico, la mancanza di vincoli con pi vasti e pesanti organismi, la netta separazione dal mondo feudale costituivano un incentivo a battere tutte le strade, letteralmente. Rappresentavano al massimo grado, allora, l'iniziativa, promovendola negli altri. E certo, essi non furono senza azione nel suscitare quella Europa che poi un po' per volta, dal '200 in poi, si avviciner all'Italia, la permeer di influenze politiche varie, finir con l'affermarvisi da padrona: specialmente Spagna e Francia.


4. - I TEDESCHI E LA COLONIZZAZIONE DELL'EST.

Ci che per gli Italiani fu l'Oriente, per i Tedeschi furono le terre occupate dagli Slavi. Grande sforzo della gente germanica, dal 900 in poi, prima piuttosto difensivo, in seguito offensivo; prima sotto la condotta e per iniziativa dei Re ed Imperatori, poi dei grandi e mezzani signori territoriali! Sono dell'Undicesimo secolo, con i Re di Casa salica, le vittoriose campagne contro Slavi e Magiari, che rivestono un certo carattere religioso, come quelle di Carlo Magno. Enrico Secondo riguadagna la regione dell'alto Meno o Franconia orientale, fino al 1000 abitata specialmente da Slavi, e fonda il vescovado di Bamberga; Enrico Terzo conduce fortunate campagne contro gli Ungari, che alla fine dell'800 si erano definitivamente stanziati nella pianura del medio Danubio, avevano frantumato e sottomesso masse di popoli slavi, gi iniziatisi alla civilt occidentale, e si erano gettati a quelle vaste scorrerie verso l'ovest e il sud-ovest che ne fecero per un secolo il terrore di mezza Europa. La minaccia tedesca, che rispondeva ad altra minaccia slava o magiara, affrettava l'organizzazione di tutti questi popoli. Cos si era consolidato il Regno di Germania; cos era nato il Regno di Boemia, e la Casa dei Przemislidi, sopraffatte le altre minori casate, aveva messo al principio del Decimo secolo la sua sede in Praga, il centro della regione. Nello stesso tempo, pi al nord, dalla fusione di piccoli staterelli slavi, era sorto la Stato polacco, con la dinastia dei Piasti. Infine, il Regno d'Ungheria aveva ricevuto la forte impronta di Stefano il Grande (995-1038), che costrinse a dipendenza ferma popolo e magnati.
Con la conquista o riconquista militare dei Tedeschi, fattasi particolarmente a spese dei gruppi slavi rimasti fuori dei Regni di Boemia e Polonia, anche un movimento di colonizzazione. E gi con Enrico Terzo vi  una penetrazione di Tedeschi fino alla Thaya e alla Leitha. L'accrescimento degli abitanti, in un'epoca in cui l'agricoltura, quanto a mezzi tecnici e metodi di coltivazione, progredisce ancora con estrema lentezza, si risolve in necessit di migrare. Accanto a proprietari ricchi di terra che cercano contadini, contadini che cercano terra. N mancano intermediari che si fanno incettatori di uomini, ottengono terra dai grandi signori e la distribuiscono, riservandosi su quelli certa giurisdizione e alcuni diritti fiscali. Vasto  il campo di reclutamento di queste forze di lavoro. Non solo Tedeschi veri e propri, ma anche abitanti delle basse terre del nord-ovest. Qui il mare premeva su la terra ferma, ingoiava vaste distese di costa, devastava Olanda e Frisia, mutava il litorale in cordoni di piccole isole. Era paziente infiltrazione di acque ed erano improvvisi e rapidi assalti, specialmente dal Dodicesimo secolo in poi. Ostinata lotta degli uomini contro il mobile elemento, serrati l'uno accanto all'altro, fattisi esperti a costruir dighe e scavare canali; ma anche esodo verso l'interno, lungo le sponde dei grandi fiumi della Germania che si popolavano di Olandesi, di Frisi, di Fiamminghi, di Seelandesi, attirati dai signori del luogo, ricchissimi di terre.
Fin verso la met del Dodicesimo secolo, questa colonizzazione non oltrepassa l'Elba. Ma con Lotario di Sassonia, Re e Imperatore, e poi con gli Svevi, l'Elba  superata, la colonizzazione si compie su pi vasta scala, con maggior vigore. Sopra un programma politico, se ne innesta consapevolmente uno economico. Spedizioni contro gli Slavi pagani si mescolano o alternano con le Crociate in Terra Santa, con tendenza delle prime di sostituirsi a queste e reclamare per s le forze dei Tedeschi. Emergono allora alcuni attivissimi colonizzatori. Adolfo, conte dello Holstein, opera nella parte orientale di questa regione, con alterna fortuna. Vi , dopo la morte di Lotario e mentre in Germania contendono Guelfi e Ghibellini, un movimento di riscossa degli Slavi, con devastazioni e sterminio di villaggi, castelli, monasteri, nuclei cristiani gi costituitisi. E bisogn allora ricominciare daccapo. Nel 1143, si mandarono messi in Frisia, in Fiandra, in Westfalia : venissero con le famiglie; avrebbero avuto dovizia di pascoli e bestiame e selvaggina e pesca; sarebbero ritornati padroni di quelle terre che gi i loro padri e fratelli avevano acquistato col sangue! E allora, narra un cronista, infiniti uomini, dai diversi paesi, accorsero con le famiglie e i loro beni mobili. Risorse ci che era stato abbattuto, nuclei tedeschi si stanziarono presso i villaggi slavi e li assorbirono. Pi a sud-est, operarono i Duchi sassoni, specialmente Enrico il Leone; e poi Alberto l'Orso che fu primo marchese del Brandeburgo, l'arcivescovo Wichmann di Magdeburgo, i vescovi di Meissen e di Merseburgo, la piccola nobilt a cui furono date in feudo le terre. Per opera di costoro, la conquista e la colonizzazione tedesca progredirono nello Hannover, nel Meclemburgo, in Pomerania, nel Brandeburgo. Signori del paese si sottomisero e convertirono. Sorsero vescovadi e monasteri, da cui Premonstratensi e Cistercensi diedero opera a guadagnar terra su i boschi e su gli acquitrini. Al lavoro degli Slavi divenuti servi, si aggiunse quello dei coloni tedeschi fatti venire da ogni parte della Germania, "fino dai confini dell'Oceano". Non  solo una vittoria militare, ma anche di contadini pi energici e pi progrediti e pi liberi, sopra altri che vivevano in condizioni quasi primitive ed erano snervati dalla schiavit. Oltre che villaggi, sorsero citt: Amburgo, Lubecca, Schwerin eccetera Mercanti tedeschi si misero a fianco dei contadini, fondarono mercati, ampliarono la loro zona d'azione nel Baltico. Avvenne cos che anche nell'alta Sassonia, passata, da Carlo Magno in poi, pi e pi volte da Tedeschi a Slavi e da Slavi a Tedeschi, ora il germanesimo trionf in modo definitivo ed assoluto e degli Slavi quasi non rimase pi traccia. Tutto intento a questa sua opera, si capisce come Enrico il Leone di malavoglia seguisse le spedizioni italiane del Barbarossa e quasi si facesse ribelle a lui. Vi erano come due grandi richiami: a sud, l'Italia, ad est le terre degli Slavi: ed il mondo tedesco sentiva pi l'uno o pi l'altro, a seconda che prevalevano schietti scopi politici o politico-economici, non senza contrasti interni.
Con la fine del secolo, il centro di siffatta attivit verso le terre degli Slavi si spost in direzione di nord-est. Per opera di monaci dello Holstein, sorse in Livonia, alle foci della Dvina, la prima chiesa cristiana, a cui Innocenzo Terzo assegn il primo Vescovo: Alberto canonico di Brema, che raccolse un gruppo di cavalieri avviati verso Terra Santa e ne fece l'Ordine dei Portaspada, per combattere sul posto contro i pagani. E i pagani furono vinti, convertiti o ricacciati pi lontano. Intanto sorgevano Riga, nel 1201, Dorpat, Reval. Si trasferirono poi in Prussia, all'appello di principi polacchi che si trovavano a dover fronteggiare un movimento di riscossa pagano, i Cavalieri Teutonici, che avevano a capo Ermanno di Salza, l'amico di Federico Secondo. Egli capi che la Palestina era ormai perduta per l'Occidente cristiano e scelse un altro campo d'azione. Il Gran Maestro si mise nella immediata dipendenza del Papa, da lui ricev in feudo la Prussia, da lui fu aiutato ad attirar pellegrini in soccorso dell'Ordine. Avvenimento decisivo, per la colonizzazione dell'Est slavo( Fra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo, vi era stato un forte tentativo del Regno di Danimarca di stabilire un predominio marittimo danese sul Baltico, favorito anche dalla morte di Enrico il Leone. Re Valdemaro Secondo aveva preso l'isola di Rgen; occupato, con Amburgo sul mare del Nord, Lubecca nel Baltico; arrestato l'avanzata dei marchesi del Brandeburgo verso il nord; fatto una spedizione in Norvegia, occupato Osel, Reval, parte dell'Estonia. Ma si spezz davanti ad una coalizione di principi tedeschi del Noi d, nel 1927- Intanto, i Teutonici proseguivano. Nel 1232 furono fondate Thorn e Kulm, nel 1233 Marienwerder, nel 1237 Elbing. La costa baltica era tutta seminata di nuclei tedeschi. Quell'anno stesso, Portaspada e Teutonici si fusero e con rapide spedizioni conquistarono il paese della bassa e media Vistola e diedero vita a nuove citt e castelli. Contemporaneamente, dalla Sassonia e dal Brandeburgo partiva una corrente migratoria verso la Slesia, apertasi verso la met del Dodicesimo secolo alla penetrazione tedesca, e verso la Boemia, specialmente dell'ovest e del nord. Citt tedesche sono, nel '200, Neumarkt, Goldberg ed altre. Dalla Baviera, un'altra corrente verso l'Austria, che prima di Carlo Magno era tutta slava ma, dopo le vittorie di Ottone I su gli Ungheri, aveva cominciato a veder avanguardie migratorie di Tedeschi. Ed oltre l'Austria, due principati secolari tedeschi furono costituiti, il ducato di Carinzia e la marca di Stiria, vari vescovadi e monasteri, tutti appoggiati a contadini e piccola nobilt venuti dalla Germania. E infiltrazioni verso l'Italia, presto arrestate dal progredire del dominio politico delle citt e dei signori del Veneto e dal diffondersi della superiore cultura italiana. Ed altre pi fortunate infiltrazioni, nei paesi rimasti slavi e nei paesi magiari, ove i Tedeschi immigrati costituirono il nocciolo della nuova borghesia.
I progressi dell'economia e della vita urbana, in questi paesi, sono in stretta connessione con siffatta vicenda migratoria, aiutata dai Re stessi del paese, che diedero esenzioni fiscali e privilegi giudiziari ai nuovi venuti. Sono contadini, minatori, artigiani, mercanti, destinati a compiere una funzione assai importante fra Polacchi, Boemi, Ungheresi, Transilvani, tutti pi o meno legati anche politicamente all'Impero. Il quale compie verso est, su gli Slavi, la stessa opera che il primo Impero rinnovato, quello di Carlo Magno, aveva compiuto su i Tedeschi. Vi sono zone in cui questa azione tedesca si svolge insieme e in concorrenza con quella bizantina, che premeva dal sud-est. E' un grande sforzo di tutte le stirpi tedesche, che sta quasi alla sorgente della nuova vita della nazione, come per gli Spagnuoli le lotte contro i Mori, per i Portoghesi le ardite navigazioni oceaniche. Le genti tedesche e il germanesimo perdevano terreno, alla fine del Medio Evo, su molte fronti, limitati o ricacciati indietro, politicamente ed etnicamente, da altri popoli e Stati. Perdevano ad occidente la Borgogna e vedevano la romanit avanzarsi; perdevano l'Olanda, propaggine tedesca fattasi autonoma; perdevano la Confederazione svizzera, che egualmente si sottrasse all'Impero ed a Casa d'Austria, con memorabili sforzi e battaglie; perdevano infine, di fatto se non di diritto, l'Italia, fatta sempre pi, dopo Federico Primo, "indomita e selvaggia". Ma progredivano ad est: nell'interno e lungo le coste baltiche. E tagliarono cos gli Slavi fuori del mare e prepararono l'urto futuro con i Polacchi che possedendo il corso di grandi fiumi, vorranno poi rivendicarne anche la foce e gli sbocchi sul mare.


5. - RIATTIVATE CORRENTI DI CULTURA.

Grande importanza, nella vita dell'Europa e del mondo, ebbe tutta questa vicenda di popoli in movimento e in guerra, Germani contro Slavi e Magiari lungo l'Elba, la Vistola e il Danubio; Normanni alla conquista dell'Inghilterra e del Sud-Italia; Cristiani d'ogni paese contro Arabi e Musulmani; Latini di fronte a Greci. Il corso dell'incivilimento si fece pi rapido, la nuova cultura fu promossa, la vita dei popoli e degli Stati entr in una fase nuova. Genti che erano ancora fuori del cerchio romano-cristiano e cristiano-germanico cominciarono ad esservi attratte e diventarne parte: dopo i Germani del Quinto, Sesto e Settimo secolo, anche altri pi lontani ed etnicamente meno affini, anche d'Asia e del Nord-Africa. Certe stirpi pi energiche ne assorbirono altre, arricchendosi esse stesse di maggiori forze; oppure ne promossero lo sviluppo e la individualit, cio, in ultimo, la coscienza nazionale. Si allarg l'impero della legge cristiana e della Chiesa di Roma, fra pagani, fra Musulmani, fra Cristiani stessi mal disposti, per antica tradizione, verso il Papato. Il quale ebbe ai suoi cenni nuovi Ordini, nati con la guerra e per la guerra e perci militarmente organizzati: i Giovanniti o Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, che sono, dal punto di vista religioso, degli Agostiniani, cio seguono la regola dei Canonici regolari di S. Agostino, affermatasi nel Dodicesimo secolo col venir meno della vita comune nei Capitoli; i Cavalieri Teutonici, agostiniani anche essi, costituitisi in Palestina alla fine del Dodicesimo secolo e poi trasferiti ad operare in Europa e in Germania; i Templari o Cavalieri del Tempio, ai quali nel 1128 fu data una regola assai rigida, tutta cistercense, dettata, pare, da S. Bernardo, che scrisse la "Lode della nuova milizia" ed esult vedendo il mondo pieno di monaci e cavalieri, finalmente uniti; l'Ordine militare di Calatrava in Castiglia, pur esso cistercense. La grande famiglia di Citeaux copre ormai tutta Europa, e conta, sul finire del Dodicesimo secolo, 350 suoi monasteri. Il mondo sta per diventare cistercense, "omnia cistercium erat!", esclama uno scrittore del tempo. Certo, questa famiglia monastica  uno dei coefficienti pi validi della unit religiosa e chiesastica del Dodicesimo secolo, avanti che altri Ordini sottentrino, al posto o a fianco dei vecchi.
I rapporti normali fra popolo e popolo crebbero straordinariamente, per quel che riguarda politica, economia e cultura. Si dilat il campo d'azione degli Stati e delle Monarchie e cominci ognuno di essi a sentirsi interessato a quel che accadeva anche lontano dal proprio territorio, a invigilare ognuno l'attivit e le iniziative degli altri, a sentirsi stimolato ad eguagliare e superare gli altri. Si svilupp la navigazione, quanto a massa di navi, arte del costruire, lunghezza e sicurezza di percorsi; ed altre popolazioni si volsero al mare, come i Catalani nel Mediterraneo, verso l'Africa, l'Italia e l'Oriente, o i Portoghesi sull'Oceano, dopo avere a mezzo il Dodicesimo secolo tolto Lisbona agli Arabi; e gare di primazia navale si accesero anche nell'ambito di mari posti al margine d'Europa, come il Baltico; e fra le opposte sponde dello stesso mare, fra penisola italiana e balcanica, fra Sicilia e Nord-Africa, tra Francia oceanica e Inghilterra, fra citt costiere tedesche e paesi scandinavi e isole britanniche si gettarono quasi mobili ponti. Anche attraverso le Alpi e i Pirenei, i vecchi valichi videro moltiplicarsi i viandanti e nuovi valichi furono cercati e praticati: per cui Genova cominci, per il Gottardo ed il Sempione, a diventare il porto dei Tedeschi sud-occidentali; mercanti toscani e lombardi, passando per Basilea, si familiarizzarono con le Fiandre e la Champagne; Venezia ampli il suo retroterra transalpino, su per l'Adige ed il Brennero; Provenzali e Italiani del nord molto si avvicinarono e anche si assimilarono. Da per tutto penetrava il mercante, precedendo gli eserciti o accompagnandoli o seguendoli nella loro marcia, soddisfacendo bisogni gi nati, suscitandone di nuovi, acuendo lo stimolo al lavoro produttivo. La borghesia cos irrobustiva e moltiplicava i suoi nuclei, lanciava tentacoli in ogni direzione, deduceva colonie in paesi vergini, corrodeva da per tutto qualcosa dei vecchi ordini sociali, cooperava alla fondazione e popolamento e dissodamento di nuovi castelli e citt e campagne, che erano come le pietre miliari dell'avanzata nella Germania orientale, nella Spagna dell'ovest e del sud, in Inghilterra, in Polonia, in Boemia, in Ungheria. Anche nel cuore della Russia, antiche cronache nominano centinaia di nuove citt, promosse dai Principati che via via si costituivano. Naturalmente, sono borghi fortificati che si popolano e si vuotano a seconda delle vicende guerresche. Ma talune, vere citt: Chiev, Novogorod, Rostov, Smolensk, altre.
L'Europa entrava cos, pur con differenze enormi e, sotto certi rapporti, crescenti fra regione e regione, in quella fase di pi attiva economia di scambi e di pi rapida accumulazione che prepara e prelude il moderno capitalismo. Specialmente importanti, da questo punto di vista, i Paesi Bassi, la Francia orientale e la Renania, la valle del Danubio e l'Italia comunale, cio Lombardia e Toscana. In queste regioni, il commercio e la banca - e in certa misura anche la guerra e preda marittima, lo sfruttamento delle miniere, i pubblici uffici, le industrie tessili, il grande aumento di valore delle case e terre ed aree urbane e suburbane, determinatosi col rapido aumento della popolazione - crearono, per lo pi nelle mani di gente nuova, una ricchezza mobiliare grande che rappresent per un verso aumento assoluto, per un altro, concentramento ed accumulazione e passaggio di beni da mani inerti a mani alacri, capaci di moltiplicarne il movimento e l'efficienza, non ostante i vincoli dell'ordinamento corporativo che miravano a controllare la produzione, a impedire i mali della concorrenza eccetera. E di fronte a questi nuovi ricchi, che regolano senza limiti la produzione e realizzano anche un tipo nuovo di uomini, intellettualmente e psicologicamente; i nuclei, piccoli in origine, ma gi nel '200 e pi nel '300, qua e l, assai numerosi, dei lavoratori a salario, forniti o dalle vecchie corti cittadine dei grossi proprietari o dall'artigianato pi povero o dalla campagna. La quale d, si, libert ai contadini (prezioso dono, grave dono!), ma getta sul mercato le loro braccia come una merce. Il centro economico e sociale  l'artigianato, cio la classe dei lavoratori autonomi, che forniti di un piccolo capitale proprio hanno una propria bottega, lavorano con le proprie mani o con l'aiuto di qualche discepolo che poi a suo tempo sar maestro e padrone, vendono sul mercato la loro merce. Ma ai due estremi, gi compaiono, distinti, capitale e lavoro, capitalisti e proletari, questi premuti fortemente da quelli, senza organizzazione, senza sicurezza del pane quotidiano: specialmente nell'industria tessile di talune citt manifatturiere di Toscana e di Fiandra. Grande sovversione sociale, importanza che assumono i valori economici, psicologia da epoca di ricchezza irrequieta, instabile, sfacciata. "Santissima  ai nostri tempi la maest del danaro n, osserva gi al principio del '200 messer Bene da Bologna, maestro in quello studio, constatando come ai suoi tempi tante famiglie, un di potenti, fossero ridotte a lavorare la terra e andare a piedi, mentre i borghesi marciavano da gran signori....
Nell'ordine della cultura, poi, da per tutto segni di uno sforzo intellettuale che si fa pi intenso, adeguandosi alla nuova realt tanto pi ricca e complessa; di una energia creativa che riprende e spiccia dal profondo, sotto la pressione del sentimento pi acceso e di esigenze pratiche pi urgenti. Dal bisogno di sistemare i pi complicati rapporti sociali e politici, traggono stimolo gli studi del diritto, che sono il primo e maggior campo di lavoro scientifico, dopo l'Undicesimo secolo: specialmente in Italia ed in Francia. Dal pi alacre e sereno e umano sentimento religioso. dalla passione politica e dall'amore pel Comune a cui si  legati come ad una famiglia, dallo spirito corporativo e dalla potenza finanziaria delle Arti maggiori, dal cresciuto senso della stabilit e continuit della vita, dall'ambizione familiare delle nuove aristocrazie urbane, nascono grandi opere di architettura, prima sacre e poi private, le quali sono, insieme col diritto, uno dei segni del rinascimento o, meglio, del pi intenso vivere dell'antico, solo per poco tempo sopraffatto nel Quattordicesimo secolo dal cos detto stile gotico. Si perfezionano nell'uso scritto, a servizio delle relazioni commerciali che voglion essere chiare e sollecite, della legislazione statutaria che dev'esser nota anche agli indotti, dei pensieri e dei sentimenti nuovi che non si piegano ad esprimersi nella forma latina, i primi linguaggi volgari: ed abbiamo, in Francia fra l'Undicesimo e Dodicesimo, in Germania e in Italia nel Tredicesimo secolo, una lirica amorosa e delle canzoni di gesta, lettere di affari, statuti che ricevono in volgare la loro prima redazione e pubblicazione, poesie religiose di schietta e potente ispirazione. E poich il desiderio della cultura disinteressata  cresciuto ed anche la ragione  diventata pi esigente e non si appaga pi del consueto cibo e vuole intendere oltre che credere, anzi vuole intendere per credere, cos vengono alla luce le prime enciclopedie che cercano dar unit al vecchio sapere; i classici cominciano ad esser letti in diverso modo, ed ammirati per ragioni diverse dall'antico; si fanno strada i primi sforzi di una pi approfondita e pi concreta speculazione filosofica.
Dal pi al meno, quasi ogni paese d'Europa partecipa a questo cresciuto lavoro intellettuale e sente queste maggiori esigenze spirituali. Ed in ogni paese, in un modo o in un altro, tutte le classi sociali, laici e uomini di Chiesa, aristocrazia e borghesi: sebbene la forza motrice maggiore, direttamente o indirettamente operante, sia da cercare nei ceti di mezzo, che ora si mettono alla testa, ed in quello spirito laicale di cui subisce l'azione, magari per combatterlo, anche la Chiesa. E realmente, i laici si fanno sempre pi innanzi in ogni campo del sapere e informano di s la vita intellettuale, le comunicano uno slancio mirabile, acquistano anche in questa sfera di attivit quel primato che gi hanno conseguito nella sfera economica ed in quella politica. Si vede gi nel Tredicesimo secolo. Nel '300, questo processo, che sposta quasi affatto i centri della vita medievale,  pi che mai avanzato. Ma la nuova cultura molto deve a quel pi fitto intreccio di relazioni che le genti dell'Europa tesserono specialmente attorno al Mediterraneo, dal Decimo secolo in poi. Di l vennero incitamenti intellettuali, incontro e fusione di esperienze e conoscenze diverse, propagazione e potenziamento delle culture pi precoci e pi progredite. Nella storia dell'umanit, i grandi movimenti dei popoli accompagnano e preparano sempre nuove fasi di vita spirituale. Cos, elementi di cultura tedesca penetrano, nell'epoca delle guerre, fra gli Slavi del nord, del centro e del sud, collaborando con gli elementi latini e con quelli greci al primo incivilimento di quei popoli. La rinnovata attivit italiana dell'Impero, fatto tedesco, prepara quella recezione del diritto romano in Germania, prima nei rapporti pratici e poi anche in quelli scientifici, che culminer nel Quindicesimo secolo. E gi nel '200, vengono dalle citt del Baltico sollecitazioni ad uomini di legge italiani che vogliano recarsi l a servizio, come del resto ne vengono dalla Francia e dall'Inghilterra. All'attivit cosmopolita dei mercati italiani  dovuto, insieme, il perfezionamento della loro tecnica mercantile e bancaria e la diffusione che essa ebbe in Occidente; nel modo stesso che mercanti e cavalieri e giullari e trovadori di Francia, vagando di paese in paese, partecipando ad ogni impresa di guerra, frequentando le corti e le piazze, le fiere e i santuari, raccontando e narrando romanzi e facezie, storie d'amore e d'avventura, hanno nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo il merito di diffondere lingua e poesia provenzale e francese sopra un vastissimo territorio, specialmente dalla Catalogna alle foci del Po. Parlavano essi alla fantasia di gente incolta; soddisfacevano bisogni letterari di altri che non avevano ancora una propria poesia, perch il loro volgare ancora rozzo non poteva adeguarsi all'alto ideale poetico mantenuto in vita dalla tradizione classica; stimolavano tutti a cimentarsi anche essi nella poesia, prima di lingua provenzale e francese, poi di lingua propria.
Particolare importanza  da attribuire, in questo ordine di fatti, al vario e frequente contatto delle genti di cultura europea con quelle di cultura musulmana e greca, sul vasto fronte dalla Spagna al Nord Africa, alla Siria, a Costantinopoli, all'Italia meridionale. Il mondo greco e il mondo musulmano, che avevano perso quasi ogni slancio e ogni capacit autonoma di espansione, vuoi nei rapporti politico-militari, vuoi in quelli della cultura, furono ad un certo momento raggiunti, urtati, scossi dall'Europa che era tutta in movimento, e un po' demoliti, un po' assimilati, un po' rianimati e spinti a resistenza. Non si ebbe reciproco influsso. Poich erano di fronte civilt ricche e gi preminenti, ma irrigidite e ormai poco permeabili all'azione esterna; e una civilt acerba ma giovane, fermentante, dinamica, ricettiva, capace di crescere dal di dentro e nel tempo stesso di assorbire e assimilare dal di fuori. Ma influsso delle prime su la seconda, con vantaggio e acceleramento innegabile della cultura europea. Cos la Spagna musulmana, o da poco riconquistata al cristianesimo, divenne mta di dotti pellegrinaggi da parte di Italiani, di Francesi, di Tedeschi, curiosi di sapere scientifico. Ci che Bologna era per gli studi giuridici, Toledo, naturalmente in pi modesta misura, fu per la filosofia, la medicina, la zoologia, l'astronomia, le scienze occulte, cio magia, piromanzia, alchimia, necromanzia eccetera. Qui, Aristotele messo su gli altari, come li Giustiniano. Il pi notevole forse di questi nuovi pellegrini europei che cercavano l'Occidente anzich l'Oriente, , fra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo, Gherardo da Cremona che laggi apprende l'arabo, si immerge nella lettura dei libri orientali, raccoglie gli echi della scienza greca, traduce oltre 50 trattati di varia scienza, l'"Almagesto" di Tolomeo e il "Canone" di Avicenna, diventa uno dei maggiori volgarizzatori di sapere medievale e di aristotelismo in Italia.
Ancora pi vario, l'ambiente intellettuale sud-italiano, specialmente di Sicilia, dopo la conquista normanna. Sede di culture diverse e di vita internazionale erano Salerno, con la sua scuola di medicina; Monte Cassino, ove fioriscono studi letterari; pi ancora Palermo, la maggiore citt del Mezzogiorno. Qui, una amministrazione ed una burocrazia fatta di elementi latini e longobardi, francesi ed inglesi, poich fino alla morte di Guglielmo Secondo vi fu una notevole immigrazione dal Nord. Sensibile l'influsso normanno, anglo-normanno e francese su la vita politica, la legislazione, le istituzioni: un po' anche su la cultura filosofica e letteraria, per il tramite di Pietro di Blois, il maggiore "dettatore" latino di quel tempo. Qui, pi ancora, una cultura greca, assai legata con le scuole letterarie di Costantinopoli. Si parlava e scriveva greco; si conosceva Aristotele; si rielaborava il diritto greco-romano; si aveva una abbondante letteratura agiografica e storica in greco. Qui, infine, cultura araba, ancora in fiore sino alla met del Dodicesimo secolo: poesia, studi di scienze naturali, geografiche, astrologiche, mediche. E tutto questo si mescol ed amalgam, dando vita a prodotti sufficientemente organici. Vi furono uomini iniziati a tutto il vario sapere del paese. Si tradusse abbondantemente dal greco al latino e pi ancora dall'arabo al latino. Palermo, sotto Ruggero, Guglielmo Primo e poi Federico Secondo di Svevia, divenne una operosissima officina di versioni, come ve ne erano solo in Spagna. Dal sud poi questo sapere risaliva verso il nord della penisola e passava le Alpi. Per cui la Sicilia fu come la porta d'accesso, nell'Italia e in talune regioni d'Europa, della letteratura scientifica greco-araba e di alcuni elementi di cultura letteraria dall'Occidente, pur mentre altri elementi di cultura letteraria e di cultura giuridica, strettamente intrecciati, penetravano dal Nord-Italia, e specialmente da Bologna, nel sud. Per la seconda volta, l'isola mediterranea compieva questa funzione di iniziatrice e mediatrice!
Dopo le Crociate, specialmente dopo la quarta, anche in Oriente fu tutto un rimescolio. Signorie francesi ed italiane nell'Epiro e Albania, nel Peloponneso, nell'Ellade, nell'Egeo; costumi cavallereschi e istituzioni feudali che vi si trapiantano; mercenari d'ogni parte d'Europa, a servizio di questi signori e dell'Impero; una dinastia occidentale sul trono di Bisanzio ed una gerarchia baronale che fa capo, anche li, all'Imperatore; Italiani sparsi da per tutto; i vescovadi, nelle mani del clero cattolico ed una fiumana di chierici, d'ogni ordine, veri o fittizi, incanalati verso l'Oriente, in sostituzione del clero greco; Costantinopoli, diventata centro di intrighi e competizioni europee, politiche religiose economiche, e gi un po' simile alla Costantinopoli dell'et moderna. Scosso insomma tutto quanto il vecchio organismo, e l'Oriente permeato e quasi conquistato una seconda volta... Ma, anche ora, conquista assai superficiale. Malfermo, poi, l'edificio politico elevato li dall'Occidente. Gli Stati cristiani di Siria non resistettero a lungo e sul finire del '200 erano tutti a terra, salvo il Regno di Cipro; l'Impero latino ebbe solo 60 anni di vita, e per giunta sempre travagliata da interne discordie e minacciata ora dai Bulgari a nord, ora dai Greci dell'Asia Minore a sud-est. Le condizioni dell'Oriente, in tal modo, peggiorarono. Anche dopo restaurata la dinastia greca nel 1261, quell'Impero seguit a discendere gi per la china, mentre l'Islam riprendeva vigore e le ondate dei Mongoli cominciavano nel Quattordicesimo secolo a battere l'Europa, a sommergere i Balcani, a circuire Costantinopoli. Cio, l'assalto dei Latini aveva diminuito la forza di resistenza dell'antico baluardo dell'Europa contro l'Asia!
Ma in quei due o tre secoli, l'Europa, tutta protesa verso Oriente, come per misterioso fascino, molto assorbi da esso, molti incitamenti intellettuali ricev. Specialmente efficaci le suggestioni artistiche. La novellistica occidentale si arricch di materia che veniva di laggi; costami e fogge e forme varie di arte decorativa passarono dall'Oriente all'Occidente; la pittura veneziana fu aiutata nel suo primo crescere da ci che apprese fra i Bizantini, ed i musaicisti della Serenissima ebbero presenti o vicini tanto i grandi musaici romani di Crado e di Aquileia quanto le maestranze ed i modelli di Bisanzio. Anche la gloriosa arte toscana del '300 sub qualche influenza orientale (sebbene meno assai che non sia apparso a recenti critici stranieri, tutti intenti a ricercar fuori d'Italia le scaturigini di quel che affiora sul suolo italiano, quasi che esso fosse allora terra vergine!); come influenze orientali, cio etrusche e greche, aveva secoli addietro subto l'arte figurativa e decorativa romana. Si ripet, dopo le Crociate e la colonizzazione italiana in Levante, il "Graecia capta ferum victorem cepit". Si, certo, ancora "forum", nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo; ma di una barbarie che, sotto la sottile crosta, celava tesori di energia creativa ed originalit potente che dal di fuori attendeva solo aiuti e suggestioni: nell'arte, come nelle altre attivit spirituali. Potevano agire beneficamente le stesse fuggevoli relazioni personali dei cristiani con genti diverse da loro. E si sa che da quelle relazioni nacque spesso il riconoscimento di certe alte qualit morali in uomini di altra religione; e da questo riconoscimento fu promossa la distinzione fra religione e morale, ed alla morale deriv una sua pi propria vita, quasi liberata dal trascendente. Donde, anche, un avvicinamento tra le varie confessioni, fra Cristo e Mos e Maometto; e le religioni tutte, considerate cosa non divina ma umana, per appagamento di bisogni e necessit sociali. Questi ed altri pensieri che investono Dio, l'uomo, il mondo, gi affiorano nel Tredicesimo secolo in vaste zone dell'Europa cristiana, specialmente in Francia, in Spagna, in Italia; forniscono materia di discussioni discrete e di corrispondenza epistolare fra gente anche lontana, anche fra Arabi e Cristiani e Giudei; e contribuiscono, insieme con il comune fondo di cultura classica, con la comunanza religiosa, con la vasta diffusione degli Ordini monastici, del costume cavalleresco, della lingua e letteratura provenzale, della architettura romanica e poi gotica, a quella unit spirituale dell'Europa che culmina, appunto, nel Tredicesimo secolo.
Si incontrano allora molti spiriti alacri e curiosi e inquieti che interrogano la natura e vogliono strappare agli astri il segreto del destino dell'uomo, restringendo la sfera del soprannaturale e della libert umana; cercano rendersi conto, con i mezzi della ragione, di gelosissimi problemi di fede; pretendono saggiare con la esperienza la verit di nozioni tradizionalmente accettate; osservano attentamente ogni singolo fenomeno ed insieme aspirano alle grandi sintesi che appaghino il bisogno di un pi organico sapere. Cio, non pi vivere su la eredit dei padri, ormai assottigliata e insufficiente, ma costituire una propria ricchezza. Da una parte, scetticismo; dall'altra, brama di sapere e di intendere, crescente fiducia nei propri mezzi per potere giungere alla scienza. Cos, uomini come Federico Secondo re e Michele Scoto, Benedetto Caetani futuro papa Bonifacio Ottavo ed il catalano Arnaldo da Villanova suo familiare, Guido Cavalcanti poeta fiorentino e Raimondo Lullo spagnuolo e Pietro d'Abano maestro alla scuola padovana ed altri ed altri, che segnano, se non altro col loro dubitare e interrogare e fervoroso tendere verso il sapere, l'inizio della scienza moderna. Essi sono i fratelli spirituali degli accorti mercanti e procacciatori di fortuna, dei banchieri che spingono per ogni dove i loro agenti, degli industriali della lana e della seta che organizzano l'importazione e l'esportazione, avvicinando e coordinando gli elementi frammentari della produzione e facendone "momenti" di un solo processo. Gli uni e gli altri presuppongono quella pi ricca vita di relazione che, dopo il 1000,  creata dagli impulsi elementari delle varie genti d'Europa; nel tempo stesso che sono portati ad intensificarla sempre pi. Specialmente presuppongono lo stretto contatto verificatosi fra paesi e genti diversissime e perci capaci di scambi di ogni genere. Chi studia la nuova cultura europea dopo il Dodicesimo secolo, - incontra ad ogni passo traccia di cose venute di lontano, anche se il terreno era preparatissimo a riceverle e rielaborarle. Tanto che la cultura europea, inferiore inizialmente a quella dei Greci e degli Arabi, ben presto, sollecitata da esse, acquista una indiscussa superiorit. Perci l'impulso che, dopo il 1000, spinge l'Europa verso i paesi di antica civilt,  fecondo di risultati. La borghesia, come  aiutata a crearsi quella nuova ricchezza che la affranca economicamente e politicamente dai proprietari della terra, anzi le permette il parziale acquisto della terra stessa, cos anche a crearsi la sua cultura. Viene accelerata la maturazione dello spirito laicale, aperta o fatta pi ampia la via al ritrovamento del mondo classico. poich anche dove erano Musulmani, si scopri, sotto veste araba, tanta parte della letteratura scientifica dei Greci, utilissima al pensiero europeo nel suo ulteriore sviluppo.



Capitolo sedicesimo.
Stati e monarchie alla fine ciel Medio Evo.


1. - RUGGERO SECONDO DI SICILIA, ENRICO SECONDO D'INGHILTERRA.

Epoca decisiva, questa che abbiamo osservata qui sopra, anche per la vita degli Stati e dello Stato, per la sorte delle piccole e grandi Monarchie, oltre che dei popoli e delle nazioni e della cultura. Ed anche gli Stati e le Monarchie si risentirono beneficamente delle lontane guerre, dei moti migratori, delle colonizzazioni ed espansioni, dei mutamenti sociali. Gi albeggia un po' da per tutto il sentimento della nazione, che  figlio non dell'isolamento delle genti ma dei rapporti fra le genti e della conoscenza degli altri uomini, cio della conoscenza di se stessi. Nella poesia cavalleresca francese, quando la borghesia era ancora chiusa nel suo spirito municipale, vibra l'amore per la "douce France". E in Italia, durante i contrasti con l'Impero e i Tedeschi, si hanno le prime chiare manifestazioni del senso della patria italiana che un po'  tutta la penisola, un po' e il Regno, l'Italia del centro e del nord, la pi affine ed omogenea per condizioni sociali, per istituzioni e cultura. E in Germania e nella Spagna, si fucina, sull'incudine delle continue lotte con Slavi, Magiari, Arabi, l'orgoglio tedesco e spagnuolo, anche se gli impulsi primi a quelle lotte venivano da interessi di dinastie e di grandi signori, da bisogno di terra, dalla fede religiosa. Ora, ci non poteva non riflettersi su la vita dello Stato. Quelle stesse guerre, poi, come servivano a coagulare i vari elementi del popolo attorno a dei centri, cos anche a ricostituire gli organi di comando, a ridare loro prestigio e forza.
Anche la lontananza o l'impoverimento di molti feudatari, il moltiplicarsi della piccola nobilt in contrasto con la grande, la formazione di tanti nuclei borghesi che tendono a spezzare le mille staccionate dell'economia terriera e dell'ordine feudale ed allargarsi in piena libert, il risveglio delle campagne e dei contadini e il loro sforzo tumultuario di affrancare la persona e la terra dal giogo signorile, tutto questo ed altro, che forma la sostanza della storia europea dopo il Mille, doveva per necessit metter capo ad un rinnovamento dello Stato, nel suo spirito animatore, nelle sue possibilit finanziarie, nei suoi istituti giuridici. Il principe comincia a riacquistare una libert di movimento di cui da un pezzo aveva smarrito anche il ricordo.
La tendenza  generale. Il bisogno di organizzare, creare un ordine certo di cose, regolare per legge rapporti consuetudinari fluttuanti, far sentire dall'alto una mano forte; questo bisogno si avverte e si cerca di appagarlo anche nell'mbito ristretto delle singole citt e delle maggiori signorie feudali. Anche qui si accenna a voler disciplinare e infrenare la nobilt, ad unificare il frammentario territorio feudale (come gi il latifondista dell'et precedente aveva unificato il possesso fondiario), dandogli un centro che  poi sede non pi mutevole ma ferma del signore, ad attenuare le infinite variet nella condizione giuridica delle persone e dei luoghi dipendenti, a trasformare il vassallo in suddito ed il rapporto personale e privato che stringe il vassallo al signore in un rapporto reale e territoriale e pubblico. Citt autonome e signorie feudali, sviluppatesi un po' contro lo Stato feudale, un po' a rimedio delle manchevolezze dello Stato stesso, vogliono assolverne i compiti, esercitarne i poteri: guerra, imposte, giustizia, moneta eccetera E, qua e l, esse fanno molto cammino su questa strada o riescono addirittura a creare nuovi Stati. Cos molti Comuni specialmente italiani; i Savoia, gli Estensi, i Monferrato nel nord della penisola; qualche grande vassallo francese, come i duchi di Normandia e di Borgogna, che riescono a tenersi fortemente in piedi davanti al Re; parecchi signori tedeschi che nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo crescono di territorio e di poteri, a spese in parte del Regno di Germania verso cui essi perseguono la vecchia politica dei feudatari, in parte della minore aristocrazia, delle citt, della Chiesa, verso cui iniziano la nuova politica livellatrice, accentratrice, invadente. Donde l'inizio dei vari Stati territoriali che saranno gli arbitri del Regno. Ma, in generale, citt e feudi e piccoli Stati sono contenuti, limitati, corrosi sempre pi da un potere superiore che, o antico e non mai distrutto, oppure di recente formazione per virt di conquista, ora ritorna e emerge nella piena luce della storia: cio dalle Monarchie.
Si vede bene questo nel Sud-Italia, dove le citt di Puglia e Campania, fattesi libere dal lontano e cadente Impero di Bisanzio, sono rapidamente ricondotte sotto una disciplina regia. Si hanno, anche qui, certe manifestazioni della vita di popolo, simili a quelle di Toscana e Lombardia. Magnifiche cattedrali, come a Bitonto e Bari, iniziate nell'Undicesimo secolo, col primo affermarsi politico delle citt, sono compiute nel secolo seguente. Epoca grande per l'arte pugliese! Ma questa vita di citt non si sviluppa. Un po' pensiamo a manchevolezze organiche di quelle popolazioni e regioni: a quelle manchevolezze che, visibili o no, stanno al fondo della storia del Sud-Italia e ne spiegano certe vicende e differenze in rapporto al Nord. Un po' pensiamo ad una forza esterna, ai Normanni. Vi sono, dalla fine dell'Undicesimo secolo, resistenze vive e decenni di sorti alterne: poich, dopo morto Roberto Guiscardo, le citt meridionali, Gaeta, Amalfi, Trani, Bari eccetera, hanno breve stagione di vita libera, appoggiate dai Grandi del Regno che sono egualmente in armi di fronte alla Monarchia, da Bisanzio che non ha perso ogni speranza di riconquista, da Venezia che vigila non le venga chiusa la porta dell'Adriatico da un signore troppo potente, dal Pontefice che non sa ancora piegarsi all'idea di un forte Regno nel Sud-Italia. Ma senza grande frutto. Amalfi, che del resto era gi nel suo declinare, anche per la tendenza del commercio meridionale a spostarsi verso la costa adriatica,  assediata e presa da Ruggero Secondo, primo Re, con l'aiuto dei Pisani (1130). Il Comune di Bari  pur esso distrutto sotto Guglielmo il Malo, al tempo del Barbarossa. Cio, quell'offensiva dei poteri centrali contro i Comuni, che falliva nell'Italia del Nord, conseguiva i suoi scopi nel Sud, dove la nuova organizzazione statale aveva raggiunto, relativamente ai tempi, un alto grado di perfezione. Vero  che la conquista arricch di nuove potenti reclute la aristocrazia locale, formata di elementi indigeni e di elementi greci; e port, su terreno gi predisposto, il feudalismo di tipo franco. Di qui, ben presto, il solito spirito di ribellione al Re e le solite tendenze autarchiche e l'abitudine di appoggiarsi a poteri estranei, come la S. Sede e anche l'Imperatore. Ma il Monarca riesce in parte a contenere queste forze eslegi, fa valere su di esse il suo diritto eminente, pone limiti e norme alle istituzioni dei nuovi feudi. Forti sono gli ordini militari e frequente l'attivit legislativa, che molto attinge al diritto romano ed emana direttamente dal Re, vuoi che essa dia suggello regio a consuetudini esistenti, vuoi che sostituisca leggi nuove a leggi vecchie. Il Re presenta le sue leggi ai rappresentanti dei Baroni, delle chiese e anche delle citt, raccolti in Parlamento: cos Ruggero Secondo, Guglielmo Primo, Guglielmo Secondo, nella Dieta di Melfi (1130), in quella di Ariano (1140), in altre successive. Ma le presenta per la notificazione e pubblicazione, non per l'approvazione. Alla forza interna, corrisponde una politica estera egualmente forte, assidua vigilanza su le opposte sponde balcanica ed africana, audaci iniziative navali contro l'Impero di Bisanzio fin quasi alle porte della capitale, intelligenze con le citt lombarde per fronteggiar il comune nemico tedesco, legami molteplici conservati con la terra d'origine e con la normanna Inghilterra.
L'opera iniziata dagli Altavilla subisce un arresto, alla morte di Guglielmo Secondo normanno, per opera dell'elemento baronale che aveva rialzato la testa, per la crisi di passaggio da una dinastia all'altra dopo la conquista della Casa di Svevia, per l'intervento di Innocenzo Terzo che considerava come spettante al Beato Pietro il Regno di Sicilia. Ma l'impronta data dai primi Re, forti del diritto di conquista, dello slancio iniziale, delle idee giuridiche greco-romane respirate nell'atmosfera locale; questa impronta resiste e, per un certo tempo, si fa pi marcata. Si vede con gli Svevi, riusciti a coronar le antiche ambizioni dei Re di Germania e Imperatori su queste terre del Mezzogiorno. Federico Secondo (1220-50) riprese l'opera di Ruggero Secondo e di Guglielmo.
Anche esso dirocc castelli baronali, protesse vassalli contro signori, cerc che alloderi e contadini liberi non si mettessero in accomandigia delle chiese e dei feudatari, rivendic diritti del demanio regio, promosse la coesione di ci che era ancor un conglomerato friabile di materiali eterogenei nonostante l'opera normanna, si present a tutti come unica fonte del diritto, si giov della cultura giuridica bolognese a base di diritto romano, elev anche con le esterne manifestazioni la dignit regale. Fortemente poi resist a Roma, per assicurar la indipendenza piena dello Stato, e persegui nell'Italia del centro e del nord, con varia fortuna, un vasto piano di dominio territoriale o di preminenza politica: in Sardegna, dove un suo figliolo ebbe corona regia; in Piemonte, in Toscana, in Lombardia, nella Marca trevigiana e fin a Trento, porta d'Italia, dove tenne Podest o Vicari imperiali. Accampava i suoi vecchi titoli di Re d'Italia e di Imperatore; ma in realt, attingeva la sua forza dal Regno di Sicilia, in cui egli, nato da padre tedesco e da madre normanna ma cresciuto ed educato a Palermo, aveva messo buone radici e assorbito i caratteri spirituali dell'ambiente. Per cui possiamo considerar questa sua attivit politica italiana, e pi ancora quella di Manfredi suo figliuolo che pure  solo Re di Sicilia, come un fatto nuovo, l'inizio di quei tentativi di dominio o di vasta influenza su tutta la penisola che, proseguiti nel '300 e nel '400 dai successori suoi e dai signori dell'alta Italia, saranno poi attuati, con il concorso del popolo italiano, dalla Monarchia sabauda, vittoriosa nella gara.
Il Regno di Sicilia precede in tal modo ogni altra Monarchia d'Europa in questa nuova storia dello Stato, che si inaugura coll'Undicesimo e Dodicesimo secolo. E il Sud-Italia restaura la sua vecchia disciplina monarchica che avvicina quella regione all'Occidente europeo, tutto Monarchie in via di formazione, quasi pi che al resto d'Italia, formicolante di citt autonome.
Specialmente notevoli certe somiglianze con la Monarchia inglese. Ruggero Secondo trova il suo riscontro in Enrico Secondo, duca di Normandia e grande feudatario francese, salito al trono d'Inghilterra dopo un utile tirocinio fatto nelle terre d'origine, dove s era con lui instaurato e perfezionato un robusto sistema di amministrazione fiscale militare e giudiziaria, assai suggestivo per i vicini principi del continente. Ma nella grande isola, i feudatari, moltiplicatisi senza fine sotto un debole Re, Stefano di Blois, avevano quasi rotto ogni argine, dando anche a questo paese un saggio del peggiore regime feudale: usurpati le regalie e i beni delle chiese, ogni zolla irta di castelli, i contadini oppressi, i borghesi malsicuri. Vi era stato anche un movimento di citt, per costituir associazioni giurate o Comuni e meglio difendersi da ingerenze esterne, da imposte arbitrarie di Grandi e di Re. Enrico Secondo, su le orme di Guglielmo il Conquistatore e di Guglielmo il Rosso, impegn battaglia su tutta la linea, secondato da molte forze paesane. L'anarchia baronale aveva prodotto, col bisogno di pace, un senso di unit nella massa. Anche le citt verso le quali, come possibile elemento d'ordine, s mostr bene disposto, lo sostennero. Ed egli revoc alla Corona citt e villaggi usurpati a suo danno, demol i nuovi castelli, accolse fra i suoi funzionari alti e bassi molta gente di piccoli origine, legifer largamente e ridiede valore a vecchie leggi e fece mettere in iscritto quanto viveva solo nell'incerta forma della tradizione orale, riordin con criteri unitari ("Assise di Clarendon", 1164-5) il funzionamento della giustizia nelle provincie, facendone quasi esclusiva funzione della regalit ed anche una cospicua fonte di entrate per la finanza pubblica, quale era gi in Normandia e nel Sud-Italia. Impose poi ad ogni barone o cavaliere o villano giuramento di fedelt al Re, afforz secondo l'uso anglo-sassone la milizia nazionale per scopi difensivi. a fianco della milizia feudale, e volle che ogni uomo libero si provvedesse di una armatura per il servizio del Re, e rese stabile l'uso di assolvere vassalli dall'obbligo militare dietro corrispettivo in denaro ("scutage"), per poter sostituire alla milizia feudale una milizia mercenaria, cio propria. Cos l'ufficio dello Scacchiere, preposto a siffatto servizio, acquist una importanza grande nella amministrazione inglese, anche per la molta cura con cui il Re vigil tutta la gestione finanziaria del Regno, al centro ed alla periferia. La forza della finanza regia voleva dire indipendenza del Re e sua capacit di iniziative. Povert del Re, dopo la dispersione del patrimonio immobiliare, e sua debolezza erano andati di pari passo: ora, di pari passo, ricchezza e forza. Ed Enrico Secondo pot compiere spedizioni militari in Scozia, nel paese di Galles, in Irlanda, in Francia. Tutto questo, in mezzo a molte resistenze ed a tragiche vicende che culminarono nella lotta impegnata, sul campo delle libert ecclesiastiche, fra il Re e Tommaso Beckett che egli aveva elevato alla sedia arcivescovile di Canterbury e fatto primo consigliere della Corona, secondo una consuetudine gi invalsa con altri arcivescovi, Lanfranco ed Anselmo.
Vi fu, dopo morto Enrico Secondo, un ritorno di anni torbidi, durante i quali i figli del Re si ribellarono, i baroni rialzarono il capo, dal continente la Francia di Luigi Settimo minacci. Ma la fedelt del popolo salv il Re. Poich tutto il paese si era risentito beneficamente di questo ravvivarsi della forza del principe, nelle cui mani tante fila della vita paesana si venivano raccogliendo ed intrecciando: la pace pubblica ristabilita nelle campagne, moltiplicate le greggi sui pascoli montani e nelle vaste pianure erbose, custodite con leggi severissime le foreste, rimessi i coltivatori nelle terre. Questo  il quadro che ci traccia qualche scrittore del tempo. Quasi una nuova epoca sorgeva per l'Inghilterra. Estinte, durante le guerre, molte grandi famiglie normanne o abbassate dal Re (gli eredi di quelli che avevano aiutato Guglielmo Primo nella conquista, egli "quasi aspides exosos habuit", dice Raoul Niger, un cronista suo avversario!). Spezzati molti dei vincoli della gente normanna con la Francia. Ristabilita certa continuit con l'opera legislativa dei Re anglosassoni. Cio la dinastia veniva affondando nel suolo inglese, fra contadini, borghesi e minor nobilit, le sue radici, come nel suolo pugliese e siciliano le veniva affondando l'altra Monarchia normanna del Sud-Italia, dando vita ad una robusta tradizione monarchica.


2. - LA FRANCIA DI FILIPPO AUGUSTO E DI FILIPPO IL BELLO.

Pi o meno, questo accade in tutta quell'Europa alla quale abbiamo sin qui rivolto la nostra attenzione, con risultati vari secondo i vari ambienti storici, la diversa composizione del popolo, la struttura fisica del paese, la situazione geografica che si riflette nella politica estera e quindi anche nell'ordine interno eccetera Ma forse in nessun paese, nella misura che in Francia. La rinascita della Monarchia e dell'autorit centrale aveva qui dato qualche primo segno, come quasi sempre accade, col mutamento della dinastia, alla fine del novecento, cio coi Capetingi. Maggiori e pi chiari segni nel Dodicesimo secolo, quando l'ereditariet regia si afferma definitivamente, scompare l'intervento del corpo feudale nelle elezioni, scompare la designazione e coronazione anticipata del figlio del Re: segno che il potere regio  saldo e non teme sorprese. Siamo, cos, a Filippo Augusto, quasi nuovo Pipino o Carlomagno.
La posizione del Re era in Francia triplice: "signore di un piccolo territorio" (contea di Parigi, Melun, Etampes, Orlans eccetera), interrotto e cinto da grandi signorie, Normandia, Guascogna, Aquitania, Borgogna, Champagne, Fiandre eccetera; "capo della gerarchia feudale", pi o meno riconosciuto in pratica; "Re di diritto divino", indipendente e al di sopra della gerarchia feudale e con i suoi compiti specifici, che erano la giustizia a tutti e in particolar modo alle chiese ed agli ecclesiastici, ordine e pace all'interno, difesa del territorio nazionale ai confini. Orbene in tutte e tre queste posizioni, il Re si rafforza, Poich crescono di estensione e tendono ad una organizzazione unitaria le terre della Corona, vuoi che siano tenute direttamente dal Re, vuoi che siano date in appannaggio ai figli minori e quindi passino dalle mani di una vecchia feudalit indipendente a quelle di una feudalit ligia al Re, animata da spirito monarchico, capace di portare nelle provincie usi e costumi di corte ed afforzarne il legame col centro. L'attivit legislativa regia si fa sempre pi varia ed insistente. Si moltiplicano le cause e le persone soggette, nel civile e nel criminale, al foro regio, compresi gli ecclesiastici, siano essi individui siano comunit religiose di ogni specie. Questa organizzazione unitaria, lo dicemmo, si avvia anche nelle pi grandi signorie feudali. Ma ancor pi in quella del Re. Si accende una gara, ognuno stimolando l'altro. Solo che il Re si trova sempre meglio armato per vincerla e per creare, al posto di tanti Stati territoriali, uno Stato nazionale.
Poich anche come capo della feudalit francese il Re acquista crescente livello su tutte le forze feudali. I Grandi sono richiamati con maggior energia ai propri doveri di vassalli. Il loro diritto elettorale  annullato dall'affermarsi della ereditariet regia. Rade le assemblee a cui essi vengano convocati. Diminuisce il loro numero negli alti uffici dello Stato. Si cerca di spezzare ogni legame feudale dei signori periferici, con i Re circostanti e con l'Impero e di rendere esclusivo invece il legame col Re di Francia: ci che vuol dire pure una pi netta delimitazione del territorio nazionale e della frontiera politica. Anche l'episcopato di nuovo si stringe attorno al Re, come ai tempi di Pipino e di Carlo, a cui volentieri ritorna ora il pensiero della Monarchia francese. Cominciato nelle terre del demanio regio, questo pi stretto legame Vescovo-Re si estende anche alle altre chiese di Francia. Poich qui, non essendo i Vescovi organizzati unitariamente sotto un alto prelato, meno pu accadere che si contrappongano al Re e si leghino troppo col Papato, come avviene nell'Inghilterra di Tommaso Beckett.
Afforzato il Signore e il Re feudale, veniva, da tutto questo, nuovo e maggior prestigio anche al Re nazionale, al Re di diritto divino, al Re che non patteggia coi vassalli e non deriva da essi nessuna parte della sua autorit, al Re spiritualmente vivo ed operoso in ogni angolo della Francia. Ha avuto esso una ecclissi grave, ma la sua luce non si  mai spenta del tutto. Ora risfavilla, in questa fase di rapido sviluppo della societ francese ed europea, che porta su la scena tanti elementi sociali nuovi, bisognosi di aiuto e tendenti ad una organizzazione pi largamente unitaria, di fronte alla resistenza attiva del mondo feudale e al suo particolarismo terriero. Tanti occhi guardano ora al Re, da vicino e da lontano, come a supremo tutore di giustizia. Le leggi sue, valide per tutto il Regno, pur limitatamente a determinate categorie di persone o a determinati rapporti, crescono anche esse di numero e di efficacia, cominciando da quelle di Luigi Settimo sui Giudei, da quella su la pace "pubblica" del 1155 eccetera Sono "ordinationes", "constitutiones", che si riattaccano ai Capitolari dei Re franchi. Poich si tratta realmente di un ritorno al Re prefeudale, laddove per due o tre secoli il Re si era presentato in particolar modo sotto l'aspetto di Re feudale. Solo che altra base ha ora l'edificio, altre energie sociali lo animano, altra personalit e complessit ha la nazione, altro contributo all'opera della Monarchia apportano le forze variamente produttrici del paese! Citt, borghi, villaggi, anche dei territori feudali, dei monasteri, delle chiese vescovili, si mettono ora nella particolare protezione del Re: e sono come cunei conficcati nel cuore delle Signorie. La amministrazione della giustizia, per mezzo di funzionari regi, baiuli, podest eccetera, rapidamente si differenzia dalla giustizia feudale e fa concorrenza ad essa, la svaluta, serve di richiamo a chi le  sottoposto. Vi sono spostamenti di popolazioni da terre feudali a terre regie, il cui regime giuridico  "libert", come libert , per Ordini religiosi e per monasteri, essere sottratti alla giurisdizione del Vescovo ed entrare nella diretta dipendenza della S. Sede. E il Re promuove in generale l'affrancamento delle citt e dei contadini, per lo meno da una certa epoca in poi, dopo una prima fase in cui anche esso si sente minacciato ed  diffidente. Perci tiene, si, a freno le citt del demanio, come fa qualunque signore feudale nelle sue citt, come fa il Re d'Inghilterra in Normandia; ma si accosta benevolmente alle altre. Concedendo loro privilegi o carte di libert, egli esalta la sua stessa autorit. Dapprima sono esse che chiedono e lui d; poi egli prende spesso l'iniziativa, come affermando con ci un suo diritto, manifestando con ci il suo elevarsi sopra tutti. Dalla fine del Dodicesimo secolo, l'intervento regio  permanente e serve anche a limitare le citt, oltre che il potere dei signori. Si attua cos una crescente disciplina delle citt sotto il Re, come  naturale in un paese dove il Re emana tradizionalmente dalla nazione e le citt non sono forti abbastanza da poter vivere a s. Il contrario che in Italia, dove il Regno  in mano di principi stranieri e lontani e le citt hanno, in generale, tanta forza da poter contenere il mondo feudale e anche imporsi ad esso. Quindi, di l dalle Alpi il movimento cittadino o comunale promuove la Monarchia nazionale; di qua sbocca ad un regime di quasi Repubbliche indipendenti.
In questa storia della Monarchia francese, che  poi una cosa sola con la storia della nazione francese, come formazione sociale e come unit spirituale, Luigi Sesto (1108-37), col suo ministro abate Suger e con la forte giustizia, a freno dei vassalli maggiori; Luigi Settimo (1137-1180) che svent la minaccia di un dominio inglese anche nel sud della Francia e vi afferm lui, invece, la sua propria autorit, avvicinandosi al Mediterraneo, e fiss a Parigi la sede stabile: della Corte; Filippo Augusto (1180-1226), Luigi Nono il Santo, Filippo il Bello rappresentano le tappe pi importanti. Filippo Augusto pot all'opera di costruzione o ricostruzione, intrapresa con energia, portare anche il prestigio che gli venne (la fortunate rivendicazioni di terre feudali e da vittoriose guerre esterne. Al Conte di Fiandra, uno dei pi potenti baroni della Francia settentrionale, solito a trescare con i Re vicini, tolse il Vermandois, il Valois, Amiens. Morto poi Riccardo re d'Inghilterra (1199), Filippo Augusto costrinse il successore a cedergli l'Anjou, la Turenne, il Poitou, tutte le terre a nord e parte di quelle a sud della Loire. Cio grandi progressi a settentrione e ad occidente. La crociata mossa dalla feudalit della Francia settentrionale, sotto Simone di Montfort, contro gli Albigesi della Provenza (1208-9), che fin poi in una guerra di sterminio contro Raimondo di Tolosa, protettore degli Albigesi, amico del Re di Aragona e spesso solidale coi Duchi di Normandia e Re d'Inghilterra; questa crociata e questa guerra indebolirono un altro dei grandi feudatari francesi e spianarono alla Corona di Francia il cammino verso il Sud. E gi nel 1222, il figlio del conte Raimondo, Amalrico, cedeva in feudo a Filippo Augusto ogni suo possedimento: fatto importante, per le relazioni ed i legami fra due parti della Francia che avevano fondo etnico, carattere morale, cultura, ordini sociali, contatti col mondo esterno assai diversi e contrastanti, non meno che Italia del sud e Italia del centro e del nord; importante anche per la futura politica mediterranea ed italiana della Monarchia francese. La quale nel 1214 affront anche e vinse a Bouvines la coalizione dell'Impero, della feudalit che parteggiava per esso, e dell'Inghilterra che gi si profilava come il maggior avversario della Francia. Grande battaglia, con larghe ripercussioni e decisive conseguenze. Fu umiliato ad ovest un potente vassallo, come era il Duca di Normandia e Re d'Inghilterra; colpito a fondo sul suolo francese, l'Imperatore che tendeva a far valere anche su questo Regno, come su tutti i Regni, la sua alta autorit; esaltato lo spirito nazionale del popolo e quindi rinvigorito il suo legarne col Re ed il potere del Re all'interno.
Il Re  ora vero sovrano di Francia. Una estesa burocrazia  ai suoi ordini, giudici, funzionari di amministrazione, sovrintendenti dei beni della Corona eccetera: tutti con ufficio non dato in feudo tua temporaneamente loro affidato. Ad essi ed al sovrano, tutti, anche i nobili minori, possono rivolgersi e si rivolgono come a supremo tribunale: ci che fa della Corte e di Parigi il centro vivo della Francia. Le Ordinanze regie valgono ormai per tutto il Regno. La duplice giurisdizione ecclesiastica  battuta in breccia, quella "razione personali" (cio sui chierici e su quanti erano assimilati ad essi nel privilegio del foro), e quella "razione materiae" (relativa cio alle cause di matrimonio, dote, legittimazione di figli illegittimi, patti giurati, testamenti, decime, usure, patronato, ogni atto anche politico in cui la Chiesa potesse trovar elementi di "peccato" eccetera). Nell'et precedente, quasi tutti si erano via via sottratti all'autorit del Re; ora, via via tutti vi rientrano. E la borghesia in prima linea. Dalle sue file il Re trae funzionari e consiglieri, poich essa aveva conoscenza e pratica del diritto romano. E con l'aiuto del diritto romano, si combatte la battaglia per una legge scritta unica, emanante dall'alto, contro il multiforme diritto consuetudinario fatto di elementi germanici, di elementi volgari romani e di elementi nati da s, in rapporto a bisogni particolari e locali della societ medievale, specie nell'ambito della famiglia. Emerge, in questa attivit giuridico-politica, la Francia borghese del sud-est, dove studio e insegnamento del diritto romano si erano affermati prima e pi che in ogni altra regione, anche per influsso della vicina Italia. Per opera sua, acquista credito la massima del "princeps legibus solutus", che in Francia  gi nei Tredicesimo secolo invocata in testi ufficiali, nel senso che i glossatori le avevano dato di libert piena del principe da ogni osservanza di leggi e di consuetudini (laddove in origine voleva solo dire libert, anche per s, da quelle leggi da cui il Re poteva dispensare altri). E si ripete anche l'altra massima: "ci che piace al Re ha vigore di legge...". Cio sovranit e regalit sono la stessa cosa,, Questi uomini di legge rappresentano tipicamente la nuova borghesia. Hanno cultura secolare. Vengono quasi sempre dal basso e sono figli di se stessi, pur costituendo presto una nuova nobilt. E "noblesse de robe", "milites legum" o "milites regis" solfo chiamati in Francia, dove la loro classe  gi potente quando sale al trono Filippo il Bello. Piena coincidenza esiste fra il loro interesse professionale e di classe e l'interesse del Re che si volge contro la feudalit, contro il privilegio ecclesiastico, contro le autonomie cittadine. E gi Guizot not che in Francia furono proprio i borghesi - giuristi e funzionari regi - quelli che distrussero i Comuni. Penetrar in ogni chiuso, tutto livellare, far valere sempre l'autorit del Re che  poi la autorit propria, ecco la loro funzione e, direi, la loro passione. Il pieno assolutismo del Re  un poco - per quel tanto che legge e legisti possono fare essi la "vita" - opera loro.


3. - ALBORI DI MONARCHIE COSTITUZIONALI.

A questo punto, Francia e Inghilterra, le due maggiori monarchie particolari del tempo, avanti che emerga Spagna, divergono. Li, autorit dello Stato e potere personale del Re sono diventati e sempre pi diventeranno una cosa sola: gi un poco "l'tat c'est moi", anche se la Monarchia francese avr pur essa delle crisi da superare nel '300 e '400. Qui, invece, n l'accentramento statale n l'identificazione Stato-Re procedono tanto oltre come nel vicino continente. Vi sono alcuni tratti diversi fra societ inglese e societ francese, e vi sono diverse condizioni ambienti e vicende storiche: donde sviluppo istituzionale diverso. In Inghilterra, anche fra la nobilt ed i semplici uomini liberi forniti di allodio, non un contrasto cos vivo come in Francia e tale che borghesi e contadini dovessero veder solo nel Re la loro salvezza e il Re potesse da questa dedizione trar forza per imporsi successivamente a tutte le classi. E questi uomini liberi d'Inghilterra, cresciuti di importanza, sono anche riusciti a conquistare unit e forza militare, per merito dello stesso Re che, volendo emanciparsi dalla milizia feudale, ha armato borghesi ed alloderi: forte fanteria che maneggia magnificamente l'arco, arma classica del paese. L'aristocrazia isolana, da parte sua, estintesi ormai le grandi famiglie di origine normanna, non ha legami feudali e politici con sovrani stranieri, n agisce in senso centrifugo, come agiscono in Francia non pochi grandi signori periferici, ma tende ad inquadrare nel Regno tutta la sua attivit, acquistarvi credito e potere, aver parte al governo, non senza qualche tacita od espressa corrispondenza di interessi con le altre classi di fronte al Re: donde la possibilit di atteggiarsi ed operare, in certi momenti, come rappresentante e tutrice di interessi di tutti. Aggiungi ancora che si era conservato nelle varie classi - e forse si rinvigorisce col riaffiorare dell'elemento etnico indigeno, come sempre ad una certa distanza dalla conquista - il senso di un proprio diritto, il ricordo di antiche consuetudini d'ordine fiscale e giudiziario, gelosamente guardate anche nei rapporti col Re e con la nuova dinastia.
Esiste quindi certo equilibrio di forze fra le classi, cio dentro la nazione; e fra le classi e il Re. Lo Stato e la macchina amministrativa, anzich impersonarsi nel Re o dipender in tutto dal Re, vengono acquistando una loro propria consistenza istituzionale e ideale. Vi hanno contribuito anche le frequenti e prolungate assenze del Re dal suolo inglese, a causa della Normandia, della Crociata, della prigionia in terra straniera (Riccardo Cuor di Leone), delle guerre con la Francia (Giovanni senza Terra). Guerre del Re, si noti bene, non pi dell'Inghilterra, cio dell'aristocrazia inglese, che ormai si  sciolta in gran parte dalla Normandia e dalla Francia. La massa del popolo inglese, sicura da assalti esterni nella sua isola, priva ancora di quella forza espansiva che pi tardi la porter ad interessarsi delle cose del mondo, non ha guerre proprie, "sentite" come interesse comune. Manca quindi, in Inghilterra, anche quel ferreo legame, quella incondizionata dedizione di popolo al Re, che si verifica nei paesi costretti a vigilare permanentemente su le loro frontiere. Ch anzi, la politica e le imprese della Monarchia normanna sul continente sono, a differenza di quel che accade in Francia, motivo non di concordia e dedizione, ma di malumori e distacco. Esse provocano in Inghilterra afflusso di stranieri, insigniti di uffici e di onori; imponevano sacrifizi finanziari crescenti a tutta la nazione eccetera eccetera.
Per tutto questo, dopo lo sforzo di Enrico Secondo, che effettivamente diede stabilit e vigore al potere centrale e contribu a dar allo Stato in s quella consistenza, a crear fra le classi quel maggior equilibrio di cui sopra, manca al Re inglese la possibilit di proceder oltre, su la stessa strada dei Filippo Augusto, dei Luigi Nono, dei Filippo il Bello. E Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra che, con assai minori attitudini di Enrico Secondo, in una fase diversa della vita inglese, vogliono operare come lui, determinano veemente reazione, specialmente da parte della nobilt feudale e dell'episcopato, con alla testa l'Arcivescovo di Canterbury. Si ribellano questi ad atti del sovrano che essi considerano arbitrari, perch contrari alla consuetudine; recalcitrano ad oneri fiscali straordinari; non vogliono saperne di lontane spedizioni e di relative spese; escludono ogni ingerenza del Re nel loro feudo perch solo un giudizio di "pari" pu privarneli. E' questa la materia di contrasto che nel 1215 mette aspramente di fronte Giovanni Senza Terra e baroni: fiancheggiati, questi ultimi, dai borghesi di Londra e di qualche altra citt. Poich il grosso del popolo rimane estraneo alla agitazione, non ostante che il Capitolo della Cattedrale di Durham sciogliesse i sudditi dal giuramento di fedelt. Presso Oxford, due eserciti accampano in armi ed a lungo si discute fra le due parti. Non  vietato al Re di imporre nuove prestazioni, dicono i baroni; ma solo "per commune concilium regni", cio con il consenso di chi dovr pagare. Dualismo, anzich unit nel Re. Accanto e, direi, in contrasto alle leggi che garantiscono il potere del Re, ecco leggi che garantiscono diritti, autonomamente vigenti, dei baroni, con gravi sanzioni contro il Re stesso. E fra le cose richieste ad Oxford vi fu anche la formazione di una Giunta di baroni, col "Mayor" di Londra alla testa, che dovesse vigilare su la osservanza del patto e, in caso di violazione, procedere senz'altro al sequestro dei castelli e dei beni del Re. Fu cos redatta una "carta" che il Re promise di rispettare. Ma intervenne poi il Pontefice, un po' dietro sollecitazione del Re, un po' a difesa di diritti della Santa Sede da cui re Giovanni ripeteva il Regno e senza cui niente poteva essere innovato nelle cose del Regno. E la "carta" fu annullata. Scoppi allora vera e propria guerra ed il Re ebbe ragione dei suoi nemici, aiutato da Innocenzo Terzo che scomunic i ribelli e sospese l'arcivescovo Stefano Langton. L'arrivo di una spedizione di signori francesi, a difesa di comuni interessi feudali, diede occasione al Re di fare appello al sentimento nazionale degli Inglesi. E l'appello non fu vano. Si venne ad una transazione fra le parti; i Francesi furono sconfitti e cacciati; il nuovo re Enrico Terzo, proprio allora successo a Giovanni, accett la "carta" con le modificazioni apportatevi.
E' questa la "Magna Charta" famosa, modesto documento che poi in tempi pi moderni sar idealizzato ed esaltato, vedendosi in esso la manifestazione di un innato amore anglo-sassone per la libert e di una quasi provvidenziale predisposizione di quel popolo al governo parlamentare. In realt, nessuna idea nuova muoveva i baroni e Vescovi inglesi e neanche i manipoli della borghesia che li affiancavano, sebbene l'esercito loro si proclamasse esercito di Dio e della Santa Chiesa. Erano un po' le vecchie "libert" feudali ed ecclesiastiche che tornavano a galla dopo i fieri colpi di Enrico Secondo, prendendo occasione dai disastri bellici di re Giovanni in Francia. Davanti agli occhi di quei baroni e Vescovi, rimaneva sempre la Monarchia di tipo feudale basata sul contratto. La "Magna Charta", in sostanza, era, pi esplicito e particolareggiato degli altri, uno dei tanti patti feudali fra Re e baroni di cui  ricca la storia del feudalismo europeo. Solo che qui era quasi tutta la baronia del Regno, unita e solidale di fronte al Re. E traeva forza anche dal fatto che gli interessi per cui essa in quel momento si batteva erano un po' gli interessi di tutta la nazione inglese, offesa dalla politica dinastica dei Plantageneto. Ora, a questa politica era posto un controllo indiretto, specialmente alla politica estera, che assai si risent di questo controllo (il re Enrico Terzo fallir nel piano di avere per il figlio Edmondo la Sicilia, e per Riccardo di Cornovaglia, suo fratello, l'Impero). Poich costituiva un controllo l'obbligo del consenso del Parlamento per riscuotere le imposte, che era la clausola centrale e sostanziale della "Magna Charta". Naturalmente, l'aristocrazia anglo-normanna intese lavorare per se' anche se la borghesia poi si avvantagger di quel lavoro. N si arrest su le posizioni raggiunte. Compi, questa aristocrazia, uno sforzo metodico ed ostinato per manomettere, dopo che il potere legislativo, anche il potere esecutivo, e cos limitare ancor pi efficacemente l'iniziativa del Re. E nel 1258, le "Provvisioni di Oxford", una specie di nuova "Magna Charta" imposta da Simnone di Montfort, barone francese oramai anglicizzato, affidavano il potere esecutivo ad un comitato di alti baroni che doveva rappresentar il Parlamento. Il Re, dopo giurato di osservarle, reag, anche questa volta. Divamp un'altra guerra civile, con intervento della Corona di Francia, che fu solidale col Re, e della S. Sede che annull le "Provvisioni" e sciolse il Re dal giuramento prestato. Ma Enrico Terzo fu sconfitto a Lewes nel maggio 1264, e dovette sottomettersi, confermando la "Magna Charta", accettando le Provvisioni e il relativo comitato a cui era devoluto il potere effettivo di governo. Simone di Montfort trionfava. Compito del Parlamento divenne non pi solo consentire alle imposte ma partecipare al governo, costituire con suoi elementi il potere esecutivo. Il quale, ora, sta raccogliendosi tutto in una ristretta oligarchia di alti baroni.... Ma, mentre ci avviene, ecco il correttivo o l'antidoto allo strapotere baronale. Per la necessit della lotta fra riformatori e Re, quelli dovettero cercare l'aiuto dei cavalieri, dei borghesi, del basso clero e quindi interessarli alla propria causa. Avvenne cos che nel 1265 i rappresentanti della piccola nobilt e delle citt fecero la loro prima comparsa nel Parlamento a Londra....
All'ingrosso, l'Inghilterra del Diciassettesimo secolo sembra che si preannunci da lontano, in questa Inghilterra del '200 che ha anche essa le sue lotte tra il partito del Parlamento e la Corona, le tendenze antifrancesi della nazione e la francofilia della Corte, lo spirito antiromano dei novatori, il suo Oliviero Cromwell che guida la rivoluzione e assume poteri dittatori, la vittoria finale del Parlamento. Vittoria, tuttavia, non definitiva. I tempi erano immaturi per un regime parlamentare che allora avrebbe voluto dire regime baronale; e rimanevano ancora molti compiti per un forte potere regio. La discordia stessa fra i baroni aiut la Monarchia. Non erano passati molti mesi dalla loro vittoria, e il Re muoveva alla riscossa. Vinto e ucciso Simone di Montfort il 2 agosto 1265, egli proclamava solennemente di riprendere l'esercizio del suo potere e scioglieva il comitato esecutivo. Non intese tuttavia ristabilire l'assolutismo. Rispett la "Magna Charta". Il diritto dei cavalieri e delle citt di avere rappresentanti, riconosciuto in un primo tempo dai baroni, egli lo conferm, anzi lo allarg al basso clero, preparando la divisione del Parlamento in Camera alta e Camera bassa, che avverr nel '300. Era un altro modo (oltre ad aver consiglieri e ministri e funzionari di propria scelta) di afforzare la Monarchia di fronte al baronato, impedendo che il Parlamento diventasse un istituto della nobilt e strumento della sua potenza. Era anche un modo di stabilire maggiore rispondenza fra Parlamento e paese. Poich  innegabile che, mentre una parte notevole della vecchia aristocrazia inglese veniva declinando, la piccola nobilt, i possessori di allodio, la borghesia cittadina cresceva, vuoi come capacit produttiva e finanziaria, vuoi come coscienza nazionale. Aggiungi le altre aspirazioni e necessit della Corona inglese. Si accentuava nel '200 la sua politica di assoggettamento pieno del Galles e della Scozia, sempre attaccatissimi alla loro indipendenza; si intorbidivano sempre pi i rapporti con la Francia, la quale cercava e trovava su lo stesso suolo inglese degli alleati (la Scozia), come avvenne nell'ultimo decennio del 1200; si impegnava nello stesso tempo battaglia con Roma, per i diritti fiscali dello Stato sul clero. Si capisce che, di fronte a tutto questo, era utile per la Corona interessare alle proprie sorti tutta la nazione, accomunare nei medesimi diritti e doveri tutte le classi, eguagliare le minori alle maggiori. Comunque, si ristabil fra il Tredicesimo e il Quattordicesimo secolo, specialmente con re Edoardo I, quell'equilibrio fra Corona e Parlamento che era andato compiutamente rotto. Quella riprese il potere esecutivo; questo si restrinse nel campo legislativo e fiscale.


4. - MONARCHIA PAPALE.

Mentre queste grandi Monarchie salivano, faticosamente ma vittoriosamente, la loro erta, l'altra e, nel senso medievale della parola, pi vera Monarchia, il Sacro Romano Impero, gi declinava. Sorto per il raggruppamento di pi popoli e Regni sotto un popolo e Regno preminenti, cio i Franchi; nobilitato, accreditato largamente, fatto universale dalla tradizione di Roma pagana e dalla consacrazione di Roma cristiana; passato nel Decimo secolo, dopo 8o anni di contesa fra i vari Re del disciolto Impero carolingio, ai Re di Germania, cio ai pi forti ora fra quei Re; aveva raggiunto fra il Decimo e l'Undicesimo secolo le sue vette, praticamente modeste, idealmente alte. Era poi cominciato il logorio, anche esso ideale e pratico. Astiose gare col Papato per la superiorit dell'uno sull'altro, cio per il diritto dell'uno o dell'altro di nominare e investire i Vescovi, sempre pi attratti nell'orbita romana: e si impover l'Impero di quel contenuto spirituale e quasi religioso che gli veniva dall'alta posizione gerarchica anche di fronte all'episcopato. Contrapposto al concetto di un Impero proveniente da Dio, quello di un Impero che ripete dal Papa la sua autorit; all'Impero romanamente investito di assoluto potere, l'Impero concepito come "officium", conferito condizionalmente e quasi contrattualmente, anche esso limitato e controllato. Poi, la lenta corrosione della societ feudale che aveva nell'Imperatore il suo naturale capo; la vittoriosa lotta dei Comuni in Italia contro Federico Barbarossa; il crescere di forza e di consapevolezza dei Regni particolari, rigermogliati su le loro radici antiche o costruiti in seguito a conquiste, i quali non vogliono riconoscere altri sopra di s. La universalit dell'Impero era affatto teorica ed essa veniva come sopraffatta da questo ampliarsi del mondo, fuori del piccolo ambito in cui l'Impero effettivamente viveva, e da questo spostarsi e moltiplicarsi dei suoi centri antichi. Aggiungi la vacanza dell'Impero, dopo morto Enrico Sesto, e la tutela di Federico Secondo ancora fanciullo, assunta da papa Innocenzo Terzo; e il baldanzoso farsi innanzi dei grandi signori del Regno di Germania, che era la base prima dell'Impero; e la tendenza della societ politica contemporanea, in quanto essa cerca ancora un punto comune in cui convergere ed ancora una autorit superiore a cui far capo, di raccogliersi attorno al Papa, come pi veramente comune e superiore a tutti, anzich all'Imperatore....
Pi complessa e varia, sostanziosa, resistente, la trama storica del Papato, in questi stessi ultimi secoli del Medio Evo, non ostante l'intimo legame che ad un certo momento ne fa quasi una cosa sola con l'Impero. Quasi assorbito inizialmente nell'Impero, come del resto tutta la Chiesa nelle spire della societ feudale e del possesso fondiario, se ne liber poi e prese a battere da s la sua strada, quando si verificarono i grandi fatti dell'Undicesimo e Dodicesimo secolo: rinascita religiosa, movimenti sociali di larghi ceti, migrazioni, colonizzazioni e conquiste di popoli e territori, inizio di restaurazione statale entro le nazioni. L'Impero ne usc diminuito, ma Papato e Chiesa si dilatarono ed innalzarono: portati pi lontano i segni delle loro frontiere, moltiplicate le guarnigioni dei nuovi territori, fatti cristiani e cattolici nuovi popoli (Slavi occidentali), riguadagnati al cristianesimo o cattolicesimo paesi perduti (Sicilia, Spagna), resi pi permeabili alla legge di Roma popoli gi cristiani e cattolici, ma chiusi nel loro particolarismo chiesastico (Inghilterra) o tendenti verso altri centri religiosi (il Sud-Italia e l'Oriente europeo). Per tutto questo, Roma aiut, di Roma si sollecitarono aiuti, consensi, interventi, a Roma ed alla Chiesa vennero riconoscimenti, atti d'omaggio, donazioni: da conquistatori che volevano legittimare la conquista, da vassalli che si sottraevano al vicino signore dichiarandosi uomini della Chiesa, da signori e Re particolari che avevano bisogno di afforzarsi di fronte ai loro vassalli o all'Imperatore, giurando fedelt alla S. Sede e ricevendo corona e scettro dal Papa. Il quale, cos, si elevava sopra la Chiesa e insieme sopra la societ civile e lo Stato. Il pensiero nostro torna a ci che era accaduto alcuni secoli prima, nell'epoca di formazione delle Monarchie barbariche; e ravvicina la situazione generale da cui allora emerse, riflettendo aspirazioni e bisogni del tempo, un Gregorio Magno a quella da cui emerge nell'Undicesimo secolo un Gregorio Settimo. Allora ed ora, c' un ordine morale e politico che decade e un nuovo che faticosamente si costituisce: e il nuovo, incerto di s, si appoggia alla Chiesa e da essa riceve sanzione nel tempo stesso che la avvaloro.
Poi cominciarono i contrasti fra i pupilli usciti di minorit ed i tutori che tendono a perpetuare e suggellare dottrinalmente questo stato di fatto. Le libert ecclesiastiche da una parte son difese con crescente energia, dall'altra con crescente energia assalite. I Comuni italiani, attorno al 1000, sono in una fase di offensiva spiegata. La Monarchia normanna gi si  incamminata per la mala via. I grandi Re del Dodicesimo secolo, Enrico Secondo d'Inghilterra e Filippo Augusto, legiferando ed operando, si urtano con due grandi Pontefici, Alessandro Terzo e Innocenzo Terzo. Urto tragico in Inghilterra, dove il Re voleva far valere un suo diritto anche sui beni e le persone della Chiesa e, come manometteva le franchigie baronali, cos anche le "libert ecclesiastiche", cio l'esenzione dai tributi e il privilegio del fro nelle cause civili e penali, e cercava allentar lo stretto legame dei suoi prelati con Roma, vietar gli appelli al Papa, definir entro il Regno le liti ecclesiastiche eccetera Avvenne allora la rottura con l'Arcivescovo di Canterbury, Tommaso Beckett. Enrico si faceva forte della nuova coscienza della regalit e anche degli antichi usi del Regno, che egli determin per mezzo di una inchiesta affidata a funzionari e giuristi; l'Arcivescovo resisteva, anzi si faceva innanzi con grande ardore, obbedendo al comando della nuova coscienza ecclesiastica e romana, consolidatasi con la riforma, contraria ad ogni dipendenza dallo Stato. Si giunse alla violenza ed al sangue: Tommaso Beckett fu ucciso da un fedele del Re, che cred interpretarne il volere. Cos, accanto ai contrasti con l'Impero, la Chiesa romana ebbe anche quelli con Re particolari e citt, che pure essa aveva aiutato a costituirsi. Da principio, erano impegnate specialmente le chiese locali; poi sempre pi, in modo diretto, il Papato, quanto pi la Chiesa acquistava coerenza e si organizzava ad unit e Roma diveniva il centro direttivo e propulsivo.
Anche perch a questa violazione di libert ecclesiastiche si accompagnava un diffondersi inquietante di sette fortemente ostili a Roma: quasi che il caldo delle contese politico-chiesastiche fomentasse anche l'eresia, l'eresia dei catari, formata in parte di vecchi elementi, risvegliatisi dopo lungo letargo invernale, e le nuove eresie di arnaldisti, valdesi eccetera che, cominciate come movimento politico e religioso oppure come ingenua e calda aspirazione ad un rinnovamento della Chiesa su rigide basi evangeliche, tendevano, per interno sviluppo e per i contatti con le precedenti sette, a darsi anche un contenuto dogmatico vero e proprio. L'una e le altre trovarono ora buon terreno seminativo, in una societ sempre pi agitata da interni contrasti che tendono ad investire anche molti rapporti spirituali, sempre pi complicata dalla comparsa ed ascesa di nuove classi che danno forma e colorito religioso alle loro aspirazioni sociali. Comunque, allora le sette erano gi diventate l'incubo di Roma. La coscienza di un pericolo grave sollecitava gli uomini di Chiesa: le "libert" attaccate da tutte le parti; i figli, "ingrati verso la madre"; la "vigna del signore", invasa e devastata dalle volpi maligne, Principi e Podest e adoratori di falsi idoli, congiuranti insieme alla rovina della Casa del Signore.... Dalla coscienza di un pericolo nacque la resistenza. Emersero anche ora uomini energici e volitivi: Innocenzo Terzo, giovane di 37 anni, eletto per l'accordo intervenuto fra i due gruppi ostili che allora dividevano il Collegio cardinalizio, ora egualmente persuasi del bisogno di una mano energica, dopo il debole pontificato di Celestino Terzo, vecchio pi che ottantenne. Organizzare la lotta contro le eresie che turbavano specialmente la Francia meridionale e l'Italia, cio il vivo cuore della cattolicit; richiamare Principi e popoli ai loro doveri, impegnar battaglia con essi per la "libert ecclesiastica" e, a tale scopo, far valere i titoli di superiorit del potere spirituale sul potere civile, impliciti nella stessa concezione del Cristianesimo occidentale e pi di una volta accampati e fatti valere dai Papi precedenti; estendere dal campo morale al campo giuridico e politico questa superiorit dello spirituale e di chi lo gestisce, sul temporale e su chi ne  il diretto e materiale amministratore; fondare teoricamente il diritto di Roma papale sui troni della terra; realizzare la "plenitudo potestatis" entro e fuori la Chiesa o, meglio, sopra il popolo cristiano, sopra l'unica e indivisibile societ dei fedeli, che tutti comprende e ad un solo pastore deve affidarsi; ecco il vasto campo su cui Innocenzo ed i successori poi lavorarono.
Il momento politico non era sfavorevole a questa azione del Papato. Il legame fra Italia e Germania, rinvigorito con la conquista sveva nel Sud-Italia, si era spezzato con la morte di Enrico Sesto. L'Impero vacava o era in deboli mani di fanciulli, Filippo di Svevia, nipote del Barbarossa, e Ottone di Brunswick, figlio del potente duca di Baviera Enrico il Leone, l'uno di fronte all'altro armati. In molte parti d'Italia, dalla Sicilia in su, si aveva una generale e fortunata sollevazione contro i condottieri e luogotenenti tedeschi, lasciati dal morto Re, e si costituivano in Toscana, nelle Marche, altrove, leghe di citt contro di essi. I tre maggiori Regni del tempo, Francia, Germania, Inghilterra erano alle prese fra di loro e travagliati da problemi interni che offrivano facile porta d'accesso ad interventi papali. La coscienza cristiana e cattolica fermentava negli strati pi vivi del popolo, poich lo stesso diffondersi delle eresie era manifestazione di una energia religiosa che prendeva direzioni diverse e si organizzava in nuclei d'azione diversi e contrari. La Spagna cristiana si trovava in piena ripresa contro gli infedeli, ed eserciti crociati si raccoglievano in tutta Europa, col fronte verso l'ovest e l'est e il nord-est, sollecitati da cupidigie baronali e mercantili.
Cos accadde che Innocenzo fu arbitro dell'Impero; si inger con pi o meno fortuna nelle contese tra Filippo Augusto e il Re d'Inghilterra, e fra questo Re e i suoi baroni; vide la flotta veneziana veleggiare per l'Oriente carica di guerrieri che, se preferirono poi Costantinopoli a Gerusalemme, tuttavia costituirono un Impero latino al posto dell'Impero greco e spazzarono il clero ortodosso ed aiutarono i progressi dell'ortodossia romana in tutti i paesi esposti gi all'influenza di Bisanzio, compreso il Mezzogiorno d'Italia. Parecchi Re piegarono le ginocchia davanti al soglio di Pietro. In Spagna, Innocenzo Terzo fu esecutore testamentario di Sancio I re del Portogallo. Nel 1204, Pietro d'Aragona venne a Roma e giur fedelt. Lo stesso fece Alfonso Primo di Leon e Castiglia, che pochi anni dopo, raccolte sotto auspici papali grandi schiere di crociati castigliani, navarresi, aragonesi, italiani, francesi, vinse nella sanguinosissima battaglia di Las Navas (Tolosa) gli Almoadi, padroni ancora di mezza Spagna: che fu il principio del ripiegamento definitivo degli infedeli, sino alle estreme difese della Sierra Nevada. E poi Legati papali sono presenti ed operosi in Serbia e Bulgaria, nel Regno dei Magiari, in Inghilterra, tutti Regni entrati in un rapporto di dipendenza feudale dalla S. Sede. Nel 1208, l'uccisione del Legato papale Pietro di Castelnau, per opera di un vassallo o funzionario del Conte di Tolosa, d occasione e incitamento ad affrontar in modo definitivo la questione degli Albigesi. Si muovono i Crociati sotto il rappresentante del Papa e Simone di Montfort: ed hanno piena vittoria, anche contro Pietro d'Aragona che aveva unito le sue milizie a quelle di Raimondo di Tolosa, per resistere alla pressione della Francia feudale e regia su le provincie del sud.
E intanto, una azione assidua di Vescovi e Legati papali, ora blanda ora energica, presso laici troppo insolenti nell'offesa e presso chierici poco solleciti nella difesa, per le "libert ecclesiastiche", che erano poi, essenzialmente, un problema finanziario e di amministrazione della giustizia. Azione pratica ed insieme enunciazioni dottrinarie. "Se il giudice civile  ingiusto o negligente", ammonisce Innocenzo, "ci si rivolge alla Chiesa". Ed anche se le cause sono dubbie, difficili, non contemplate dalla legge. Cos, un vastissimo campo giudiziario  aperto all'ingerenza ecclesiastica. Se due Re, se un signore ed un vassallo sono in guerra, il Papa pu intervenire. Obietta il signore: in ci che tocca i rapporti con i miei vassalli, non sono tenuto agli ordini della S. Sede. Ma questa: si, in quanto si tratti non di feudo, ma di peccato, cio in quanto la guerra voglia dire perdizione di anime, rovina di chiese, impedimento alla Crociata eccetera E poi: "Vacando l'Impero, gli succede nell'amministrazione il Papa". "Sebbene gli uffici del Regno e del Pontificato siano diversi, tuttavia, poich il Papa tiene in terra le veci di colui che  Re dei Re, Signore dei Signori, egli non solo esercita la somma potest spirituale ma anche non piccola potest nelle cose temporali". E quest'ultima egli esercita, "a volte ed in talune cose, direttamente, a volte ed in altre cose indirettamente", cio per mezzo dei principi. E cos via. E' il quasi annullamento, in teoria, dello Stato, proprio quando lo Stato acquistava coscienza di s e voleva esso libert a spese di tutte le varie "libert", cio diritti o privilegi che limitavano dal difuori, in alto o in basso, la sua autorit. Ma chi guardi in fondo a questo grosso e irrealizzabile e mai realizzato sistema, col quale la Chiesa rinnovata comincia a mettersi di traverso al laicato e camminar a ritroso della societ civile, vede che esso  si, agli occhi della Chiesa stessa, cosa di valore assoluto, ma  anche mezzo per un fine concreto, che  poi quello che sta veramente a cuore a tutta la grande famiglia chiesastica salvare le "libert", estirpare le eresie, imporre a tutti la pace, salvaguardia necessaria di interessi religiosi e di interessi pratici. Certo, la Chiesa , in persona del Pontefice, persuasa che dove essa esercita autorit politica, li pi facile riesce salvare le sue libert, estirpare le eresie, imporre la pace. Pi di una volta Innocenzo Terzo lo dichiara.
Lo sforzo di applicare tutte queste dottrine coincide con lo sforzo di organizzare il dominio ecclesiastico. Vasto dominio dal Po al Garigliano: solo che, praticamente, nullo fino allora. Ma con Innocenzo, si d inizio veramente all'opera di sistemazione e di impasto di questo informe conglomerato di citt, castelli, feudatari grandi e piccoli, agitati da quelle stesse passioni e crisi di vita feudale e comunale che agita la rimanente Italia del centro e del nord. Comincia il Papa col rendere effettivo il suo governo a Roma e nella zona pi vicina a Roma, che  il patrimonio di S. Pietro vero e proprio. Le citt sono l'una dopo l'altra costrette a giurar fedelt, aver dal Papa la nomina o conferma dei Consoli o Podest oppure ricevere un Rettore papale, pagare censo, dare ostaggi: cos a Velletri, Narni, Montefiascone, Amelia, Sutri, Viterbo, Rieti, Todi, Orvieto eccetera. Nel luglio '98, il restaurato Principe visita molte di queste terre, per raccogliere i giuramenti. Altrove, il Papa promoveva la libert comunale: qui la limita. Doppia politica, che  quella stessa dei Re d'Occidente in rapporto alle citt soggette ai feudatari o a quelle della Corona. Convoca anche un'assemblea, ove appaiono i rappresentanti tutti delle terre del Patrimonio, Umbria e Marca, cio Vescovi, Abbati, Consoli e Podest: una specie di Stati Generali, dove si cerca fissare l'ordinamento dello Stato, si annullano gli atti lesivi delle libert ecclesiastiche, si impongono norme per impedire le guerre e le vendette, conservar la pace pubblica eccetera Rimanevano ancora, con gli avanzi delle genti di Enrico Sesto, i luogotenenti dell'Imperatore, Corrado di Urslingen duca di Spoleto, Marcoaldo di Anweiler marchese di Ancona e di Ravenna. Ma il primo si sottomette al Papa, nel 1198, e si obbliga di tornare in Germania; l'altro rimane quasi a mani vuote, per la ribellione delle citt strette in lega. Ed Innocenzo manda li un uomo, per ricondurre l'Esarcato alla S. Sede. Nulla di stabile, in tutto questo. Quelle citt stesse che si ribellavan ai Tedeschi, recalcitravano al "suave iugum" della S. Sede. Tanto che nel 1212 Innocenzo investe della Marca d'Ancona Azzo d'Este, a condizione che la occupi e la metta sotto il legittimo Signore. E durer due secoli questa vicenda. Ma l'opera era avviata, connessa con la pi vasta opera mondiale, ed animata dalla visione degli stessi fini universali.
Nel 1215, Innocenzo Terzo, quasi ad avvalorare il lavoro compiuto, chiam a raccolta in Roma tutta la Cristianit, in persona dei suoi rappresentanti. Volle tornare, cos, alla "priscam Sanctorum Patrum consuetudinem". Migliaia di Vescovi e Abbati e Priori e Principi, chierici e laici, radunati attorno a lui, trattarono specialmente due questioni di interesse generalissimo: la riforma della Chiesa e Terra Santa. La discussione investi anche la materia della fede. Volendo combattere a fondo l'eresia, era necessario, innanzi tutto, definire. E dal Concilio usc la redazione di una professione di fede, particolarmente diretta a combattere le eresie del tempo. Innocenzo Terzo era persuaso che la sua Sinodo avrebbe fatto epoca: doveva restaurare il tempio del Signore, come disse in un suo discorso. La Chiesa del presente sarebbe stata eguale all'ideale immagine dell'antica. Cio la "Chiesa primitiva" non era solo visione delle sette, ma sogno nostalgico, mito di tutti gli spiriti pi religiosi. L'eresia, anzi, si affrontava andando incontro agli eretici, specialmente in quello che era loro esigenza non dogmatica ma morale. A questo attendevano non solo il Papa ma anche e pi, e indipendentemente da lui, i manipoli di fedeli che, in quegli stessi anni, predicavano per la povert evangelica, mordevano il costume del clero, portavano su le piazze la propaganda per la pace, impegnavano pubbliche discussioni con gli eretici. Volevano riconquistare le anime sviate, mediante la predicazione e un quotidiano multiforme esercizio di umilt e di piet.
Ancora una Riforma, dopo quella iniziata due secoli innanzi! Ed ecco il nuovo raggrupparsi degli uomini pi infervorati, il formarsi di comunit di fratelli, il costituirsi di Ordini religiosi, pi rispondenti alle nuove necessit, pi staccati dal mondo che non fossero gli stessi Ordini riformati dell'Undicesimo secolo, e tuttavia pi capaci di penetrarlo di s e agire su di esso e padroneggiarlo. Se, due secoli prima, Cluniacensi e Cistercensi erano ancora, in certa misura, monaci, cio solitari, ora  necessario avvicinarsi alle citt, vivere fra gli uomini, portare una parola pacificatrice nelle loro contese, alleviare le loro miserie. Se quelli avevano rigettato giurisdizioni e governo di uomini e s'erano contentati del nudo possesso della terra, ora si vuol vivere di elemosina, per potere, liberi di ogni fardello, combattere pi agevolmente la buona battaglia. Sorsero cos al seguito di Francesco d'Assisi, in un paese che era nido di eretici ma ora divenne patria di un nuovo cristianesimo e quasi il nuovo luminoso Oriente, i Francescani, presto diffusi da per tutto, mobilissimi; al seguito di Domenico, grande percotitore ,:i Albigesi, grande asceta per vincere l'ascetismo degli eretici, umile e ardente, caldissimo di amore e, nel suo amore, spietato, i Domenicani. Domenico era spagnolo; ma i suoi frutti maggiori li raccolse in Italia: qui conobbe Francesco e ne sub il fascino e ne accett a pieno l'idea della povert, come mezzo di purificazione; stabili a Bologna presso l'Universit il suo centro di lavoro; vi tenne un Capitolo, vi mor, vi fu sepolto nel 1221; in Italia cont fra i suoi Tommaso d'Aquino, il pi grande filosofo dell'Ordine, del Medio Evo, della Chiesa, ed alte personalit, come S. Caterina da Siena e Fra Girolamo Savonarola. Erano i Francescani volti pi alla vita attiva, in mezzo al minuto popolo; gli altri, pi alla predicazione, fra la gente colta e fra gli eretici dalla sottile malizia. Divisione di lavoro, che risponde alla maggiore complessit e al maggiore differenziamento della vita sociale. Ma egualmente "Mendicanti", campioni di ortodossia, scudo di libert ecclesiastiche, milizia del Papato. Non impedirono che le "libert" ecclesiastiche fossero manomesse, che cio lo Stato moderno si costituisse; e neanche impedirono che il Tredicesimo secolo vedesse il massimo estendersi delle eresie, vere eresie ed anche fittizie eresie, quasi creazione della Chiesa in quel particolare momento della sua storia. E certo, avendo essa rivendicato come cosa di sua spettanza, immediata o mediata, tutta la vita terrena e postala sotto controllo, ogni erramento era offesa di una legge religiosa o emanata da chi cumulava e non poco confondeva in s i due reggimenti, era o poteva essere eresia; poteva, per reazione dei colpiti, diventar anche autentica eresia. Tuttavia, non fu vana la fatica dei predicatori e inquisitori; non vana la sagace e multiforme opera spiegata nel corso di quel secolo, perch la Chiesa superasse senza troppi danni il tempestoso mare in cui dov navigare.
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FINE Parte 2.